A LA LOMA, nel nord della Spagna, il suolo continua a svelare le imponenti tracce di una delle più brutali e sistematiche operazioni di assedio dell’antichità classica. L’identificazione di un nuovo accampamento legionario romano, precedentemente ignoto agli studiosi, sta radicalmente trasformando la percezione accademica riguardante le proporzioni del contingente impiegato durante le celebri Guerre Cantabriche. Le indagini archeologiche in corso, promosse e guidate con rigore filologico dall’Istituto Monte Bernorio per lo Studio dell’Antichità Cantabrica, istituzione altrimenti nota con l’acronimo IMBEAC, in stretta sinergia accademica con il gruppo di Heroica Arqueología y Patrimonio Cultural, hanno permesso di far riemergere dal passato questo complesso sistema militare. Il nuovo avamposto, classificato scientificamente dagli esperti sotto la nomenclatura di Sito F, eleva a sette il numero complessivo delle infrastrutture militari romane attualmente accertate che stringevano in una morsa fatale l’antica fortezza collinare risalente all’Età del Ferro.
La planimetria che emerge dagli scavi delinea una sofisticatissima rete di accampamenti, magistralmente interconnessa tramite percorsi e vie militari appositamente tracciate per garantire la rapidità degli spostamenti tattici e logistici delle truppe imperiali. Le parole del direttore delle ricerche, Santiago Domínguez, risultano oltremodo illuminanti al riguardo, dichiarando apertamente: «Questa scoperta espande in modo significativo la nostra comprensione dell’assedio romano». A tal proposito, lo studioso rammenta come, sino al volgere dell’anno 2024, la letteratura scientifica avesse cristallizzato la presenza di sole tre installazioni: il castrum principale e due castella, ovvero postazioni sussidiarie di dimensioni maggiormente contenute destinate al supporto tattico. Egli precisa inoltre che solamente lo strenuo lavoro condotto nel corso delle due più recenti stagioni di scavo ha reso possibile l’individuazione di tre ulteriori campi, delle direttrici logistiche che li univano in un sistema organico e, in ultima istanza, di questa formidabile settima posizione.
I dati emersi sul terreno corroborano in maniera incontrovertibile l’ipotesi secondo la quale un’armata imponente, il cui numero è stimabile tra i dodicimila e i diciottomila legionari, prese parte attiva a tale gigantesca operazione di logoramento. Un simile dispiegamento di forze attesta senza ombra di dubbio che ci troviamo di fronte a una delle più ciclopiche e vaste operazioni belliche mai orchestrate dalle legioni durante il lungo e inesorabile processo di annessione dell’Hispania settentrionale. La strategia adottata dall’esercito invasore si configurò come un colossale accerchiamento, concepito con il precipuo obiettivo di isolare in maniera asfissiante l’insediamento fortificato di LA LOMA, annientando ogni possibilità di rifornimento o fuga per gli assediati. Questa morsa inesorabile si inseriva nel più ampio e drammatico teatro delle Guerre Cantabriche, la campagna militare conclusiva che suggellò la sottomissione definitiva della Penisola Iberica all’egemonia incontrastata di Roma.
Il brutale conflitto, espressamente decretato e voluto dall’Imperatore Augusto, insanguinò la regione nel corso del I secolo a.C., in un arco temporale compreso tra il 29 a.C. e il 19 a.C., spezzando infine la fiera e ostinata resistenza opposta dalle indomite popolazioni dei Cantabri e degli Asturi. Il meticoloso studio dei reperti numismatici e dei resti di cultura materiale recuperati all’interno degli accampamenti ha consentito agli archeologi di circoscrivere con precisione la datazione del blocco militare, collocandolo cronologicamente tra il 26 a.C. e il 24 a.C., sebbene il 25 a.C. venga indicato dalla dottrina come l’anno in assoluto più verosimile per il culmine delle ostilità. Questa specifica finestra temporale si sovrappone in maniera perfetta alla grande e decisiva offensiva lanciata da Augusto al fine di perfezionare e rendere inattaccabile il controllo su tutto il territorio del nord.
Nonostante il ritrovamento di ben sette postazioni fortificate attesti un’organizzazione ossidionale di proporzioni gigantesche, la comunità archeologica avanza l’ipotesi fondata che la cintura originaria fosse ancor più capillare ed estesa. È oltremodo plausibile ritenere che numerose altre installazioni castrensi siano state inesorabilmente cancellate nel corso dei secoli a causa della successiva espansione urbanistica dei vicini insediamenti civili. Ulteriori resti, tuttavia, potrebbero giacere ancora inesplorati sotto le fondamenta degli edifici moderni, un fattore che rende la loro definitiva scoperta un’impresa di complessa risoluzione per l’indagine scientifica del XXI secolo. L’attuale campagna di scavi continua imperterrita a riscrivere la storiografia di una delle operazioni belliche più cruciali della Spagna romana, ponendo in indiscusso risalto l’incredibile scala monumentale e il perfetto impianto organizzativo delle armate schierate per piegare definitivamente gli ultimi popoli liberi del territorio.





