lunedì 2 Marzo 2026
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L’imperatore Maggioriano. L’ultimo eroe di una Roma che cade

Giulio Valerio Maggioriano, (420 d.C – 461 d.C) fu probabilmente l’ultimo grande imperatore dell’Impero Romano d’Occidente, prima della sua caduta.

Autore della difesa dell’Italia, riconquista delle Gallie e della Spagna ai danni dei Visigoti, si avvicinò a sconfiggere il regno dei Vandali di Genserìco nel Nord Africa, ed attua delle importanti riforme per rendere più giuste ed eque le tasse della società romana.

Venne infine tradito e ucciso dal generale barbaro Ricimero, prima di poter completare la sua opera

La crescita come generale e l’elezione ad imperatore

Maggioriano fa parte dell’alta aristocrazia militare: il nonno, omonimo, era il Magister Equitum, capo della cavalleria, e braccio destro dell’imperatore Teodosio I. La sua giovinezza passò così attraverso una rigida ed efficace educazione strategica e militare.

Le sue prime missioni furono sotto il comando del generale Flavio Ezio, colui che sconfiggerà Attila ai campi Catalaunici, assieme al suo compagno e amico di origine barbarica Ricimero.

Maggioriano sviluppa così una grande esperienza sui campi di battaglia e diventa rapidamente uno dei più valenti generali dell’Impero Romano d’Occidente.

Ad un certo punto della sua sfolgorante carriera, l’imperatore in carica Valentiniano III, che soffriva dell’influenza del generale Ezio, pensò addirittura di darlo in moglie alla sua unica figlia, per avere un uomo capace di muoversi sui campi di battaglia che sarebbe stato dalla sua parte.

Ezio, fiutando il pericolo, stroncò la carriera militare di Maggioriano, che dovette temporaneamente uscire di scena.

La situazione ebbe tuttavia un rapido cambiamento quando Valentiniano III, descritto generalmente come un codardo e inetto sui campi di battaglia, sfoderò la spada per uccidere Ezio, privando l’impero dell’unico generale in grado di proteggerlo militarmente.

Una frase che circolò presso gli storici del tempo recita:

“Uccidendo Ezio, Valentiniano III tagliò con il suo braccio sinistro il suo braccio destro”

L’azione di Valentiniano, tuttavia riportò in auge Maggioriano, il quale potè riprendere la sua carriera militare assieme a Ricimero.

I due più valenti generali dell’impero d’Occidente furono responsabili dapprima della nomina dell’imperatore Avito e di lì a poco della sua caduta, data l’incapacità di quest’ultimo di mediare tra le esigenze del Senato e dei militari.

L’impero d’occidente necessitava così di un nuovo imperatore e la persona più titolata a poterlo nominare era l’imperatore romano d’Oriente, in quel periodo Leone I.

Egli si rendeva perfettamente conto che i due nomi più adatti erano quelli di Maggioriano e di Ricimero, ma il primo, di origine più nobile e romana, era più adatto a ricoprire la carica.

Ricimero si “accontentò” così di fargli da Magister Equitum, ritenendo comunque di poter avere una ottima influenza sulle decisioni del compagno.

La difesa dell’Italia dai barbari Vandali

Nell’estate del 458 d.C un contingente di Vandali e Mauri attaccò l’Italia via mare: sbarcò in Campania e causò delle importanti devastazioni.

Maggioriano, con il suo esercito composto da diverse tribù barbare alleate di Roma, dovette intervenire personalmente. Ottenne abbastanza rapidamente una importante vittoria, riuscendo a salvare la penisola dall’invasione.

Tuttavia, nonostante quel successo militare, era necessario che la penisola italiana avesse le risorse per poter difendere sia le sue città che le coste.

Per questo motivo, Maggioriano stabilì un nuovo esercito a difesa dell’Italia composto da una serie di tribù barbare alleate con la qualifica di “Foederati” di Roma: Gepidi, Ostrogoti, Rugi, Burgundi, Unni, Bastarni, Suebi, Sciti e Alani.

Ma non solo: i Vandali erano dotati di una forza navale non indifferente e per questo ebbe l’accortezza di creare una nuova flotta a difesa della penisola, puntando sulle antiche scuole marinare di Miseno e Ravenna.

Inoltre promulgò una legge che consentì ad ogni cittadino romano di essere armato. Questo provvedimento, è una sorta di “recupero” di antiche tradizioni romane, per le quali il cittadino era anche un soldato, pronto a prendere le armi per difendere la sua terra.

In questo modo, in caso di pericolo, la penisola italiana sarebbe stata in grado di reclutare con relativa facilità un grande numero di uomini da impiegare nell’esercito.

La conquista delle Gallie

Un secondo importante obiettivo per Maggioriano era conquistare le Gallie.

Si trattava di una zona fortemente strategica che in realtà non riconosceva Maggioriano come nuovo imperatore.

Testimonianza di ciò, il fatto che la nobiltà gallo-romana, anche nelle iscrizioni del tempo, non citava il suo nome come punto di riferimento per l’intero occidente, riconoscendo solamente l’imperatore d’Oriente.

Si trattava di un grave pericolo per il suo potere e per la stabilità del sistema che voleva ricostituire.

Dopo un primo intervento del suo comandante Egidio, che finì assediato dai Visigoti, lasciò, con una buona dose di fiducia, Ricimero a gestire la situazione nella penisola italica.

Maggioriano si mosse personalmente con un esercito composto da diverse tribù verso le Gallie e attaccò direttamente i Visigoti.

Non ci furono grandi battaglie campali che risolsero la situazione, come siamo abituati a vedere nella Repubblica o nell’Alto Impero romano, ma una serie di interventi per assediare o liberare dagli assedi delle città strategiche.

In questo modo, Maggioriano si garantì un controllo militare sulle Gallie in un tempo relativamente breve, nominando Egidio governatore.

Ma non pensiamo a Maggioriano solo come ad un generale. Allo stesso tempo, egli ebbe l’accortezza di instaurare delle relazioni diplomatiche soprattutto con i grandi principi guerrieri gallici, con l’obiettivo che anche a quest’ultimi interessasse la posizione di forza e la garanzia offerta dal suo ruolo di Imperatore.

Un misto fra intervento militare e lavoro di diplomazia, che gli consentì di mettere in sicurezza il territorio, e rivolgere quanto prima la sua attenzione ad un’altra importante provincia, che andava rapidamente riconquistata.

La riconquista della Spagna

Un’altra provincia di importanza fondamentale era quella di Spagna, conquistata dai Visigoti approfittando del Sacco di Roma e del momento di debolezza dell’autorità centrale.

Maggioriano aveva bisogno di riprenderne il controllo anche per sferrare l’attacco contro i Vandali del Nord Africa.

Appunto per questo motivo, ricostituì nuovamente un esercito che dalla Liguria si mosse attraverso l’Aquitania, che corrisponde ad un tratto dell’odierna Francia del sud, e attaccò la Spagna.

Maggioriano ebbe l’accortezza di dividere il suo esercito secondo due linee di attacco: la prima verso le coste Mediterranee della Spagna e la seconda verso l’attuale Portogallo del Nord.

In questo modo, con una sapiente gestione dell’esercito e delle rotte di attacco, riuscì a prendere di sorpresa i Visigoti e infliggergli una serie di sconfitte riportando la provincia sotto il controllo Romano.

Genserìco, il re dei Vandali che avevano costituito un regno nel nordafrica dopo il sacco di Roma, si accorse della straordinaria efficacia e velocità di Maggioriano.

In un primo momento gli offrì una pace. Ma Maggioriano la rifiutò nettamente, organizzando invece il suo esercito per attaccare il regno dei vandali e mettere definitivamente in sicurezza quello che nei suoi piani doveva essere il ricostituito Impero romano d’Occidente.

La fallita conquista del regno Vandalo

Maggioriano, nell’affrontare i Vandali di Genserìco, dimostrò un sapiente uso delle informazioni e di quella che potremmo definire l’intelligence del tempo.

Secondo Procopio di Cesarea tinse i suoi proverbiali capelli biondi per impersonare un ambasciatore, e si recò direttamente da Genserìco per raccogliere informazioni sul nemico.

Non sappiamo esattamente se questo episodio sia avvenuto, ma certamente è significativo di una grande raccolta di informazioni che Maggioriano operò per comprendere le capacità militari dei Vandali e le loro tattiche.

Quando si sentì pronto a sferrare un primo attacco, nonostante i Vandali avessero cominciato a distruggere le riserve di grano in Mauretania per rendere meno appetibile la terra, accadde l’imprevisto.

La testa di ponte del suo esercito era costituita da una possente flotta al largo delle isole spagnole, ma per via del tradimento di alcuni soldati, i Vandali riuscirono ad individuarla, ad incendiarla e a rendere inutilizzabili tutte le navi, privando Maggiorano della principale forza militare con cui avrebbe dovuto attaccare.

I rischi superavano di gran lunga le possibilità di vittoria, e Maggioriano dovette, suo malgrado, rinunciare all’attacco contro il regno dei vandali.

La tentata riforma della tassazione

L’attività di Maggioriano non si concentra solamente sulla riconquista dei territori dell’Impero Romano d’Occidente e sulla sconfitta dei tradizionali nemici del suo tempo, ma anche su un grandioso tentativo di ricostituzione della società romana.

Maggioriano si rese conto che uno dei principali errori dei suoi predecessori, come per esempio Avito, era stato quello di non creare dei buoni rapporti con il Senato.

Per questo una delle priorità di Maggioriano era portare il Senato, ormai composto da gallo-romani, dalla propria parte.

Il problema era che i senatori erano ormai dediti ad ogni tipo di furto e di mancato pagamento delle tasse, e le imposte venivano quindi scaricate direttamente sulla società civile.

In particolare erano i privati cittadini, i proprietari terrieri e anche gli esattori delle tasse a pagare. Secondo la legge romana, gli esattori delle tasse dovevano anticipare le imposte allo Stato e si potevano rivalere liberamente sui cittadini.

Nel caso in cui non fossero stati in grado di farlo, sarebbero finiti in rovina.

Maggioriano doveva quindi limitare i privilegi dei senatori senza metterseli contro e riavviare il processo di tassazione in maniera più equa.

Per farlo iniziò a stabilire delle relazioni diplomatiche concedendo dei favori ai principali senatori e capifazione gallo-romani e tessendo una lenta e paziente attività di costituzione di buoni rapporti con il Senato.

Per quanto riguarda la tassazione, Maggioriano si rese conto che la stragrande maggioranza dei cittadini aveva un debito con lo Stato talmente elevato che non sarebbe mai riuscito ad appianare la propria situazione fiscale.

Per questo motivo operò un grande condono nei confronti dei contribuenti indebitati permettendogli di ripartire con una certa serenità.

Allo stesso modo, dall’altra parte, elaborò una serie di controlli che dovevano permettere una riscossione delle tasse più giusta. Mise dei limiti a quello che gli esattori potevano chiedere, impedì per certi versi l’esproprio delle terre e ricostituì alcune figure a protezione dei soprusi nei confronti dei cittadini.

Secondo la visione di Maggioriano, queste norme avrebbero avuto l’effetto di far ripartire una regolare tassazione in modo da rimpinguare le casse dello Stato e riavviare la macchina dell’impero.

Il tradimento di Ricimero e la morte

Purtroppo il progetto di Maggioriano era destinato ad essere spezzato.

Le riforme che stava attuando non potevano, pur con tutta la prudenza possibile, che andare a infrangersi contro i privilegi della casta più ricca.

Sin dal suo allontanamento dalla penisola italica per attaccare le Gallie, Ricimero era rimasto in Italia e aveva coalizzato attorno a sè tutti coloro che non ritenevano Maggioriano il legittimo imperatore.

A questi si erano evidentemente aggiunti tutti coloro che non volevano vedere toccati i propri privilegi. Il che costituì un grosso fronte avverso a Maggioriano.

Approfittando del fallimento dell’offensiva in Nord Africa contro i Vandali, e del fatto che Maggioriano aveva dovuto congedare il grosso dell’esercito in quanto non poteva pagare i soldati, Ricimero portò a termine il suo tradimento.

Maggioriano si era fermato ad Arelate, nel sud della Francia, e si stava dirigendo verso Roma per una serie di riforme.

Intercettato a Tortona, nei pressi di Piacenza, con la sua sola guardia personale, Ricimero lo arrestò, lo spogliò della porpora imperiale, lo torturò e dopo qualche giorno lo fece decapitare.

Ricimero fu straordinariamente duro nei confronti del suo ex commilitone e compagno, in quanto non gli concesse, secondo alcune fonti, nemmeno l’onore di una degna sepoltura.

Scomparve dunque l’ultimo grande imperatore d’Occidente, un generale, un riformatore e uno statista. Uomo stritolato dalla corruzione e dal totale disfacimento della società dei suoi tempi.

Tutti gli storici, tributano a Maggioriano grande ammirazione, vedendolo come un ultimo disperato tentativo di un imperatore onesto, di recuperare la grande storia di Roma.

Tra questi Edward Gibbon

«[La figura di Maggioriano] presenta la gradita scoperta di un grande ed eroico personaggio, quali talvolta appaiono, nelle epoche degenerate, per vendicare l’onore della specie umana. […] Le leggi di Maggioriano rivelano il desiderio di fornire rimedi ponderati ed efficaci al disordine della vita pubblica; le sue imprese militari gettano l’ultima effusione di gloria sulle declinanti fortune dei Romani.»

La battaglia di Watling Street. Boudicca sfida l’impero romano

La battaglia di Watling Street è un importante scontro avvenuto fra i romani , guidati dal generale Svetonio Paolino e la Regina della tribù degli Iceni, Boudicca, lungo la strada romana che tagliava quasi completamente la Britannia nel primo secolo d.C.

Fu uno scontro sensazionale, dove i romani, in netta inferiorità numerica, sfruttarono al meglio gli elementi naturali del campo di battaglia e le tattiche proprie delle legioni, riuscendo a sbaragliare un esercito nettamente più numeroso.

L’antefatto: i romani in Britannia

Fu l’imperatore Claudio ad ordinare la conquista della Britannia. Nel 43 d.C le legioni sbarcarono sulle coste britanne e si trovarono di fronte una moltitudine di diverse tribù, che anzichè coalizzarsi per respingere l’invasore, soffrirono di gravi divisioni interne.

La tribù degli Iceni, ad esempio, fu da subito disposta a collaborare con i romani. In cambio di un tributo regolare a Roma, gli Iceni ottennero senza particolari problemi una certa indipendenza e libertà di autogestione.

Altri, come i Catuvellauni, furono invece strenui oppositori dei nuovi arrivati. Alcuni comandanti come Calgaco e Carataco, rimangono nella storia come simbolo della resistenza dei britanni contro l’impero.

I romani, guidati dal governatore e generale Gaio Svetonio Paolino, imposero delle condizioni particolarmente dure ai barbari, che vennero trattati con crudeltà, molte volte, e costretti ad arruolarsi nell’esercito per servire nel gigantesco ingranaggio della macchina bellica romana.

Gli Iceni, il Re Prasutago e la Regina Boudicca

Il punto più tragico della dominazione romana in Britannia coinvolse proprio la tribù degli Iceni, che si erano dimostrati i più collaborativi con la potenza di Roma.

Il Re Prasutago regnava con relativa tranquillità, in pieno accordo con Roma. Poco prima della sua morte, il sovrano si trovò a dover redigere il proprio testamento.

Gli accordi prevedevano che il Regno sarebbe stato lasciato in eredità all’imperatore Nerone, che nel frattempo era succeduto a Claudio, così che Roma diventasse anche legalmente la proprietaria del territorio.

Invece, Prasutago lasciò metà del regno a Nerone, come nei patti, e l’altra metà, inaspettatamente, alla moglie Boudicca e alle sue due figlie. Questa azione, in realtà, non intendeva probabilmente sfidare l’autorità di Roma, ma assicurarsi protezione per la sua famiglia e il mantenimento della leadership sulla sua gente.

La reazione, però, fu di grande violenza. La legge romana non prevedeva nessuna possibilità per una donna di guidare un qualsiasi regno, per cui il testamento non solo venne del tutto ignorato, ma i soldati raggiunsero Boudicca, la arrestarono e la flagellarono.

Tenendola ferma, altri commilitoni stuprarono spietatamente le due figlie per ore, lasciando le tre donne nella disperazione.

La rivolta di Boudicca: la distruzione delle città romane

Le violenze contro Boudicca, che possono essere considerate il “simbolo” della spietata dominazione romana in Britannia, scatenarono nella fiera regina la volontà di ribellarsi.

La donna si rivelò una astuta capopolo: in poco tempo l’intera tribù degli Iceni, assieme a quella dei Trinovanti, si sollevarono contro Roma.

Boudicca pensò di attaccare innanzitutto la città di Camulodunum, l’odierna Colchester. Approfittando del fatto che Svetonio Paolino era impegnato con il grosso dell’esercito presso la città di Mona, per attaccare i capi religiosi britanni, i druidi, Boudicca rase al suolo la città.

Le devastazioni furono complete e la rabbia dei britanni si abbattè contro chiunque in città: uomini e ragazzi, donne e bambini.

«La crudeltà più atroce inflitta dai Britanni ai Romani fu questa. Spogliarono le nobildonne della città e le legarono, poi tagliarono loro i seni e li cucirono alle loro bocche, in modo che sembrasse che li stessero mangiando. Poi impalarono le donne attraverso tutto il corpo.»

Cassio Dione, Storia romana, LXII, 7

2.500 soldati della Legio IX Hispana inviati in soccorso della città, vennero brutalmente massacrati e sconfitti dall’orda barbarica ormai senza controllo.

Paolino poteva fare ben poco: i soldati erano troppo pochi e il tempo per riorganizzarsi estremamente scarso.

Le città di Londinium e Verulamium (St Albans), furono evacuate da alcune migliaia di profughi per ordine dello stesso Paolino, prima che l’esercito di Boudicca si abbattesse con estrema violenza anche su questi centri abitati, che conobbero una furia estrema.

La battaglia di Watling Street: la disposizione iniziale

Svetonio Paolino riuscì a reclutare con tutte le forze a disposizione un esercito di 13mila soldati. Erano decisamente pochi, ma non vi era altra possibilità e qualsiasi rinforzo da Roma avrebbe impiegato settimane per arrivare.

Non aveva altra scelta che affrontare, sebbene in svantaggio, l’armata di Boudicca, che contava perlomeno su 40mila guerrieri.

In un punto non ancora identificato sulla Watling Street, Paolino doveva affrontare Boudicca.

Il suo più importante problema era la disposizione della fanteria. Se avesse creato una linea di legionari con una estensione pari a quella dell’avversario, questa sarebbe stata troppo sottile e passibile di essere bucata.

Una disposizione più concentrata, quasi a quadrato, sarebbe stata facilmente accerchiata e distrutta dal soverchiante numero di uomini avversari.

Per questo Paolino cercò di equilibrare l’inferiorità numerica con una saggia scelta del campo di battaglia. Alcune piccole colline, ma abbastanza scoscese, sui lati e sul retro avrebbero impedito l’accerchiamento, convogliando il nemico solo sul fronte.

Paolino posizionò i legionari, accompagnati da due gruppi di mercenari germanici di fanteria leggera sui lati, e due contingenti di cavalleria nascosti fra le colline per sbucare al momento più opportuno sui rispettivi fianchi dell’avversario.

Boudicca, invece, non concepì alcun piano particolare. Convinta che Paolino si fosse imbucato in una vera e propria trappola, posizionò i suoi soldati al centro pronti a massacrare i romani.

Addirittura, le famiglie dei guerrieri si disposero con i loro carri a semicerchio, dietro il campo di battaglia, per assistere allo “spettacolo”.

Dopodichè, al comando di Boudicca, la battaglia ebbe inizio.

La Battaglia di Watling Street: lo scontro

La prima mossa toccò a Boudicca, che pensò di spezzare la fanteria romana lanciando contro le file dei legionari dei carri pesanti.

Per fortuna, non si trattava di carri da guerra appositamente concepiti per sventrare gli avversari, quanto piuttosto dei carri da trasporto che vennero gestiti e neutralizzati abbastanza facilmente dai soldati romani.

La seconda mossa fu invece appannaggio di Paolino. Per fortuna le Legioni potevano contare su una importante artiglieria. Frecce, due giavellotti per ogni soldato e diversi scorpioni, degli strumenti portatili che potevano scagliare dei giavellotti a grandi distanze.

L’esercito di Boudicca, ripetutamente bersagliato dalle frecce romane, venne pesantemente decimato e indebolito, mentre la confusione iniziava ad aumentare sul campo di battaglia.

Al momento del contatto tra le due fanteria, Paolino diede ordine ai legionari di posizionarsi a triangolo. Si trattava di una formazione adatta a “bucare” le file avversarie e penetrare rapidamente in mezzo ai soldati nemici.

In questo modo, dopo ore di combattimento, i guerrieri di Boudicca iniziarono a confondersi e a retrocedere.

Gli elementi che davvero fecero svoltare la situazione a favore dei romani furono tre:

  • La formazione a triangolo che si infilò nelle zone più deboli del fronte britanno
  • L’armamento romano più adatto al combattimento ravvicinato al contrario della grandi spade britanne che necessitavano di almeno due metri di spazio per essere utilizzate
  • Il ricambio dei soldati (la mutatio), che ottimizzò le forze dei legionari

Quando i britanni iniziarono a dare segni di cedimento, al momento opportuno, l’intervento degli ausiliari germanici e le cavallerie nascoste, fu risolutivo. Circondati anche dai lati e sul retro, i soldati di Boudicca persero completamente il controllo.

Il grande numero dei guerrieri barbari si trasformò così in uno svantaggio. Gli uomini iniziarono ad accavallarsi uno sull’altro e il panico trasformò l’orda barbarica in una folla disperata che cercò in ogni modo di scappare.

A questo punto, con tragica ironia, il semicerchio di carri posizionato dalle famiglie britanniche per assaporare la vittoria, diventò un ostacolo alla fuga dei guerrieri, che non ebbero letteralmente scampo e vennero crudelmente falcidiati dai legionari di Svetonio Paolino.

La fine di Boudicca e della rivolta britanna

Boudicca morì con onore sul campo di battaglia. Secondo altre fonti, fu ferita gravemente e spirò dopo pochi giorni per infezione.

Comunque sia andata, la devastante sconfitta sulla Watling Street pose fine ad ogni velleità britanna di respingere l’invasore romano.

Svetonio Paolino non perse tempo: i sottomessi ottennero condizioni ancora più dure delle precedenti, alle quali si aggiunsero delle ripetute spedizioni punitive nel cuore dei loro territori.

Nonostante la vittoria, tuttavia, la situazione politica cambiò. L’imperatore Nerone, che si trovava ancora nei primi anni “illuminati” del suo regno, considerò il comportamento di Paolino incompatibile con la pace.

Nerone capì che finchè i britanni sarebbero stati trattati in questo modo, la provincia non sarebbe mai stata pacificata. Per questo, Paolino, pur con tutti gli onori militari per la sua vittoria, venne sostituito da Publio Petronio Turpiliano, che avviò immediatamente una politica più tollerante e rispettosa nei confronti delle tribù.

La Britannia, nella sua parte meridionale, rimase così saldamente sotto il controllo romano che, oltre ad aver vinto militarmente gli avversari, era riuscito a ricalibrare le proprie forze, creando una convivenza e poi una assimilazione sociale vincente.