Gli imperatori romani che furono anche faraoni

Nei templi sul Nilo, i sacerdoti egizi incisero i nomi degli imperatori romani in cartigli faraonici per oltre tre secoli dopo Cleopatra. Una storia di doppio potere, pragmatismo religioso e identità specchiata tra Roma e l'Egitto.

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Imperatore romano nel Senato accostato a rilievo di faraoni egizi con geroglifici sulle rive del Nilo

Era estate — i sacerdoti del Tempio di Iside a Shanhur, in Alto Egitto, stavano ultimando i rilievi sul muro esterno occidentale. L’uomo che incidevano nella pietra indossava una corona elaborata: tre piante di giunco sulle corna di un ariete, con tre falconi in cima e tre dischi solari che rappresentavano il Sole. Stava erigendo un palo con una mezzaluna in cima, rito sacro in onore di Min, dio della fertilità. Alle sue spalle, otto officianti in doppia piuma si arrampicavano sui pali di supporto. Era l’imperatore Claudio — a Roma goffo, spesso deriso dalla corte, mai venerato come un re. Ma lì, nei geroglifici di Shanhur, i sacerdoti lo chiamavano senza esitazione «figlio di Ra, Signore delle Corone», «Re dell’Alto e del Basso Egitto, Signore delle Due Terre».

Claudio non aveva mai messo piede in Egitto. Non lo avrebbe mai fatto. Eppure era faraone.

Questa storia comincia con una domanda che sembra scontata e invece non lo è: Cleopatra fu davvero l’ultimo faraone d’Egitto?

Il luogo comune da smontare

La risposta automatica di chiunque abbia studiato storia è sì: Cleopatra VII Filopàtore, morta nel 30 a.C. dopo la battaglia di Azio, è considerata l’ultima sovrana della dinastia tolemaica e l’ultima dell’età ellenistica, la cui fine si fa coincidere proprio con la sua morte. Ma questa risposta, per quanto storicamente accurata dal punto di vista politico romano, è solo mezza storia.

L’altra metà si trova incisa nei templi sul Nilo. I sacerdoti egizi continuarono a rappresentare gli imperatori romani con iconografia faraonica, nomi in cartigli regali e titolature divine per almeno tre secoli dopo Cleopatra. La regalità faraonica, pur avendo perso la propria identità istituzionale politica e giuridica, conservava ancora la sua qualità cultuale come elemento centrale della religione templare egizia, e manteneva il suo carattere storico — attraverso i nomi e gli attributi degli imperatori romani scritti in geroglifico all’interno dei cartigli regali — fino a Costantino.

Rispondere alla domanda chi fu l’ultimo faraone, dunque, dipende dal criterio scelto: sovranità politica, oppure continuità cultuale e materiale. E scegliere il secondo criterio cambia tutto.

La conquista del 30 a.C. e la nascita della “provincia personale”

Dopo la vittoria di Azio nel 31 a.C. e la morte di Cleopatra e Marco Antonio nel 30 a.C., Ottaviano si trova ad Alessandria padrone dell’Egitto — ma in una posizione giuridica peculiare: tecnicamente non era ancora console, non aveva ancora il titolo di “Augusto” (conferito solo nel 27 a.C.) e formalmente si appoggiava ancora al quadro della Repubblica. Aveva conquistato l’Egitto non come generale dello Stato romano, ma come uomo privato con il suo esercito privato.

Questa anomalia giuridica divenne la fondazione di uno statuto eccezionale. L’Egitto non divenne una provincia normale: era proprietas personale del princeps, gestita attraverso un prefetto di rango equestre anziché senatoriale. Augusto vietò per legge a qualsiasi senatore di mettere piede in Egitto senza esplicita autorizzazione imperiale, per impedire che chiunque con sufficiente base di potere potesse contestare il controllo imperiale sulla provincia. Il motivo era chiaro: l’Egitto riforniva di grano l’intero Mediterraneo, controllarne le entrate significava controllare Roma.

Ma insieme alla provincia il nuovo padrone ereditava qualcosa di più sottile e difficile da maneggiare: tremila anni di sacralità faraonica.

L’odio romano per i re, e la necessità di un faraone sul Nilo

Roma aveva cacciato i Tarquini nel 509 a.C. e fondato la Repubblica su un principio fondamentale: nessun singolo uomo poteva essere rex. La parola “re” era diventata tabù politico; quando Giulio Cesare sembrava aspirarvi, ne pagò le conseguenze con la vita. Augusto costruì con cura il proprio potere attorno a titoli repubblicani — princeps, imperator nel senso militare originario, tribunicia potestas — evitando accuratamente qualunque termine che evocasse monarchia. La parola rex non compare mai nella titolatura ufficiale di nessun imperatore romano.

In Egitto, però, esisteva un problema di segno esattamente opposto. La teologia templare egizia richiedeva l’esistenza di un faraone: un intermediario tra l’umanità e gli dèi, garante dell’ordine cosmico (Maat), officiante dei riti stagionali senza i quali il Nilo non sarebbe esondato, i raccolti non sarebbero cresciuti, il mondo non avrebbe funzionato. Dopo tremila anni di storia era semplicemente impensabile un Egitto senza faraone.

I sacerdoti, depositari di questa tradizione millenaria, trovarono la soluzione pragmatica: qualunque fosse il nome del nuovo padrone del Nilo, andava inserito nei cartigli e rivestito degli attributi faraonici. Non lo fecero necessariamente per obbedire a Roma — lo fecero perché il loro sistema teologico non contemplava un’alternativa. «Dovevano avere un faraone», ha scritto la prof.ssa Martina Minas-Nerpel dell’Università di Swansea, «e l’unico faraone possibile sotto Ottaviano era Ottaviano».

Si trattava, in sintesi, di un compromesso tacito: Roma garantisce ordine e non interferisce nei culti tradizionali; i sacerdoti egizi vestono il nuovo sovrano con i simboli faraonici, garantendo continuità religiosa e legittimazione locale del dominio romano.

Dal cartiglio ai templi: come si costruisce un faraone romano

Cerimonia tra Roma ed Egitto con generale romano incoronato e rilievo di faraone e dio Ra con cartiglio regale e processione di dignitari

Il meccanismo è documentato con straordinaria precisione grazie alla Stele di Philae, eretta nell’aprile del 29 a.C. presso il Tempio di Iside a Philae, vicino alla prima cateratta del Nilo. La stele fu commissionata da Gaio Cornelio Gallo, il primo prefetto romano d’Egitto scelto da Ottaviano. Il testo è trilingue — geroglifici egiziani, latino e greco — e celebra la fine dei re tolemaici e la vittoria sui “re degli etiopi”.

Per decenni si era creduto che il cartiglio inciso nella pietra contenesse il nome di Gallo stesso. Una nuova ricerca guidata dalla prof.ssa Minas-Nerpel ha invece confermato che il nome all’interno del cartiglio è quello di Ottaviano Augusto. Un’ulteriore conferma viene dall’isola di Kalabsha, in Alto Egitto, dove un secondo cartiglio con il nome di Ottaviano risale al 30 a.C., anno stesso della conquista.

Il meccanismo, dunque, era attivissimo già dall’inizio: il nome dell’imperatore viene scritto con i geroglifici nel formato riservato ai faraoni — un’ellisse allungata con una barra trasversale alla base, chiamata shenou in egiziano antico, destinata a contenere esclusivamente il nome del re e a proteggerlo con il suo potere. I sacerdoti traducevano il nome latino in una trascrizione geroglifica, gli attribuivano epiteti divini — “figlio di Ra”, “Signore delle Due Terre”, “colui che vive per sempre come Ra” — e lo inserivano nelle scene di offerta, nei rituali stagionali, nelle fondazioni di templi.

Nel tempio al dio Mandulis a Kalabsha (Talmis), Augusto è raffigurato nella stessa posa che poteva essere di un Thutmosi o di un Ramesse. Tiberio, erede di Augusto (14–37 d.C.), appare sulle pareti del tempio di Kom Ombo con la stessa iconografia faraonica. La pratica, documentata da Augusto fino a Costantino, attraversa tutte le grandi dinastie imperiali romane.

Caso di studio: Claudio, il faraone che non vide mai il Nilo

Il caso più paradossale e meglio documentato è quello di Claudio (41–54 d.C.). La scena di Shanhur — scoperta durante scavi nel 2000 e registrata completamente nel 2010 — è stata pubblicata sulla rivista accademica Zeitschrift für ägyptische Sprache und Altertumskunde dalle ricercatrici Martina Minas-Nerpel (Università di Swansea) e Marleen De Meyer (KU Leuven).

Il rilievo mostra Claudio nell’atto di erigere il palo di Min, il rituale che inaugura la stagione dei raccolti. È una scena di fondazione: il sovrano legittimo compie il gesto che garantisce la fertilità della terra. La corona che porta — tre piante di giunco sulle corna di un ariete, con falconi e dischi solari — è tipica della tarda tradizione faraonica, comune dopo il 332 a.C., mai indossata al di fuori dell’Egitto. I geroglifici descrivono il dio Min come «colui che addestra i cavalli da battaglia, la paura di lui è nelle Due Terre», e Min dice a Claudio: «Ti offro le terre straniere meridionali» — probabilmente i deserti ricchi di minerali.

Un’altra scena nello stesso tempio ritrae Claudio mentre offre lattuga a Min — simbolo della fertilità del dio — con Horo bambino al centro: «Prendi la lattuga per unirla al tuo corpo», dicono i geroglifici nella voce di Claudio.

Come Minas-Nerpel e De Meyer sottolineano: «Anche se sappiamo che Claudio, come la maggior parte degli imperatori romani, non visitò mai l’Egitto, il suo comando sul Nilo e sulle regioni desertiche era legittimato attraverso il culto. Decorando l’esterno del tempio con questo rituale, Claudio in teoria aveva ricevuto le caratteristiche di Min e quindi la sua abilità a governare l’Egitto».

Il paradosso è perfetto: a Roma, Claudio è l’imperatore che Caligola teneva nascosto dietro le tende per farne il bersaglio degli scherzi di corte. Sul Nilo è figlio di Ra, Signore delle Corone.

La “34ª Dinastia”: l’elenco dei faraoni romani

Nelle classificazioni storiografiche di settore, gli imperatori romani sono talvolta raccolti sotto la dicitura “faraoni romani” o, più raramente, “34ª Dinastia d’Egitto”. Non tutti gli imperatori sono attestati con la stessa intensità nelle iscrizioni templari — la documentazione dipende da quale tempio fu completato o decorato durante il loro regno. L’elenco seguente riassume le principali evidenze per dinastia.

ImperatorePeriodoEvidenze faraoniche principaliVisita in Egitto
Augusto30 a.C. – 14 d.C.Stele di Philae (29 a.C.); cartiglio a Kalabsha (30 a.C.); tempio di Kalabsha; iconografia faraonica in vari templiNo
Tiberio14 – 37 d.C.Pareti del Tempio di Kom OmboNo
Caligola37 – 41 d.C.Trasportò l’obelisco vaticano da Eliopoli a Roma; attestazioni templariNo
Claudio41 – 54 d.C.Tempio di Iside a Shanhur (scena di Min; scena della lattuga); Tempio di Iside a PhilaeNo
Nerone54 – 68 d.C.Iscrizioni templari; attestazioni geroglifiche con cartigliNo
Vespasiano69 – 79 d.C.Visitò Alessandria prima di salire al trono; attestazioni templari
Tito79 – 81 d.C.Attestazioni nei templi egizianiSì (come generale)
Domiziano81 – 96 d.C.Obelischi romani con geroglifici composti appositamente (Benevento, Pincio); scene templariNo
Traiano98 – 117 d.C.Decorazioni nel Tempio di Iside a Shanhur; attività costruttiva in EgittoNo
Adriano117 – 138 d.C.Visitò l’Egitto nel 130 d.C.; fece costruire obelisco per Antinoo; iscrizioni geroglifiche con elogi imperiali
Caracalla198 – 217 d.C.Attestazioni nei templi dell’Alto Egitto
fino al IV sec.La titolatura faraonica in geroglifico è attestata fino a Costantino[

Gli obelischi: l’altra faccia del doppio gioco

Illustrazione dell'antica Roma con obelischi egizi, templi monumentali, arco trionfale e folla in una piazza imperiale

Accanto alle rappresentazioni templari in Egitto, esiste un versante romano della stessa propaganda: gli obelischi. Roma è oggi la città con il maggior numero di obelischi al mondo — 13 in totale, di cui 8 di origine egizia autentica e 5 di fattura romana ma a imitazione egiziana.

Portare gli obelischi a Roma significava appropriarsi del prestigio dei faraoni e dimostrare che l’Impero era il nuovo centro del mondo. Augusto fu il primo a farlo su larga scala: fece trasportare da Eliopoli due grandi obelischi, uno per la spina del Circo Massimo e uno come gnomone del suo Solarium Augusti in Campo Marzio. Caligola spostò quello vaticano da Alessandria al suo circo privato.

Il caso di Domiziano è particolarmente rilevante: l’imperatore commissionò obelischi nuovi a imitazione di quelli egizi, facendoli ricoprire con iscrizioni geroglifiche composte appositamente per celebrare il mondo dell’Impero romano attraverso il filtro della cultura egizia. I suoi obelischi di Benevento — dedicati a Iside — non sono bottini di guerra ma atti consapevoli di appropriazione culturale. Alcuni, come l’obelisco Sallustiano, riportano geroglifici copiati con errori e capovolgimenti da modelli faraonici: Roma vuole parlare quella lingua, ma non sempre la conosce abbastanza bene.

Il quadro che emerge è quello di un doppio livello di propaganda speculare: in Egitto l’imperatore è raffigurato come faraone nei templi locali; a Roma porta gli obelischi dei faraoni per mostrare che è il loro erede.

Come si spiega, sul piano strutturale, che un sistema di potere così romano e anti-monarchico abbia accettato per secoli questo travestimento faraonico? La risposta sta nella logica del sistema templare egiziano.

I sacerdoti egizi erano l’unica casta in grado di leggere i geroglifici, ormai incomprensibili al resto della popolazione. Erano depositari di una cultura millenaria, garanti dei calendari agricoli e rituali, intermediari tra il popolo e gli dèi del Nilo. Non avevano interesse a sfidare il dominio romano — volevano continuare a officiare i culti, mantenere il controllo dei templi e dei loro patrimoni, garantire la fertilità della terra. Per farlo, avevano bisogno di un faraone.

Roma, dal canto suo, aveva tutto l’interesse a non interferire con questa macchina di legittimazione locale. Un Egitto i cui sacerdoti riconoscevano l’imperatore come faraone era un Egitto stabile, cooperativo, fiscalmente produttivo. Il prefetto imperiale governava in latino; i sacerdoti governavano in geroglifico; entrambi ci guadagnavano.

Il risultato fu una delle forme più sofisticate di adattamento culturale dell’antichità: un imperatore che a Roma era per statuto il primo tra i cittadini, in Egitto era il figlio di Ra che regge le Due Terre. Due identità, due linguaggi di potere, un solo uomo.

Chi fu davvero l’ultimo faraone?

La domanda ha due risposte legittime, a seconda dell’ottica.

Ottica politica: Cleopatra VII è l’ultima sovrana indipendente dell’Egitto, l’ultima che governò come faraone nel senso pieno — regnando in proprio, parlando egiziano (fu la prima della sua dinastia a impararlo), officiando i riti in persona. Con lei finisce la monarchia egizia come istituzione autonoma.

Ottica templare e cultuale: l’istituzione faraonica non si interrompe con Cleopatra. Continua nei templi, nelle iscrizioni, nei rilievi, nei cartigli. Gli imperatori romani sono faraoni per i sacerdoti del Nilo, faraoni nella teologia, faraoni nell’iconografia. Le ultime attestazioni certe di nomi imperiali in cartigli geroglifici con piena titolatura faraonica risalgono all’epoca di Costantino, nel IV secolo d.C. — tre secoli dopo Cleopatra.

La chiusura dei templi pagani ordinata da Teodosio nel 391 d.C. mise fine alla tradizione: non perché qualcuno decretasse la scomparsa del faraone, ma perché i sacerdoti che sapevano comporre le iscrizioni geroglifiche e officiare i riti scomparvero insieme ai templi.

Cleopatra è l’ultimo faraone che parlava egiziano. I suoi successori parlavano latino — ma per gli dèi del Nilo, fino alla fine, erano ancora faraoni.

Box: Timeline rapida

AnnoEvento
31 a.C.Battaglia di Azio: Ottaviano sconfigge Marco Antonio e Cleopatra
30 a.C.Morte di Cleopatra VII; Ottaviano annette l’Egitto come dominio personale; cartiglio di Kalabsha
29 a.C.Stele di Philae con il nome di Ottaviano in un cartiglio
27 a.C.Ottaviano riceve il titolo di “Augusto” dal Senato
10 a.C.Augusto trasporta l’Obelisco Flaminio da Eliopoli al Circo Massimo
14 d.C.Tiberio: primo erede al “trono faraonico” romano; attestazioni a Kom Ombo
41–54 d.C.Claudio: scene faraoniche a Shanhur (Min, offerta di lattuga)
81–96 d.C.Domiziano commette nuovi obelischi con geroglifici a Benevento
130 d.C.Adriano visita l’Egitto; morte di Antinoo; costruzione di obelisco commemorativo
IV sec. d.C.Ultime attestazioni di cartigli imperiali romani in geroglifico fino a Costantino
391 d.C.Editto di Teodosio: chiusura dei templi pagani; fine della tradizione templare egizia
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Lucia Tinagli