Croazia: scoperto santuario con maschere greche intatte

Nella penisola di Pelješac, in Croazia meridionale, la grotta di Crno Jezero restituisce una testa fittile raffigurante una maschera teatrale greca databile tra il IV e il III secolo a.C.: un reperto eccezionale che apre interrogativi sul culto dionisiaco lungo le coste dell'Illiria antica.

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Terracotta head sculpture with closed eyes and a subtle smile, orange-brown with dark markings.

A DUBROVNIK, in Croazia, gli scavi della grotta di Crno Jezero — il «lago nero» della penisola di Pelješac — hanno portato alla luce un oggetto di straordinaria pregnanza simbolica: una testa in terracotta che raffigura un volto umano recante una maschera teatrale di tradizione greca. Il reperto, datato con ragionevole certezza tra il IV e il III secolo a.C., era presumibilmente concepito per essere appeso a una parete, come attestano numerosi confronti tipologici nel panorama della coroplastica ellenistica.

La scoperta è stata annunciata da Domagoj Perkić del Museo Archeologico di Dubrovnik, che dirige le campagne di scavo nella grotta. Non si tratta del primo indizio di una frequentazione cultuale del sito: già l’anno precedente, le stesse operazioni di scavo avevano restituito una scultura interpretata come possibile raffigurazione di una divinità greca, aprendo la strada all’ipotesi — ora corroborata dai nuovi ritrovamenti — che Crno Jezero fungesse da luogo sacro, un santuario rupestre in cui si svolgevano rituali di natura ancora non del tutto definita.

La maschera teatrale greca — la πρόσωπον dei Greci, il persona dei Latini — non era nella cultura antica un semplice accessorio scenico. Essa incarnava una trasformazione ontologica: chi la indossava cessava temporaneamente di essere sé stesso per diventare il personaggio, il dio, l’archetipo. Nel contesto dionisiaco, questa metamorfosi assumeva una valenza religiosa diretta, poiché Dioniso era per eccellenza il dio del travestimento, dell’alterità, della dissoluzione dei confini tra umano e divino. La presenza di una maschera teatrale in un contesto santuariale non sorprende dunque gli specialisti, ma conferisce al ritrovamento una profondità interpretativa che va ben oltre la semplice identificazione tipologica.

Perkić ha sottolineato con prudenza filologica la complessità del quadro interpretativo: «Se Dioniso, o il suo corrispettivo illirico, possa essere messo in relazione con i vasi da vino e la maschera rinvenuti nella grotta rimane aperto all’interpretazione.» La cautela dello studioso è metodologicamente corretta: la sovrapposizione tra pantheon greco e tradizioni religiose illiriche locali è un fenomeno documentato lungo tutta la fascia adriatica orientale, e la semplice presenza di oggetti di importazione greca non implica necessariamente l’adozione integrale dei modelli cultuali ellenici.

A rafforzare l’ipotesi santuariale contribuisce l’insieme dei materiali recuperati nelle sezioni d’ingresso e laterali della grotta, rimaste sigillate e interrate fino all’avvio degli scavi. Ceramica greca d’importazione di pregio — anfore, coppe, kantharoi destinati al consumo rituale del vino — si affianca a vasellame di produzione locale che potrebbe interpretarsi come offerta votiva. La presenza dei kantharoi, il calice per eccellenza associato a Dioniso nell’iconografia e nella prassi cultuale greca, suggerisce con discreta insistenza la matrice dionisiaca del santuario, pur senza escludere sincretismi con figure divine indigene.

La frequentazione del sito sembra essersi protratta con continuità dal IV fino almeno al I secolo a.C., un arco temporale che abbraccia le grandi trasformazioni politiche e culturali del Mediterraneo ellenistico e i primi contatti con la potenza romana. Che un luogo di culto rupestre abbia mantenuto la propria vitalità attraverso secoli di mutamenti storici testimonia la forza di radicamento delle pratiche religiose locali, capaci di assorbire e reinterpretare le influenze esterne senza perdere la propria identità.

Il ritrovamento di Crno Jezero si inserisce in un quadro più ampio di riscoperta dei culti misterici lungo la sponda orientale dell’Adriatico, una regione a lungo considerata periferica rispetto ai grandi centri della civiltà classica, ma che le ricerche più recenti restituiscono nella sua reale complessità: un crocevia di culture, lingue e credenze religiose in cui il mondo greco, quello illirico e quello romano si intrecciarono in forme spesso sorprendenti.

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Fabio Saverio Gatto
Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente.
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Fabio Saverio Gatto
Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente.