Quando il Rinascimento bruciava le streghe… ma quante?

Tra il 1450 e il 1750, mentre Leonardo dipingeva e Copernico rivoluzionava l'astronomia, decine di migliaia di donne venivano processate, torturate e bruciate vive per stregoneria. Non fu un residuo del Medioevo: fu un prodotto del mondo moderno.

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C’è una contraddizione che la storia fatica ancora a spiegare fino in fondo. Mentre l’Europa dava vita al Rinascimento, scopriva l’America, dava forma al pensiero scientifico moderno e celebrava il trionfo della ragione umana, scatenava parallelamente una delle campagne di persecuzione più sistematiche della sua storia. Tra il XV e il XVIII secolo, decine di migliaia di persone — in maggioranza donne — furono accusate di aver stretto un patto con il diavolo, processate, torturate e messe a morte. Gli stessi secoli che produssero Erasmo, Leonardo e Copernico produssero anche il Malleus Maleficarum e i roghi di massa.

Questo paradosso non è un accidente della storia. È, al contrario, il cuore stesso del fenomeno. Come ha scritto Silvia Federici, i secoli tra il XIII e il XVII Secolo sono quelli che la vulgata scolastica presenta come il trionfo della ragione sul buio medievale, eppure sono proprio i secoli in cui una parte della popolazione europea viene perseguitata e uccisa per presunte arti malefiche. Comprendere la caccia alle streghe significa comprendere come una società possa essere al tempo stesso illuminata e brutale, progressista nella filosofia e reazionaria nel diritto.

Origini e radici culturali

Prima che diventasse il simbolo del male assoluto, la “strega” era qualcosa di molto più concreto e radicato nella vita delle comunità europee. Era la levatrice che assisteva i parti, la guaritrice che conosceva le proprietà delle erbe, la donna anziana depositaria di un sapere tramandato di generazione in generazione. Sortilegi e malefici erano proibiti già nella Roma dei cesari e negli statuti comunali medievali, ma si trattava di reati comuni, puniti come tali, senza quella dimensione cosmica di guerra spirituale che si sarebbe sviluppata più tardi.

Il passaggio decisivo avviene tra il XIV e il XV secolo, quando la teologia scolastica compie un’operazione intellettuale di enorme portata: equiparare la magia all’eresia. Non più semplice superstizione o residuo di ignoranza popolare, ma crimine spirituale, alleanza deliberata con le forze del male, minaccia all’ordine cosmico cristiano. L’interesse verso i fenomeni magici e la ricerca degli strumenti per perseguirli conosce un’accelerazione costante dal XIII secolo, ma è solo dalla fine del Quattrocento che la “caccia” diviene una realtà su scala continentale.

Le radici della persecuzione non sono soltanto teologiche. Affondano in una lunga stagione di instabilità materiale che l’Europa conobbe tra il XIV e il XVIII secolo, nota agli storici come Piccola Era Glaciale: un raffreddamento del clima che produsse estati brevi e piovose, raccolti insufficienti, carestie ricorrenti, epidemie e ondate di instabilità politica. Lo storico Wolfgang Behringer ha proposto una lettura eco-storica del fenomeno: quando le comunità rurali vedevano i loro campi devastati da grandinate improvvise, i loro animali morire senza spiegazione, i loro bambini spegnersi per malattie incomprensibili, avevano bisogno di trovare un responsabile umano. La strega era la risposta più immediata, più tangibile, più facilmente perseguibile.

Non è un caso che il picco della persecuzione — tra il 1590 e il 1640 — coincida con il momento di massima intensità della crisi climatica del XVII secolo, con il culmine della Guerra dei Trent’anni e con la diffusione delle guerre di religione. Il disastro naturale e il disastro politico si alimentavano a vicenda, e la strega era la figura capace di incarnarli entrambi.

Il manuale del terrore — Malleus Maleficarum (1486)

I domenicani Kramer e Sprenger consultano il Malleus Maleficarum del 1487 accanto alla bolla Summis desiderantes affectibus di Innocenzo VIII, 1484

Il 4 dicembre 1484, papa Innocenzo VIII firma la bolla Summis desiderantes affectibus. Il testo è formalmente una risposta a una preoccupazione pastorale: il pontefice esprime la sua «grande afflizione» per il continuo espandersi delle pratiche magico-demoniache in Germania, e conferisce ai domenicani Heinrich Institor Krämer e Jakob Sprenger l’incarico ufficiale di «punire, incarcerare e correggere» chiunque si fosse reso colpevole di stregoneria. La bolla affida inoltre al vescovo di Strasburgo il compito di vigilare affinché gli inquisitori potessero operare senza ostacoli.

Nell’inverno del 148687, i due inquisitori danno alle stampe il Malleus Maleficarum — «Il martello delle streghe» — primo trattato sistematico e organico sulla stregoneria. Pubblicato a Strasburgo nel 1487, venne ristampato ben quattordici volte prima del 1520 e rimase per quasi due secoli il punto di riferimento assoluto per giuristi, inquisitori e tribunali laici.

Il libro è costruito in tre parti che si integrano con precisione quasi ingegneristica. La prima dimostra — attraverso un apparato teologico e filosofico di tutto rispetto — l’esistenza della stregoneria, la necessità che venga perseguita e la preposizione misogina che le donne siano per natura più predisposte al male. La seconda descrive con minuzia le pratiche malefiche attribuite alle streghe: dai malefici sessuali alle tempeste artificiali, dai rapporti con il diavolo agli infanticidi rituali. La terza fornisce le istruzioni procedurali per condurre un processo, raccogliere confessioni sotto tortura e comminare le pene.

Il Malleus Maleficarum è anche un capolavoro di misoginia sistematica. Raccoglie e codifica tutti i pregiudizi della cultura cristiana sulla presunta naturale inferiorità femminile: la donna come essere mancante nell’atto della creazione, non salda nella fede, sessualmente insaziabile e dunque particolarmente suscettibile di scendere a patto con il demonio. Quasi tutte le streghe erano donne, spiegano i due domenicani, non per ragioni contingenti ma per ragioni ontologiche, legate alla natura stessa del femminile.

Occorre tuttavia precisare un dato storico spesso trascurato: il Malleus non trovò mai riconoscimento ufficiale né da parte della Chiesa cattolica né da quella dei tribunali romani. Sia l’Inquisizione spagnola che il Tribunale dell’Inquisizione romana lo respinsero come inadeguato sul piano giuridico. Il gesuita Friedrich Spee, uno dei più lucidi critici del processo a streghe del XVII Secolo, criticava soprattutto l’uso sistematico della tortura come strumento probatorio. Eppure, nonostante questa mancanza di legittimità formale, l’opera ebbe per generazioni un impatto devastante sulla giurisprudenza tedesca e centro-europea.

Anatomia di un processo

Processo per stregoneria nel XVI secolo: donna accusata davanti al tribunale inquisitoriale, con il Malleus Maleficarum, ceppi e vasca per la prova del nuoto

Erano tre le modalità attraverso cui poteva essere aperto un procedimento. La prima era la denuncia pubblica di un vicino, un conoscente, un rivale. La seconda era la fama pubblica, ovvero la voce diffusa in una comunità — bastava che abbastanza persone «sapessero» qualcosa di una donna perché quella voce diventasse elemento probatorio. La terza era l’iniziativa diretta dell’inquisitore o del magistrato. Le accuse nascevano con frequenza sorprendente da conflitti di vicinato, invidie personali, rivalità economiche, o dalla necessità di trovare un capro espiatorio per eventi calamitosi come la morte improvvisa del bestiame, il fallimento del raccolto, o la malattia di un bambino.

Le prove addotte nei processi erano nella stragrande maggioranza dei casi inconsistenti o logicamente circolari. Il “marchio del diavolo” — un neo, una voglia, qualunque imperfezione della pelle — era ritenuto prova inconfutabile di commercio con il demonio. La prova del nuoto prevedeva di gettare l’accusata nell’acqua legata: se galleggiava era colpevole, se annegava era innocente. Avere un aspetto selvatico, essere mendicante, adultera, erbaria, o semplicemente poco socievole poteva bastare per finire sotto processo. Nessuno dei prosecutori seppe mai rispondere a una domanda elementare: perché una presunta possessore di poteri soprannaturali non li usava per sfuggire alla propria cattura?

La tortura era lo strumento principale per estorcere confessioni, e una volta che l’accusata aveva confessato — quasi sempre sotto costrizione fisica — veniva immediatamente costretta a fare i nomi di complici e complici. Questo meccanismo innescava una spirale inarrestabile: ogni confessione generava nuove denunce, ogni nuovo processo produceva ulteriori nomi, e l’intera comunità si trovava risucchiata in un vortice di accuse reciproche che poteva durare anni. I processi di massa, come quello di Fulda o di Trier, mostrano con brutale chiarezza questo meccanismo.

La geografia del terrore

La caccia alle streghe non si distribuì uniformemente sul territorio europeo, e capire la sua geografia è essenziale per comprenderne le logiche profonde. La Germania fu il suo epicentro assoluto: nell’arco alpino, nella Francia orientale e nei Paesi Baschi si concentrò la più alta densità di processi e di roghi. Nel Sacro Romano Impero, le donne costituivano circa i tre quarti dei processati, una proporzione che riflette tanto l’ideologia misogina del Malleus quanto le specifiche tensioni sociali della Germania del XVI-XVII secolo.

Un caso emblematico è la caccia alle streghe di Fulda (1603-1606), dove il principe-abate Balthasar von Dernbach ordinò la morte di oltre 250 persone, tra cui uomini, donne e bambini. Fu uno dei processi di massa più brutali mai documentati nell’Europa moderna, e dimostra come i tribunali laici — in questo caso un potere religioso che esercitava funzioni civili — potessero essere ben più spietati dell’Inquisizione romana.

L’Italia presenta un caso che smentisce quasi ogni generalizzazione sul rapporto tra Inquisizione e caccia alle streghe. L’Inquisizione romana, pur potentissima, condannò al rogo per stregoneria entro le mura di Roma soltanto quattro persone. I processi nella Penisola si concentrarono nelle valli alpine — Valtellina, Friuli, Valle d’Aosta — e si stima che le vittime italiane siano state almeno un paio di migliaia, di cui però solo 36 direttamente imputabili al Vaticano. Solo dopo i primi decenni del XVII Secolo, l’Inquisizione romana adottò una posizione di crescente scetticismo, giungendo progressivamente a mettere in discussione la realtà stessa del fenomeno.

Mappa della distribuzione geografica dei processi per stregoneria in Europa nei secoli XVI–XVIII, con i casi di Fulda, Trier, Salem e Anna Göldi

In soli sedici mesi, tra il febbraio 1692 e il maggio 1693, duecento persone furono accusate di stregoneria nella piccola colonia puritana di Salem, in Massachusetts. Diciannove di loro vennero giustiziate, una morì schiacciata dai pesi della tortura, cinque morirono in prigione. Il caso di Salem non è semplicemente la versione americana di un fenomeno europeo: è la dimostrazione di come la psicologia del panico collettivo, amplificata da un contesto di minacce esterne reali — epidemie, attacchi dei nativi, instabilità politica — possa trasformare una comunità in un tribunale permanente, dove l’accusa è già condanna.

Il 13 giugno 1782, nella piazza centrale di Glarona, in Svizzera, viene decapitata Anna Göldi, nata nel 1734 nel canton San Gallo da una famiglia di modeste condizioni. Lavorava come domestica, era una donna sola, senza protezioni sociali di sorta. Fu accusata di aver avvelenato una bambina della famiglia che la impiegava; sotto tortura confessò di aver stretto un patto con il diavolo manifestatosi sotto forma di un cane nero. La sua esecuzione avvenne quasi un secolo dopo la fine della grande stagione dei roghi europei, in un paese considerato all’avanguardia del pensiero Illuminato. Il Canton Glarona la riabilitò ufficialmente soltanto nel 2008, diventando il primo caso al mondo di riabilitazione parlamentare di una condannata per stregoneria.

I numeri reali — smontare i miti

Uno degli errori più tenaci della cultura popolare è quello di attribuire alla caccia alle streghe numeri nell’ordine dei milioni di vittime. La cifra di nove milioni di donne bruciate — diffusa in particolare da certi ambienti femministi degli anni ’70 — non ha alcun fondamento storico-documentario. La storiografia moderna, basata sullo spoglio sistematico degli archivi processuali, fornisce cifre ben diverse, ma non per questo meno agghiaccianti.

Le stime più accreditate parlano di circa 100.000 persone processate in Europa e nelle sue colonie tra il 1450 e il 1750, di cui tra le 40.000 e le 60.000 effettivamente giustiziate. Alessandro Barbero, in una delle sue conferenze più citate, indica una forbice tra 35.000 e 100.000 vittime. Si tratta di numeri che non hanno nulla da invidiare ad altri genocidi simbolici della storia europea, e che assumono tutto il loro peso se si considera che si svolsero nell’arco di tre secoli, in modo capillare, comunità per comunità, con la benedizione — diretta o indiretta — delle istituzioni civili e religiose.

La composizione per genere non era uniforme. Se nel Sacro Romano Impero le donne rappresentavano circa i tre quarti degli accusati, in Finlandia gli uomini erano il 50%, in Russia il 70%, in Islanda il 90%. L’immagine della caccia alle streghe come persecuzione esclusivamente femminile riflette una media parziale, non la realtà di ogni singolo contesto locale.

Perché accadde — le interpretazioni storiografiche

La storiografia ha profondamente rivisto, a partire dagli anni ‘70 del Novecento, le interpretazioni romantiche e positiviste del fenomeno, proponendo chiavi di lettura spesso complementari tra loro.

La chiave religiosa

La prima spiegazione, e quella storicamente più consolidata, vede nei processi per stregoneria il prodotto diretto dei conflitti di religione e della frammentazione del potere politico del XVI-XVII secolo. La Riforma protestante e la Controriforma crearono un clima di guerra spirituale in cui il diavolo era un attore storico reale, presente e operante nel mondo. In questo contesto, la strega non era una figura folklorica ma un’agente del nemico, una quinta colonna nelle comunità cristiane. Significativamente, i tassi di persecuzione erano analoghi nei territori protestanti e in quelli cattolici, a dimostrazione che il fenomeno trascendeva le divisioni confessionali.

La chiave di genere

A partire dagli anni ’70, storiche e studiose femministe hanno proposto una lettura radicalmente diversa: la caccia alle streghe come strumento di controllo patriarcale sul corpo e sul sapere femminile. In questa prospettiva, le accuse colpivano in modo sproporzionato donne che contraddicevano il modello di femminilità imposto dall’Europa dell’epoca: donne che praticavano medicina autonomamente, donne che vivevano senza la protezione di un marito o di un padre, donne anziane che occupavano spazio sociale senza produrre forza-lavoro. La strega era il negativo della donna ideale: feconda ma al servizio del male, sapiente ma al servizio del diavolo.

La chiave capitalista

Silvia Federici ha elaborato in Calibano e la strega la tesi più ambiziosa e politicamente rilevante: la caccia alle streghe come componente essenziale dell’accumulazione originaria capitalista. Nello stesso periodo in cui le recinzioni espropriavano i contadini dalle terre comuni, la persecuzione delle streghe espropriava le donne dal controllo del proprio corpo, della propria sessualità e delle proprie conoscenze riproduttive. Le guaritrici, le levatrici, le donne che trasmettevano saperi contraccettivi erano le prime nemiche di un sistema economico emergente che aveva bisogno di corpi femminili disciplinati e produttivi. Tra il XIV e il XVIII Secolo, stima Federici, morirono uccise cinquantamila persone in un processo trasversale ai paesi cattolici e protestanti, che rivela la sua natura economica più che strettamente religiosa.

La chiave climatica

Wolfgang Behringer ha avanzato l’ipotesi eco-storica più documentata: la Piccola Era Glaciale, con le sue carestie, pestilenze e catastrofi naturali, avrebbe creato il substrato materiale del panico collettivo. Quando le comunità rurali vedevano i loro campi distrutti da grandinate improvvise, il loro bestiame morire senza apparente causa, i loro bambini decimati da malattie incomprensibili, cercavano inevitabilmente un responsabile umano. La strega era la risposta più immediata. La correlazione tra il picco della persecuzione (1590-1640) e il momento di massima intensità della crisi climatica del XVII Secolo non è casuale, sostiene Behringer, ma rivela un nesso causale preciso.

La chiave politica

Una lettura più recente sottolinea il ruolo dei tribunali laici locali — spesso ben più spietati di quelli ecclesiastici — nell’usare la caccia alle streghe come strumento di disciplinamento sociale e di affermazione del potere sul territorio. Le accuse di stregoneria permettevano di eliminare individui scomodi, regolare conflitti fondiari, liquidare rivali politici o religiosi sotto la copertura di un’accusa impossibile da confutare. In questa prospettiva, la strega era un’invenzione funzionale al potere, non soltanto alla fede.

Eredità e attualità

Il processo di riabilitazione simbolica e giuridica delle vittime è lento, frammentario e politicamente controverso. Il caso di Anna Göldi nel 2008 rappresenta un precedente storico mondiale, ma rimane un caso isolato. A Salem, il governo del Massachusetts ha riabilitato formalmente le ultime vittime — tra cui Elizabeth Johnson Jr., processata a 22 anni — soltanto nel 2022, 330 anni dopo i fatti. La stragrande maggioranza dei condannati europei non ha mai ricevuto alcun riconoscimento ufficiale: i loro nomi restano negli archivi processuali, quando ci sono, o sono stati semplicemente inghiottiti dalla storia.

A partire dagli anni ‘70 del Novecento, il Movimento femminista ha operato una sistematica riappropriazione del simbolo della strega come figura di resistenza al potere patriarcale. La strega — guaritrice, levatrice, depositaria di saperi autonomi — è diventata un’icona delle lotte per l’autodeterminazione femminile, capace di attraversare generazioni e contesti culturali molto diversi. Nei social media contemporanei questo processo si è ulteriormente accelerato, con la nascita di comunità online che combinano pratiche spirituali, stregoneria rituale e militanza politica.

Sarebbe rassicurante pensare alla caccia alle streghe come a un capitolo definitivamente chiuso. Non lo è. In Arabia Saudita la stregoneria è ancora reato capitale: nel 2011 una donna fu decapitata con questa accusa. In Nigeria, Repubblica Democratica del Congo e Camerun, migliaia di bambini vengono ogni anno accusati di stregoneria e abbandonati o uccisi dalle loro famiglie. Nel lessico politico contemporaneo, l’espressione «caccia alle streghe» è entrata stabilmente per indicare persecuzioni ideologiche di massa o processi sommari senza prove — dal maccartismo degli anni ’50 fino ai dibattiti politici odierni. La domanda che questo dossier lascia aperta è la stessa che ogni epoca dovrebbe porsi: quando una società identifica un nemico invisibile e onnipresente, chi sono le sue streghe?

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Stefania Maurilio
Scrittrice di contenuti storici e divulgativi, esplora il passato attraverso articoli che combinano precisione, sintesi e passione narrativa. Si concentra soprattutto su storia romana, Medioevo e grandi snodi politici, religiosi e militari.