Occhiello — Roma, 28 marzo 193 d.C.: un imperatore esce incontro ai suoi stessi soldati per parlare. Non fugge, non si barrica. I pretoriani lo uccidono; poco dopo, mettono l’Impero in vendita.
La scena più scandalosa della Roma imperiale non è un banchetto di Commodo né un incendio di Nerone. È un’asta. Dopo aver assassinato Pertinace, la guardia pretoriana chiuse le porte del proprio campo e fece sapere che il potere sarebbe andato a chi avesse offerto di più. A vincere fu Didio Giuliano. Il Senato lo riconobbe, la folla lo insultò e, nel giro di poche settimane, le legioni provinciali decisero che Roma non poteva restare in mano a un compratore.
Il punto, però, non è la caricatura di un Impero “degenerato”. È il fallimento di un progetto preciso. Pertinace non fu travolto da una congiura impenetrabile: fu eliminato perché tentò di imporre misura a un corpo armato che aveva imparato a considerare il palazzo una fonte di premi, privilegi e impunità. La sua morte durò un attimo; il meccanismo che la produsse era stato preparato da anni.
Il 193 fu poi chiamato “anno dei cinque imperatori”. Ma prima della guerra civile, prima di Settimio Severo e delle armate in marcia sull’Italia, ci fu una domanda brutale: chi controllava davvero Roma? Il Senato, il popolo, l’imperatore o gli uomini armati incaricati di proteggerlo?
Il successore che non cercava il trono
Commodo venne ucciso nella notte fra il 31 dicembre 192 e il 1° gennaio 193. Il suo regno era finito fra paura, congiure di palazzo e una corte in cui il favore personale valeva più dell’amministrazione. I congiurati scelsero Pertinace perché aveva una reputazione opposta: generale esperto, uomo di carriera, senatore anziano, sobrio nei costumi. Erodiano insiste sulla sua moderazione e sulla stima che godeva presso la popolazione; Cassio Dione, che era senatore e contemporaneo degli eventi, lo giudica “eccellente e retto”.
Non era il candidato della dinastia, né l’uomo di una fazione di massa. Era, per usare una formula moderna, il nome che doveva rassicurare tutti dopo il trauma. I congiurati avevano bisogno di un imperatore capace di prendere il posto di Commodo senza aprire immediatamente una resa dei conti; il Senato sperava in una correzione del governo precedente; il popolo desiderava che finissero l’arbitrio e la paura.
Pertinace fu però costretto a misurarsi subito con un problema che non si poteva risolvere con la reputazione. La guardia pretoriana aveva un peso politico enorme. Non era un esercito qualsiasi: stava a Roma, viveva accanto al potere, sorvegliava il palazzo e poteva decidere materialmente chi vi entrava e chi ne usciva. Per ottenere la sua accettazione, Pertinace promise una donativa. Cassio Dione parla di dodicimila sesterzi a uomo. Non era un dettaglio contabile: era il prezzo d’ingresso imposto dalla forza armata più vicina al trono.
Fin dall’inizio, dunque, il nuovo imperatore viveva una contraddizione. Voleva restaurare regole e sobrietà, ma per diventare imperatore aveva già dovuto pagare i soldati che avrebbero dovuto garantirgli l’ordine.
Il nodo non era il denaro: era il potere di dire no
Ridurre tutto all’avidità dei pretoriani è comodo, ma insufficiente. Il denaro contava, eccome. Commodo aveva distribuito favori e concesso una cultura della licenza che rendeva insopportabile qualsiasi ritorno alla disciplina. Ma il punto decisivo era politico: Pertinace voleva che il comando tornasse a significare servizio e non ricatto.
Le fonti descrivono un principe impegnato a correggere abusi, a rimettere ordine nei conti, a frenare la prodigalità del palazzo e a ridurre il clima di arbitrio lasciato dal predecessore. Non ogni dettaglio dei provvedimenti è accettato dagli storici con la stessa sicurezza — alcune notizie dipendono dalla Historia Augusta, testo tardo e problematico — ma il quadro generale è confermato da fonti indipendenti: Pertinace cercò di cambiare stile e, soprattutto, fece capire ai pretoriani che i privilegi concessi fuori da ogni regola non sarebbero durati per sempre.
Fu un errore? Sul piano della sopravvivenza personale, forse sì. Sul piano politico, il problema è opposto: un imperatore che non riesce a dire no alla propria guardia non governa davvero. Cassio Dione racconta che i soldati avevano intuito il pericolo: temevano che sarebbero stati aboliti gli abusi ottenuti sotto Commodo. Non avevano bisogno di aspettare una riforma scritta. Bastava il cambio di tono.
Questa è la parte più scomoda della vicenda. Pertinace non fu ucciso perché aveva umiliato l’esercito romano nel suo insieme. Le legioni ai confini non erano il suo nemico naturale; molte avrebbero giudicato illegittima la farsa che seguì. Fu colpito da una guardia di palazzo abituata a trattare la vicinanza al potere come una rendita.
Ventotto marzo: l’imperatore che scelse di non fuggire
Dopo appena ottantasette giorni di regno, una parte dei pretoriani entrò armata nel palazzo. Erodiano racconta che gli uomini di Pertinace gli consigliarono di mettersi in salvo e cercare appoggio fuori dal palazzo. Lui rifiutò. Non volle presentarsi come un fuggiasco davanti ai soldati che, almeno sulla carta, erano i suoi difensori.
Andò loro incontro e provò a parlare. La scena è impressionante non perché sia romantica, ma perché mostra quanto fosse arrivata lontano la crisi: l’imperatore era costretto a negoziare la propria vita con uomini che ricevevano lo stipendio per proteggerla. Secondo Erodiano, alcuni cominciarono persino a esitare; altri attaccarono prima che il discorso potesse sciogliere la rabbia. Pertinace cadde nel palazzo il 28 marzo 193.
Non fu un incidente isolato, né la semplice vendetta di soldati offesi. La sua morte mandava un messaggio al Senato e alla città: a Roma il potere reale stava dove stavano le armi. Per questo la reazione successiva fu così devastante.
Quando l’Impero fu davvero messo all’asta
I pretoriani tornarono nel loro campo, sbarrarono gli ingressi e offrirono il potere al migliore offerente. Il gesto è attestato sia da Cassio Dione sia da Erodiano, due testimoni molto diversi per posizione e stile. Didio Giuliano, ricchissimo ex console, raggiunse le mura del campo e fece la sua proposta mentre un altro candidato, Sulpiciano, trattava dall’altra parte. I soldati scelsero Giuliano.
Non bisogna immaginare un’asta moderna, ordinata, con un banditore e documenti firmati. Fu una contrattazione armata, fatta di promesse di denaro e di garanzie politiche. Ma l’effetto pubblico fu esattamente quello di un’asta: l’Impero sembrava una proprietà privata che una guardia poteva alienare. Giuliano promise ai pretoriani denaro e il ritorno agli onori di Commodo; fu accompagnato al palazzo fra le armi, non fra gli applausi.
La città reagì con disprezzo. Erodiano descrive una popolazione che lo malediceva e lo accusava di aver comprato il potere. Il Senato, senza una forza propria in grado di opporsi, ratificò l’inevitabile. Ma il consenso legale senza legittimità reale non bastò. Nelle province si mossero tre comandanti: Pescennio Nigro in Siria, Clodio Albino in Britannia e Settimio Severo sul Danubio.
Fu Severo a capire per primo la lezione. Marciò su Roma presentandosi come vendicatore di Pertinace. Quando arrivò, liquidò Giuliano e neutralizzò i pretoriani che avevano assassinato il suo predecessore. Non abolì la necessità di una guardia imperiale: la rifondò con uomini scelti dalle legioni, spezzando il vecchio gruppo compromesso. Il potere dei soldati non scomparve; cambiò padrone e struttura. Per capire quella svolta, vale la pena rileggere anche la storia di Didio Giuliano e l’ascesa di Settimio Severo.
Il paradosso della guardia: difendere il principe, scegliere il principe
La vicenda di Pertinace non nasce nel vuoto. I pretoriani erano stati creati come guardia del comandante e dell’imperatore; la loro vicinanza fisica al centro del potere li rendeva però diversi dalle legioni stanziate sulle frontiere. Potevano intervenire nella successione prima ancora che il Senato deliberasse, che la città capisse cosa fosse accaduto o che le province ricevessero la notizia.
Questo non significa che ogni pretoriano fosse un mercenario senza scrupoli, né che l’intera guardia agisse sempre come un blocco unico. La sua storia è fatta anche di disciplina, campagne e servizio reale. Ma la funzione istituzionale conteneva un rischio permanente: chi controllava l’accesso al sovrano disponeva di un potere che nessuna formula giuridica riusciva a neutralizzare del tutto. Quando il rapporto con il principe era regolato da donativi eccezionali e favori personali, quel rischio diventava ricatto.
Nel 193 l’asta rese visibile ciò che, fino a quel momento, poteva ancora essere nascosto dietro le cerimonie della successione. I pretoriani non chiesero soltanto una ricompensa: imposero che il comando supremo passasse attraverso la loro approvazione economica. La risposta di Severo fu perciò tanto pragmatica quanto dura. Non predicò il ritorno a un’impossibile purezza senatoria; tolse il controllo del palazzo a quel gruppo e lo affidò a soldati legati alle sue legioni. La crisi non fu risolta con un principio astratto: fu risolta cambiando il rapporto di forza.
Pertinace non è un santo: è la prova di un limite
È facile trasformarlo in un martire perfetto della buona politica. Le fonti favorevoli, soprattutto Cassio Dione, invitano alla cautela: Pertinace aveva alle spalle una lunga carriera nel sistema imperiale e non era un democratico fuori dal suo tempo. Aveva accettato una donativa, aveva governato in un mondo nel quale il consenso militare era indispensabile e non poteva risolvere in tre mesi le distorsioni di un intero regno.
Ma questo non cancella la forza della sua scelta. Cercò di governare senza lasciare che il palazzo diventasse il bottino di chi lo proteggeva. Fu proprio quel tentativo a renderlo incompatibile con una parte della guardia.
La morte di Pertinace non dimostra che Roma fosse destinata a crollare nel 193. Dimostra qualcosa di più concreto e più attuale: uno Stato entra in pericolo quando chi possiede le armi può fissare il prezzo dell’autorità. I pretoriani non venderono soltanto un trono. Mostrarono a tutti che l’Impero aveva perso, per un momento decisivo, la capacità di distinguere la protezione dal ricatto.
Settimio Severo avrebbe rimesso ordine con l’esercito, non contro l’esercito. Ma l’ordine che nacque dopo la morte di Pertinace era diverso: più militare, più esplicito, meno disposto a fingere che il Senato fosse ancora il centro del potere. L’asta del 193 non fu la fine di Roma. Fu la fine dell’illusione che bastassero le vecchie forme a controllare chi aveva le spade.





