Nel mare di Camogli, a Punta Chiappa, nove anfore ricoperte di concrezioni hanno rimesso in movimento un caso che sembrava chiuso da decenni: il possibile relitto romano visto nel 1959 e poi inghiottito dalla memoria dei fondali liguri.
Non è una nave riemersa con il fasciame intatto, né un tesoro pronto per una vetrina. È qualcosa di più intrigante per l’archeologia: una traccia concreta, piccola ma ostinata, che riporta i ricercatori sul punto in cui una storia era stata interrotta.
Il 22 ottobre la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Liguria ha annunciato che i Carabinieri del Nucleo Subacquei di Genova, durante un’attività addestrativa nelle acque dell’Area Marina Protetta di Portofino, hanno individuato un’anfora romana integra a oltre quaranta metri di profondità. Le immersioni successive, con il Servizio Tecnico di Archeologia Subacquea, hanno censito altre otto anfore in un’area ristretta, incastrate nelle fessure della falesia e saldate al fondale dalle concrezioni.
Il relitto che era svanito nel 1959
La coincidenza è troppo forte per passare inosservata. Nel novembre 1959 il pioniere della subacquea Duilio Marcante aveva segnalato, proprio a Punta Chiappa, una coppia di anfore e una dispersione di materiali che lasciava immaginare un relitto. L’anno successivo Nino Lamboglia, figura decisiva dell’archeologia subacquea italiana, tentò di verificarne l’esistenza. Poi quel punto sparì: coordinate imprecise, visibilità difficile, fondale accidentato e forse anche saccheggi avevano trasformato il sito in un piccolo fantasma del mare ligure.
La nuova scoperta non autorizza ancora a dire che sia stata ritrovata con certezza la stessa imbarcazione descritta negli anni Cinquanta. La Soprintendenza parla correttamente di una ipotesi: la concentrazione delle anfore è compatibile con la presenza di un relitto, e la posizione sembra riaprire il dossier Marcante-Lamboglia, ma serviranno rilievi, confronti tipologici e indagini sul sedimento per legare definitivamente i due episodi.
È una cautela importante. Sui fondali, una manciata di anfore può essere il resto di un carico disperso, il segnale di una nave spezzata sugli scogli o materiali spostati dalle correnti. La differenza la fanno la distribuzione dei reperti, eventuali elementi dello scafo e il contesto che le future ricognizioni potranno documentare.
Nove anfore e una rotta commerciale romana
L’anfora integra individuata per prima appartiene al tipo Dressel 1, il grande contenitore da trasporto che nel Mediterraneo romano, tra la tarda età repubblicana e l’inizio dell’Impero, è legato soprattutto alla circolazione del vino italico. Le anfore non erano oggetti decorativi: erano la tecnologia logistica del loro tempo. Standardizzate, robuste, impilabili, trasformavano il vino in una merce capace di viaggiare per mare su scala enorme.
Per questo le nove anfore di Punta Chiappa contano più di quanto possa suggerire il loro numero. La datazione proposta, tra la fine del II e l’inizio del I secolo a.C., colloca il possibile naufragio in un Mediterraneo già dominato dalle reti economiche romane, mentre la Liguria assumeva un ruolo strategico nei collegamenti fra penisola italiana, Gallia meridionale e penisola iberica.
Non sappiamo ancora da dove provenisse la nave, dove fosse diretta o che cosa trasportasse oltre alle anfore. Persino l’uso vinaro resta la spiegazione più plausibile, non una certezza ricavata da residui analizzati. Ma il tipo di contenitore e il punto del ritrovamento bastano a indicare un traffico costiero intenso, in un tratto di mare che poteva offrire riparo e insieme diventare insidioso con vento, scogli e correnti.
Perché il ritrovamento conta davvero
La parte più affascinante della storia non è soltanto romana. È anche una storia di archeologia italiana: una segnalazione nata quando lavorare sott’acqua significava affidarsi a strumenti e coordinate infinitamente meno precisi di quelli odierni; una ricerca rimasta sospesa per sessantasette anni; infine un ritrovamento avvenuto non in una spettacolare caccia al tesoro, ma durante un addestramento dei Carabinieri Subacquei.
Due delle anfore sono state recuperate perché più esposte e dunque vulnerabili in un’area frequentata dai sub. Le altre sono state lasciate dove erano, perché un sito archeologico non è soltanto la somma dei pezzi che se ne possono estrarre. Il fondale, le distanze, le fratture della roccia e le concrezioni raccontano quanto gli oggetti stessi.
È questo il punto che trasforma il “relitto fantasma” in una notizia più grande della sua leggenda. Punta Chiappa non ha ancora restituito una nave intera e non ha risolto ogni domanda. Ha però restituito il luogo di una domanda dimenticata: come e dove naufragò un carico romano davanti a Portofino? Dopo sessantasette anni, il mare ha smesso di tacere. Ora tocca agli archeologi capire quanto della storia abbia deciso di restituire.





