Roma. Presso la Basilica di Sant’Agnese fuori le mura, lungo l’antica via Nomentana, una nuova ipotesi di attribuzione artistica ha riacceso il dibattito tra gli studiosi del Rinascimento. La studiosa indipendente Valentina Salerno ha annunciato mercoledì scorso che un busto marmoreo raffigurante il Cristo, conservato da secoli all’interno della chiesa, potrebbe essere opera di Michelangelo Buonarroti.
Se l’attribuzione venisse confermata, si tratterebbe di una scoperta significativa: Michelangelo è infatti uno degli artisti più studiati e influenti della storia dell’arte, e il suo stile è stato imitato per secoli. Proprio per questo, ogni nuova proposta di attribuzione legata al maestro toscano suscita grande attenzione, ma anche un attento confronto tra gli specialisti.
Il busto si trova su un altare di una cappella laterale della basilica e, per lungo tempo, è stato catalogato dal Ministero della Cultura come un’opera anonima della scuola romana del XVI secolo.
La proposta avanzata da Valentina Salerno, però, non si fonda soltanto su un confronto stilistico. Alla base dell’ipotesi c’è infatti un lavoro di ricerca durato circa dieci anni, condotto con grande attenzione negli archivi storici. La studiosa ha esaminato testamenti, inventari e documenti notarili conservati negli archivi di Stato, negli archivi ecclesiastici e nelle carte delle confraternite romane alle quali appartenevano Michelangelo e alcuni dei suoi allievi.
Secondo Salerno, proprio da questa fitta rete di fonti documentarie emergerebbero indizi utili per collegare il busto conservato nella basilica all’ambiente diretto dell’artista — e forse allo stesso Michelangelo.
Secondo la ricostruzione proposta dalla studiosa, il busto sarebbe stato modellato sulle fattezze di Tommaso de’ Cavalieri, l’amico più intimo di Michelangelo. La scultura farebbe inoltre parte del vasto insieme di opere e materiali che l’artista lasciò ai suoi collaboratori e discepoli alla sua morte.
Ma l’aspetto più sorprendente della ricerca riguarda ciò che emergerebbe dai documenti d’archivio. Salerno sostiene infatti di aver trovato tracce di una sorta di patto segreto tra alcuni allievi di Michelangelo e i loro eredi: un accordo pensato per mantenere le opere del maestro lontane dal mercato artistico ufficiale e proteggerle nel tempo.
Tra gli elementi più suggestivi compare il riferimento a una camera blindata, accessibile solo utilizzando contemporaneamente tre chiavi diverse, custodite da tre studenti distinti. In epoche successive la stanza sarebbe stata trovata vuota, ma secondo la studiosa i documenti permetterebbero di ricostruire il percorso delle opere che vi erano conservate, successivamente trasferite in istituzioni religiose e in depositi secondari.
Questa interpretazione mette in discussione una convinzione diffusa tra gli storici dell’arte: quella secondo cui Michelangelo, negli ultimi anni della sua lunga vita — morì infatti a ottantotto anni — avrebbe distrutto gran parte dei propri disegni e studi preparatori. I documenti individuati da Salerno sembrerebbero suggerire invece uno scenario diverso: non una distruzione sistematica, ma un trasferimento accuratamente organizzato di alcune opere e materiali a una cerchia ristretta di collaboratori fidati.
L’ipotesi di un possibile intervento di Michelangelo nel busto di Sant’Agnese, in realtà, non è del tutto nuova. Già nell’Ottocento lo scrittore francese Stendhal, dopo aver osservato la testa del Salvatore nella basilica, scrisse che sarebbe stato pronto a giurare sulla sua paternità michelangiolesca.
Questa suggestione, però, venne successivamente ridimensionata: nel 1980 uno studioso confutò l’attribuzione, e da allora il busto tornò a essere considerato un’opera anonima della scuola romana. Di conseguenza, la scultura cadde progressivamente nell’ombra del dibattito accademico — almeno fino alle nuove ricerche presentate oggi.
La figura di Valentina Salerno ha suscitato curiosità, ma anche un certo scetticismo tra gli specialisti. Attrice e autrice di romanzi, non possiede infatti un titolo accademico specifico né una formazione formale in storia dell’arte.
La stessa Salerno ha raccontato di essersi avvicinata a queste ricerche quasi per caso: circa dieci anni fa, mentre raccoglieva materiale per un romanzo dedicato a Michelangelo Buonarroti, avrebbe iniziato a consultare documenti d’archivio che l’hanno progressivamente condotta verso questa nuova ipotesi di attribuzione.
Nonostante la mancanza di credenziali accademiche tradizionali, il suo lavoro ha comunque attirato l’attenzione di alcune figure di rilievo. Il cardinale Mauro Gambetti, arciprete della Basilica di San Pietro, ha infatti nominato Salerno e il suo mentore membri di una commissione scientifica istituita nel 2025 per organizzare le celebrazioni del cinquecentocinquantesimo anniversario della nascita di Michelangelo.
All’interno di questo comitato figurano anche personalità di primo piano del mondo museale e accademico, come Barbara Jatta, direttrice dei Musei Vaticani, e Hugo Chapman, responsabile delle collezioni di disegni italiani e francesi al British Museum di Londra.
Nonostante ciò, molti di questi esperti hanno adottato un atteggiamento di grande prudenza. La stessa Jatta ha preso le distanze dalle attività della commissione, sottolineando che si tratta di un progetto promosso specificamente dal cardinale Gambetti. Anche altre istituzioni internazionali, interpellate sulla questione, hanno preferito non rilasciare commenti ufficiali.
Tra le voci più autorevoli intervenute nel dibattito c’è quella di William Wallace, docente di storia dell’arte e tra i principali studiosi di Michelangelo. Wallace ha riconosciuto che il lavoro d’archivio condotto da Salerno appare metodologicamente serio e accurato. Allo stesso tempo, però, ha espresso forti dubbi sull’ipotesi più suggestiva della ricerca: l’esistenza di un vasto tesoro di opere michelangiolesche rimaste nascoste.
Secondo lo studioso, infatti, negli ultimi anni della sua vita Michelangelo era già intensamente impegnato nella supervisione di numerosi progetti architettonici a Roma — almeno sei cantieri di grande portata. In un contesto simile, osserva Wallace, sarebbe stato difficile trovare il tempo per produrre segretamente una grande quantità di nuove sculture o disegni.
L’attenzione dei media intorno a questa vicenda è alimentata anche dagli enormi interessi economici legati al nome di Michelangelo. Il mercato dell’arte attribuisce infatti valori altissimi alle opere riconducibili al maestro. Di recente, per esempio, uno schizzo raffigurante un piede attribuito all’artista è stato venduto in una nota casa d’aste per oltre ventisette milioni di dollari, nonostante alcuni studiosi lo considerassero probabilmente una copia.
In un contesto così delicato, segnato da attribuzioni discusse e da valori economici molto elevati, le autorità hanno deciso di rafforzare le misure di sicurezza attorno al busto conservato nella basilica di Sant’Agnese. Il Nucleo tutela patrimonio culturale dei Carabinieri sta monitorando la situazione e, accanto alla scultura, è stato affisso un cartello che segnala la presenza di un sistema di allarme attivo.
Mentre la comunità scientifica attende che Salerno pubblichi integralmente le trascrizioni dei documenti — così da poterle sottoporre a una revisione tra pari — la basilica continua a custodire il suo enigmatico busto marmoreo. La ricercatrice ha promesso di rendere disponibili nuove prove documentarie e auspica che altri specialisti possano esaminare il materiale e verificare le sue conclusioni.Per ora il dibattito rimane aperto. Da una parte c’è il fascino di una possibile riscoperta nata tra le carte d’archivio; dall’altra, il rigore necessario per attribuire con certezza un’opera a uno dei più grandi artisti della storia. Se l’ipotesi venisse confermata, il busto di Sant’Agnese si aggiungerebbe infatti al ristretto gruppo di capolavori associati al nome di Michelangelo, accanto a opere celebri come il David o la Pietà.




