Ad Eliopoli, in Egitto, la terra torna a parlare con la voce dei millenni. Nel cuore della necropoli che un tempo si distendeva ai margini di Iunu — la «Città dei Pilastri», sacra al dio solare Ra e meta di pellegrinaggi sin dalla più remota antichità faraonica — gli archeologi del Supremo Consiglio delle Antichità hanno portato alla luce un deposito funerario di eccezionale valore storico e simbolico. La scoperta, avvenuta nel corso degli scavi sistematici condotti nella tomba in mattoni crudi appartenuta a un individuo di nome Panehsy, ha restituito non soltanto resti scheletrici umani, ma un corredo che racconta con straordinaria eloquenza il rapporto tra vita, morte e trascendenza nell’antico Egitto.
Al di sotto della sepoltura principale, i ricercatori hanno individuato una cache — un deposito nascosto, celato con cura sotto il piano della fossa — che conteneva oggetti di uso quotidiano e apotropaico di rara qualità. Hisham El-Leithy, responsabile degli scavi per il Supremo Consiglio delle Antichità, ha illustrato i reperti rinvenuti: tra questi spiccano strumenti cosmetici — specchio in rame e contenitori kohl — due dei quali in alabastro con tracce ancora leggibili di cosmesi, e un terzo, di pregevole fattura, interamente ricavato dall’ossidiana, la pietra vulcanica nera che nell’antico Oriente mediterraneo godeva di un prestigio straordinario tanto per le sue qualità ottiche quanto per il suo simbolismo ctonio.
Il repertorio non si esaurisce nell’ambito degli utensili personali. Due vasi in faïence azzurro chiaro — quella ceramica vetrificata che i Faraoni associavano alla rigenerazione e all’eternità — custodivano al loro interno sei scarabei iscritti, due dei quali sembrano essere stati rivestiti d’oro. Lo scarabeo, emblema del dio Khepri e incarnazione del sole nascente, era per eccellenza il sigillo dell’immortalità: la sua presenza in numero così significativo all’interno di un medesimo deposito conferisce al ritrovamento una densità teologica che non può essere ricondotta al semplice ornamento personale.
Tra gli amuleti recuperati emergono con particolare forza simbolica due esemplari di straordinaria rarità: uno a forma di anatra e uno che riproduce la corona Atef, il copricapo composito formato dalla corona bianca dell’Alto Egitto affiancata da piume di struzzo, attributo iconografico di Osiride e insegna del potere regale nell’aldilà. A completare la raccolta, due pietre in corniola — pietra solare per antonomasia, associata alla protezione e alla vitalità —, un’altra pietra rosata incastonata in una montatura metallica presumibilmente aurea, e una pietra verde-azzurra la cui identificazione mineralogica è ancora in corso di studio.
Il dato forse più eloquente in merito allo status sociale del defunto è tuttavia rappresentato da cinque paia di orecchini in oro, di dimensioni variabili: un numero e una varietà che suggeriscono non un semplice benestante, ma un individuo inserito in una rete di relazioni aristocratiche o sacerdotali, in un’epoca in cui Eliopoli era il centro teologico più autorevole dell’intero Egitto, sede del grande tempio di Ra-Atum e residenza di un clero potente e coltissimo.
L’importanza del sito è ulteriormente accresciuta dal ritrovamento di blocchi in calcare recanti iscrizioni geroglifiche. Mohamed Abdel Badie, del Supremo Consiglio delle Antichità, ha commentato che tali elementi «arricchiscono ulteriormente il significato archeologico del sito e supportano gli sforzi volti a comprenderne meglio lo sviluppo cronologico e culturale». Si tratta, in altri termini, di frammenti di testo che potrebbero contribuire a datare con maggiore precisione la fase di utilizzo della tomba e a inserirla nel quadro della stratificata storia monumentale di Eliopoli, città che vide erigere obelischi oggi dispersi in tutto il mondo — da Roma a Parigi, da Londra a New York — e che rimase per secoli il cuore pulsante della cosmologia egizia.
La scoperta si inserisce in una stagione particolarmente feconda per l’archeologia egiziana e restituisce alla necropoli di Eliopoli — a lungo trascurata rispetto alle più celebrate di Luxor o Saqqara — la dignità di un sito di primissimo piano per la comprensione della civiltà faraonica in tutte le sue sfaccettature rituali, sociali e artistiche.





