Le navi oltre i moli: il vero volto dei porti antichi

Un nuovo approccio archeologico dimostra che gli scali del Mediterraneo erano molto più estesi di quanto ritenuto finora. Analizzando i fondali e le rade esterne, gli studiosi hanno ricostruito la reale capacità commerciale delle flotte del passato.

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A compact tracked drilling rig on a sandy beach beside calm water, with two workers inspecting the controls.

Nel bacino del Mediterraneo, le indagini di archeologia subacquea stanno ridefinendo la reale estensione dei porti antichi. Per decenni la capacità commerciale e logistica degli scali marittimi è stata calcolata misurando quasi esclusivamente i bacini in muratura e i moli visibili. Tuttavia, un nuovo studio internazionale pubblicato sulla rivista scientifica Antiquity dimostra che le antiche infrastrutture portuali operavano come sistemi molto più vasti e complessi, che includevano anche le rade, le coste aperte e le baie naturali circostanti.

La ricerca, condotta dall’Università di Haifa nell’ambito del progetto SHIPs (2023-2028), propone un cambio di prospettiva radicale: osservare i porti dal mare e non dalla terraferma. Secondo i ricercatori, guidati dall’archeologo Emmanuel Nantet, limitarsi a misurare le banchine in pietra porta a sottostimare drasticamente la quantità di imbarcazioni che uno scalo poteva effettivamente accogliere. Le flotte del passato, infatti, venivano spesso tirate a secco sulle spiagge limitrofe, oppure gettavano l’ancora al di fuori dei bacini artificiali, in aree protette ma prive di strutture monumentali.

Per dimostrare questa dinamica, gli studiosi hanno sviluppato un metodo di indagine standardizzato basato su quattro parametri fondamentali: la densità degli ormeggi, la profondità dell’acqua, il pescaggio delle navi mercantili e l’estensione complessiva dello specchio d’acqua utilizzabile. Questo approccio multidisciplinare combina l’archeologia tradizionale con le più moderne tecniche geofisiche e geoarcheologiche, necessarie per comprendere le variazioni geologiche subite dai litorali.

L’incrocio di fotografie storiche del diciannovesimo secolo, antichi anelli di ormeggio e resti di gomene ha permesso di ricostruire con precisione le tecniche di ancoraggio utilizzate per stabilizzare le navi. Parallelamente, le indagini sul campo hanno impiegato tecnologie avanzate come i rilievi laser lidar, i sonar a scansione laterale e la tomografia elettrica per mappare i fondali e individuare le strutture sommerse senza dover necessariamente scavare. I carotaggi geologici si sono rivelati fondamentali per identificare gli strati di argilla che segnavano il fondo originale dei bacini, permettendo così di calcolare l’esatta profondità dell’acqua e verificare quali navi potessero accedervi.

L’applicazione di questo nuovo modello ha prodotto risultati significativi in diversi siti del Mediterraneo. A Cesarea, in territorio israeliano, le indagini hanno dimostrato che il sistema portuale utilizzato in età erodiana, a cavallo tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., si estendeva in mare aperto ben oltre il bacino monumentale costruito in pietra. In Francia, l’analisi della distribuzione dei relitti al largo di Port-Vendres ha rivelato la presenza di un’intensa area di ancoraggio situata esternamente al porto vero e proprio, di cui oggi sopravvive pochissimo materiale intatto.

Anche i mutamenti geologici e i sedimenti hanno giocato un ruolo chiave nell’evoluzione e nella conservazione di questi complessi sistemi. A Terracina, sul litorale del Lazio, gli accumuli di fango e terra hanno progressivamente alterato le zone di ancoraggio nel corso dei secoli. Questo fenomeno dimostra che le vecchie ricostruzioni statiche del porto non restituiscono l’immagine reale del paesaggio costiero antico.

Le nuove scoperte non si limitano agli ambienti marini di acqua salata. Nel mare di Galilea, un grande bacino d’acqua dolce, gli scavi condotti sul molo di Tiberiade hanno portato alla luce una struttura di epoca bizantina. Le analisi hanno rivelato che il calcestruzzo subacqueo antico impiegato in questa infrastruttura ha continuato a resistere e a funzionare in modo efficiente molto oltre la prima età imperiale, garantendo l’operatività logistica dello scalo per secoli.

Considerare i porti come ampi paesaggi marittimi integrati non soltanto permette di tracciare una mappa più fedele dell’economia antica, ma offre uno strumento indispensabile per localizzare e preservare il fragile patrimonio storico che ancora riposa sui fondali.

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Fabio Saverio Gatto
Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente.
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Fabio Saverio Gatto
Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente.