Pompei continua a sorprendere: il passato riaffiora grazie a indagini scientifiche sempre più avanzate, capaci di raccontare in modo nuovo la vita quotidiana dei suoi abitanti di duemila anni fa. Un recente studio condotto da un team dell’Università Johannes Gutenberg di Magonza si è concentrato su un aspetto fondamentale della città antica, il sistema di gestione dell’acqua, con particolare attenzione alle Terme Repubblicane, il più antico complesso termale pubblico, costruito intorno al 130 a.C.
Analizzando i depositi di carbonato accumulati nel tempo all’interno di tubature, torri idriche, pozzi e vasche, i ricercatori sono riusciti a ricostruire l’evoluzione delle infrastrutture idriche urbane. I risultati hanno rivelato uno scenario sorprendente, che si discosta dall’immagine idealizzata dell’efficienza romana e restituisce una realtà più complessa e dinamica, fatta di adattamenti, cambiamenti e soluzioni pratiche alla gestione di una risorsa essenziale come l’acqua.
Le analisi geochimiche condotte dal gruppo di ricerca guidato dalla dottoressa Gül Sürmelihindi e dal professor Cees Passchier hanno fatto emergere un dato poco rassicurante: nelle fasi più antiche della storia di Pompei, le condizioni igieniche delle terme lasciavano molto a desiderare. Prima della realizzazione del grande acquedotto in età augustea, infatti, gli impianti termali erano riforniti esclusivamente da pozzi profondi che pescavano direttamente dalla falda sotterranea.
Quest’acqua, dopo aver attraversato strati di origine vulcanica, risultava fortemente mineralizzata e di qualità piuttosto scadente, al punto da non essere considerata adatta nemmeno all’uso alimentare. A ciò si aggiungevano le difficoltà tecniche legate all’estrazione: il prelievo dai pozzi era lento e complesso, rendendo quasi impossibile un ricambio frequente dell’acqua nelle vasche. Di conseguenza, mantenere livelli adeguati di pulizia rappresentava una sfida costante per le terme della Pompei più antica.
Per portare l’acqua dalle profondità del sottosuolo fino alle vasche delle terme, i pompeiani si affidavano a ingegnosi ma faticosi sistemi meccanici azionati esclusivamente dalla forza umana. Il compito ricadeva sugli schiavi, costretti a camminare all’interno di grandi ruote a tamburo, simili a enormi pedane mobili, che mettevano in funzione i dispositivi di sollevamento.
Si trattava di un lavoro lento e massacrante, tanto che gli studiosi ritengono probabile che l’acqua delle vasche venisse sostituita al massimo una volta al giorno. In ambienti frequentati quotidianamente da centinaia di persone, che condividevano per ore gli stessi spazi e la stessa acqua, un ricambio così sporadico favoriva una rapida contaminazione. Le terme, dunque, potevano trasformarsi facilmente in luoghi ricchi di batteri e impurità, offrendo un’immagine ben diversa da quella di efficienza e igiene impeccabile che spesso associamo alla civiltà romana imperiale.
L’analisi degli isotopi stabili e degli elementi in traccia ha consentito agli studiosi di individuare con chiarezza il momento di svolta: il passaggio da un sistema di approvvigionamento basato sui pozzi a quello garantito dall’acquedotto, avvenuto nel corso del I secolo d.C. L’arrivo dell’acqua corrente segnò una vera rivoluzione per Pompei, assicurando una quantità d’acqua nettamente superiore. Questo rese possibile un ricambio più frequente nelle vasche pubbliche e offrì alla popolazione un’acqua potabile di qualità decisamente migliore.
Tuttavia, i benefici non furono privi di effetti collaterali. Anche con l’introduzione dell’acquedotto emersero nuove criticità legate alla salute pubblica. Le analisi hanno infatti rivelato concentrazioni elevate di metalli pesanti, come piombo, zinco e rame, nei depositi di carbonato formatisi durante le fasi di ristrutturazione delle terme. Un segnale che, accanto ai progressi tecnologici, portarono con sé anche nuovi rischi, spesso invisibili agli occhi degli antichi abitanti della città.
La presenza di questi metalli nell’acqua era legata alla sostituzione di caldaie e tubature durante i lavori di ammodernamento delle strutture. In modo quasi paradossale, proprio gli interventi pensati per migliorare le terme finivano per aumentare, almeno temporaneamente, la tossicità dell’acqua: le nuove componenti metalliche rilasciavano infatti piombo, zinco e rame nei circuiti idrici.
Un altro risultato interessante proviene dallo studio degli isotopi dell’ossigeno, che ha fornito indicazioni sulla temperatura dell’acqua. Dopo le fasi di rinnovamento, i campioni mostrano un aumento del calore nelle vasche delle Terme Repubblicane. Questo dato suggerisce che i sistemi di riscaldamento fossero diventati più efficienti oppure che fosse stata incrementata la quantità di acqua calda immessa negli impianti, con l’obiettivo di rendere l’esperienza dei bagnanti più confortevole e piacevole.
Oltre a rivelare informazioni preziose sull’igiene e sulle tecnologie idriche, lo studio dei depositi presenti nei pozzi ha aperto una prospettiva del tutto inattesa sull’attività del Vesuvio molto prima della celebre eruzione del 79 d.C. Nei sedimenti calcarei, infatti, i ricercatori hanno individuato insoliti andamenti ciclici nel rapporto tra gli isotopi del carbonio.
Secondo gli studiosi, queste variazioni sarebbero legate a cambiamenti nella quantità di anidride carbonica di origine vulcanica che si dissolveva nelle acque sotterranee. Un indizio importante, che suggerisce come il vulcano fosse già attivo e in grado di influenzare l’ambiente circostante attraverso emissioni gassose periodiche, ben prima dell’evento catastrofico finale. Dati di questo tipo non solo arricchiscono la nostra conoscenza della storia di Pompei, ma offrono anche strumenti preziosi per comprendere meglio il comportamento dei vulcani nel lungo periodo.
Il lavoro, pubblicato sulla rivista scientifica dell’Accademia Nazionale delle Scienze degli Stati Uniti d’America, mostra come i depositi di calcare, spesso considerati semplici incrostazioni da rimuovere, siano in realtà veri e propri archivi naturali. Al loro interno è conservata una sorta di memoria chimica, capace di registrare ogni cambiamento avvenuto nel sistema idrico nel corso del tempo.
Queste tracce raccontano non solo l’evoluzione delle infrastrutture, ma anche le trasformazioni sociali, tecnologiche e perfino geologiche di una delle città più famose dell’antichità. La ricerca mette così in luce un aspetto fondamentale della storia di Pompei: il progresso tecnologico non fu un percorso lineare e privo di difficoltà, ma il risultato di un continuo adattamento. Un equilibrio sempre instabile tra crescita della popolazione, bisogno di servizi pubblici più efficienti e la convivenza con un territorio vulcanico attivo, complesso e imprevedibile.
Il quadro che emerge da queste nuove scoperte restituisce un’immagine di Pompei molto più umana e complessa di quanto si sia soliti immaginare. Un luogo in cui l’ingegneria doveva confrontarsi quotidianamente con i limiti del lavoro manuale e in cui la salute pubblica era costantemente messa alla prova: prima da condizioni igieniche precarie, poi, paradossalmente, dall’inquinamento da metalli introdotto proprio dai tentativi di migliorare le infrastrutture.
Ricerche di questo tipo continuano a offrire strumenti fondamentali per comprendere come le società antiche gestissero le risorse naturali e affrontassero le sfide dell’urbanizzazione. In un’epoca priva delle conoscenze della microbiologia moderna, soluzioni ingegnose e compromessi erano l’unico modo per convivere con problemi che oggi diamo spesso per scontati.
L’immagine è una ipotesi ricostruttiva basata sui dati archeologici.

