Marocco, scoperti fossili di 770.000 anni: nuove luci sull’evoluzione

A pochi chilometri da Casablanca, in Marocco, si trova la cava di Thomas, un sito archeologico che sta attirando l’attenzione degli studiosi di tutto il mondo. Qui, in un luogo conosciuto anche come la Grotta degli Ominidi, è emersa una scoperta straordinaria che aiuta a capire meglio le origini dell’umanità.

Gli archeologi hanno trovato fossili risalenti a oltre 770.000 anni fa, un’epoca cruciale dell’evoluzione umana. In quel periodo, infatti, i nostri antenati non si erano ancora divisi nelle diverse linee che oggi conosciamo, come l’Homo sapiens, i Neanderthal e i Denisoviani. I resti appartengono dunque a una popolazione molto antica, vicina al punto in cui queste grandi “famiglie” umane stavano iniziando a separarsi.

Tra i reperti recuperati ci sono due mandibole parziali con i denti ancora intatti e alcune vertebre. Ogni frammento è stato estratto con grande precisione dai sedimenti della grotta, permettendo ai ricercatori di ricostruire un tassello in più della lunga e affascinante storia della nostra specie.

La ricerca è stata guidata da Jean-Jacques Hublin, del Centro di ricerca interdisciplinare in biologia del Collège de France, insieme ad Abderrahim Mohib dell’Istituto nazionale marocchino di scienze archeologiche e del patrimonio. Al progetto ha partecipato un team internazionale di grande livello, con studiosi provenienti anche dalle Università di Milano e di Bologna.

Un contributo decisivo è arrivato da Serena Perini, ricercatrice dell’Università di Milano, che si è occupata delle analisi necessarie per datare con precisione i reperti. Secondo Perini, questa scoperta è particolarmente importante perché riguarda un periodo chiave della nostra storia evolutiva: quello in cui i diversi rami dell’umanità — da cui sarebbero poi nati Homo sapiens, Neanderthal e Denisoviani — stavano iniziando a separarsi, tra circa 1,6 milioni di anni fa. Fino a oggi, proprio questo intervallo di tempo era rimasto quasi privo di fossili affidabili.

Per stabilire l’età dei fossili, i ricercatori hanno utilizzato una tecnica chiamata magnetostratigrafia. In pratica, questo metodo sfrutta le variazioni del campo magnetico terrestre nel corso del tempo. Quando i sedimenti si depositano, “registrano” l’orientamento del campo magnetico di quel momento, un po’ come se la Terra lasciasse una firma datata negli strati di roccia.

Analizzando queste tracce magnetiche, gli studiosi hanno potuto stabilire che i sedimenti che contenevano i fossili si sono formati circa 773.000 anni fa. Una datazione così precisa è fondamentale, perché permette di collocare questi resti in un punto ben definito della lunga e complessa storia dell’evoluzione umana a livello globale.

Il valore di questa scoperta sta soprattutto nel fatto che aiuta a riempire un grande vuoto nella nostra conoscenza del passato. Gli scienziati ritengono che l’ultimo antenato comune a Homo sapiens, Neanderthal e Denisoviani sia vissuto tra circa 765.000 e 550.000 anni fa. Tuttavia, fino a oggi non era chiaro dove questa popolazione fosse comparsa.

Alcuni fossili trovati in Europa, come quelli dell’Homo antecessor in Spagna, avevano portato a ipotizzare che la nostra linea evolutiva potesse avere avuto origine proprio nel continente europeo. Il problema è che, per lo stesso periodo, mancavano quasi del tutto fossili provenienti dall’Africa. Senza questi elementi di confronto, era impossibile confermare o smentire davvero l’idea di un’origine europea della nostra specie.

Il confronto tra i nuovi fossili trovati vicino a Casablanca e quelli dell’Homo antecessor scoperti in Spagna ha messo in luce differenze importanti, anche se risalgono più o meno allo stesso periodo. I resti spagnoli hanno circa 800.000 anni, ma le mandibole della cava di Thomas mostrano caratteristiche diverse, segno che le popolazioni umane dell’Europa e del Nord Africa avevano già iniziato a seguire percorsi evolutivi distinti.

Questo dettaglio è cruciale: indica che la separazione tra questi gruppi era già in corso e rafforza l’idea che le radici più profonde della nostra specie vadano cercate in Africa, non in Europa. La scoperta marocchina offre quindi una prova concreta del fatto che il continente africano ospitava forme umane molto evolute già in un’epoca così remota.

Gli autori dello studio, pubblicato sulla rivista Nature, precisano che non si può ancora affermare con certezza assoluta che questi fossili appartengano proprio all’ultimo antenato comune diretto dell’uomo moderno. Tuttavia, la loro struttura anatomica li colloca molto vicino a quel punto chiave dell’evoluzione.

Il lavoro svolto dimostra anche quanto sia fondamentale un approccio interdisciplinare: solo mettendo insieme competenze che vanno dalla biologia alla geologia è possibile ricostruire in modo affidabile la nostra storia più antica. In questo contesto, il contributo italiano è stato decisivo, soprattutto per la precisione della datazione, che ha permesso di trasformare semplici frammenti ossei in una vera e propria finestra sul passato dell’umanità.

I fossili della Grotta degli Ominidi stanno aprendo nuove strade di ricerca e spingono gli scienziati a rivedere le idee sulle migrazioni e sui contatti tra le popolazioni umane del Pleistocene. Ogni dente e ogni frammento di osso recuperato dal terreno della cava è un piccolo ma prezioso indizio per capire meglio chi erano e come vivevano i nostri antenati.

Grazie allo studio attento dei sedimenti e dei resti che contengono, la scienza continua a ricostruire i dettagli delle nostre origini, confermando il ruolo centrale del Marocco e dell’Africa intera nella nascita dell’umanità moderna. Le ricerche continueranno, con l’obiettivo di definire ancora meglio le abitudini, l’ambiente e le caratteristiche di questi antichissimi abitanti della regione di Casablanca.

𝗟’𝗶𝗺𝗺𝗮𝗴𝗶𝗻𝗲 𝗲̀ 𝘂𝗻𝗮 𝗶𝗽𝗼𝘁𝗲𝘀𝗶 𝗿𝗶𝗰𝗼𝘀𝘁𝗿𝘂𝘁𝘁𝗶𝘃𝗮 𝗯𝗮𝘀𝗮𝘁𝗮 𝘀𝘂𝗶 𝗱𝗮𝘁𝗶 𝗮𝗿𝗰𝗵𝗲𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗰𝗶