A STAVANGER, in Norvegia, nei pressi del Monastero di Utstein, la terra ha restituito un documento numismatico di eccezionale valore scientifico, capace di gettare nuova luce sulla politica economica e amministrativa della Scandinavia alla fine del XI secolo. L’incredibile scoperta, avvenuta nell’aprile 2025 grazie all’attività di un appassionato metal detectorist, Morten Eek, ha inizialmente rischiato di passare inosservata per via dello stato di conservazione del manufatto. L’oggetto, recuperato nello strato superficiale del terreno arabile a una profondità compresa tra i dieci e i quindici centimetri, si presentava infatti con un aspetto ingannevole. Se un lato mostrava la lucentezza tipica dell’argento, l’altro era interamente rivestito da una piastra di rame ossidato con un nucleo scuro, un dettaglio che ha indotto lo scopritore a confondere il prezioso reperto con un comune bottone moderno. Solo dopo diversi mesi, durante un confronto scientifico tra appassionati, l’esemplare è stato finalmente riconosciuto nella sua reale natura storica, spingendo gli scopritori a contattare gli accademici del Museo Archeologico dell’Università di Stavanger per una corretta analisi istituzionale.
Le approfondite indagini di laboratorio, coordinate dai ricercatori norvegesi e pubblicate nel luglio 2026, hanno rivelato che il manufatto è una rarissima moneta d’argento coniata sotto il regno di Magnus Berrføtt, noto alle cronache storiche anche come Magnus il Calzato, sovrano di Norvegia tra il 1093 e il 1103 e da molti considerato l’ultimo vero sovrano vichingo. La particolarità del pezzo risiede nella sua fisionomia ibrida e nella sua complessa biografia post-produzione. Gli esperti hanno infatti evidenziato come l’originario tondello d’argento sia stato modificato in epoca medievale per essere rifunzionalizzato come ornamento personale. Una sottile lamina di rame è stata applicata su una delle due facce, ripiegando i bordi esterni della moneta per sigillarla. La presenza di due intagli arrotondati lungo la circonferenza suggerisce che al manufatto fosse originariamente collegata una catenella, trasformando la moneta in un amuleto o in un pendente da esibire sul petto.
Al fine di non compromettere la delicatissima struttura del reperto, gli archeologi hanno rinunciato alla rimozione meccanica della placca di rame, preferendo ricorrere a moderne tecniche di indagine non invasiva. L’analisi radiografica ai raggi X ha svelato il segreto celato sotto la copertura metallica: un’accurata raffigurazione di un grifone, creatura mitologica dotata di corpo leonino e testa d’aquila. Nell’iconografia cristiana del XII secolo, il grifone assumeva sovente una forte valenza cristologica, simboleggiando la duplice natura, umana e divina, del Salvatore. Il lato visibile ad occhio nudo presenta invece un motivo geometrico definito «croce sopra croce», caratterizzato da bracci a doppia linea terminanti in piccoli semicerchi. La combinazione di queste due specifiche impronte iconografiche rende la moneta un unicum assoluto per il territorio nazionale norvegese. Ad oggi, infatti, si conoscono soltanto altri quattro esemplari analoghi in tutto il mondo: uno proveniente dal ripostiglio di Sandur, scoperto nelle Isole Fær Øer nel 1863, e tre rinvenuti recentemente nel deposito di Mørstad, in Danimarca, contenente quasi cinquemila monete.
La figura di Magnus Berrføtt, nipote del celebre Harald Hardrada caduto nella storica battaglia di Stamford Bridge del 1066, rivive oggi attraverso le tracce materiali di un’economia di transizione. Il sovrano, succeduto al padre Olav Kyrre il cui regno era stato caratterizzato da una lunga e prospera stabilità pacifica, scelse la via delle armi per consolidare l’egemonia norvegese sui mari occidentali, estendendo la propria influenza sino all’Isola di Man e ai principali canali commerciali del Mare d’Irlanda. Il ritrovamento della moneta presso il Monastero di Utstein non è casuale: sebbene sia impossibile stabilire con assoluta certezza se il pezzo sia stato smarrito durante gli anni del suo regno o nei decenni successivi, la sua eccezionale conservazione testimonia l’alto valore simbolico che la società medievale continuava ad attribuire alla valuta regia. Come ha confermato la direzione scientifica del Museo Archeologico dell’Università di Stavanger, ogni nuovo tassello numismatico legato a questo sovrano — del quale si conservano appena un centinaio di coni distribuiti in una dozzina di ritrovamenti complessivi — arricchisce la nostra comprensione delle dinamiche produttive e di ricezione della moneta nell’alto Medioevo scandinavo, configurandosi come un vero e proprio archivio metallico della prima statualità norvegese.





