Diocleziano: riforme, tetrarchia e rinascita dell’Impero Romano

Dalle radici illiriche al vertice del potere assoluto: l’opera dell’imperatore che trasformò il Principato in Dominato. Con l’istituzione della tetrarchia e una radicale riforma burocratica, Diocleziano pose fine all’anarchia militare garantendo a Roma altri due secoli di stabilità.

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Nato e cresciuto in ambiente militare, scala la gerarchia dell’esercito abbastanza rapidamente e, con un colpo di mano, ottiene, dopo una breve guerra civile, il potere assoluto.

Essendo sostanzialmente un imperatore soldato, Diocleziano si dedica da subito al contrasto di invasioni e ribellioni sul territorio e, per ragioni prettamente militari e organizzative, istituisce dapprima una diarchia con il collega Massimiano, la quale evolve in pochi anni nella cosiddetta «tetrarchia», una nuova e articolata forma di governo in cui quattro imperatori si spartiscono l’amministrazione dell’impero.

La tetrarchia era un ambizioso progetto che aveva il compito di risolvere l’annosa questione della successione imperiale, un problema ormai strutturale nell’apparato statale romano che aveva pesantemente indebolito il potere politico e causato una prolungata instabilità.

Diocleziano è uno dei più importanti riformatori nella storia romana. Fondamentale è la riforma amministrativa, attraverso la quale cercò di ottenere un controllo estremamente capillare su tutti i territori dell’impero ma di assoluto rilievo sono anche le riforme finanziarie, volte a contenere l’aumento dei prezzi e l’inflazione galoppante.

I suoi interventi nella politica religiosa si tradussero invece nel contrasto alla emergente religione cristiana: è con lui infatti che si assiste alla prima vera grande persecuzione contro i fedeli di Cristo.

Nonostante non tutte le riforme da lui promosse abbiano raggiunto gli obiettivi prefissati, Diocleziano rimane uno dei personaggi che più di ogni altro ha influenzato la storia di Roma, in grado di garantire una certa stabilità e un nuovo ordine allo Stato, che permetterà all’impero romano di sopravvivere per almeno altri due secoli.

Origini familiari e carriera militare

Diocle, questo il suo nome originario, era figlio di uno scriba, uno schiavo liberato al servizio del Senatore Anullino, e della madre Dioclea, secondo il racconto riportato dallo storico antico Aurelio Vittore.

Non si ha certezza del suo luogo di nascita. L’ipotesi più attendibile è che Diocleziano sia nato nella città di Dioclea, a circa un chilometro a nord dell’attuale Podgorica, in Montenegro. Un’altra teoria sostiene invece che sia nato a Salona, in Dalmazia, tesi sostenuta dal fatto che proprio in quella città Diocleziano decise di costruire il suo palazzo imperiale una volta ritiratosi in pensione.

Circa la data di nascita, sappiamo che nacque il 22 dicembre ma anche in questo caso non abbiamo la certezza dell’anno: alcuni ritengono che sia nato nel 243 d.C. e che sia morto a 68 anni; altri sostengono che sia nato nel 236 d.C. e che, a 68 anni, si sia in realtà ritirato dal potere.

Il giovane Diocle intraprese quasi subito la via della carriera militare. Questa scelta è in realtà perfettamente compatibile con il suo periodo storico. Qualche decennio prima, l’imperatore Gallieno aveva infatti operato una riforma dell’esercito che permetteva anche ai cittadini romani di bassa estrazione di arruolarsi con la reale prospettiva di una carriera soddisfacente nell’apparato militare. Arruolarsi rappresentava dunque l’unico vero metodo con cui le famiglie romane dei ranghi inferiori potevano aspirare a migliorare la loro condizione sociale.

Inoltre, l’esercito di stanza ormai da anni nella regione dell’Illirico si occupava anche del reclutamento delle nuove leve: facile perciò che Diocle sia stato invitato dagli stessi ufficiali romani ad arruolarsi già nei primi anni della sua giovinezza.

Non abbiamo fonti che ci spieghino in maniera puntuale la sua carriera militare; sappiamo solamente che venne eletto governatore della Mesia (Dux Maesiae), provincia importante e delicata allo stesso tempo in quanto particolarmente esposta ad incursioni e invasioni dei popoli che abitavano oltre il fiume Danubio.

In pochi anni, Diocle deve aver evidentemente dimostrato notevoli capacità militari, dal momento che lo ritroviamo come guardia a cavallo dell’imperatore Caro. Quest’ultimo, impegnato in alcune campagne in Oriente, aveva ottenuto una serie di importanti vittorie contro i Sasanidi. Tuttavia, la brillante spedizione militare fu compromessa dalla morte del tutto improvvisa dell’imperatore.

Il successore, il figlio Numeriano, un ragazzo dedito alle lettere più che alla vita militare, non aveva né il carisma né le capacità per la prosecuzione della campagna, e per questo motivo fu immediatamente accompagnato e consigliato dal prefetto del pretorio Arrio Apro. Egli lo convinse rapidamente che, nonostante le vittorie recenti, era prudente fare ritorno verso territori più sicuri, forse per predisporre una nuova fase della campagna.

Numeriano cominciò così a costeggiare con i suoi soldati il fiume Eufrate con l’obiettivo di ritornare quanto prima verso la città di Emesa, in Siria. Le fonti antiche riferiscono che l’imperatore raggiunse la città nel marzo del 284 d.C.

Tuttavia, ripartito da Emesa dopo alcune settimane di pausa, i più stretti collaboratori di Numeriano si accorsero di una infezione agli occhi che stava compromettendo gravemente la sua vista; con la salute in rapido peggioramento, Apro gli consigliò di proseguire il viaggio all’interno di una carrozza chiusa per curare la sua salute e per scongiurare un aggravamento delle sue condizioni.

I legionari marciarono così per alcune settimane senza più vedere il loro generale, fino a quando, arrivati nei pressi della città di Nicomedia, nella regione della Bitinia, furono sorpresi da una persistente e insopportabile puzza che si diffondeva dal convoglio dell’imperatore.

Trovato il coraggio di aprire le porte della sua carrozza, i soldati scoprirono con disgusto che Numeriano era morto da diversi giorni e il suo corpo era già in avanzato stato di decomposizione.

Fu in queste gravi circostanze che Diocle decise di prendere in mano la situazione. Di fronte a tutti i soldati, accusò Apro di aver cospirato contro Numeriano e di essere l’autore della sua morte. Così, su una modesta collinetta nei pressi di Nicomedia, Diocle sfoderò platealmente la sua spada e trafisse barbaramente Apro, conficcandogli il suo gladio nel petto, di fronte al trionfo dei suoi commilitoni che, immediatamente, decisero di proclamarlo nuovo imperatore.

Fu così che, in una scena quasi cinematografica, Diocle divenne, a furor di soldati, nuovo imperatore di Roma.

Ora, le fonti antiche affermano quasi all’unanimità che Diocle abbia sostanzialmente ucciso un traditore, anche se alcuni autori insinuano che Diocle abbia preso parte al complotto contro l’imperatore e che abbia poi utilizzato Apro come capro espiatorio. Queste, però, sono illazioni che, probabilmente, non troveranno mai conferma.

La guerra civile contro Carino

Immediata e naturale conseguenza della nomina di Diocle ad imperatore fu la guerra civile contro Carino, fratello dell’imperatore Numeriano, che risiedeva con la corte imperiale a Roma.

Non appena giunse la notizia dell’acclamazione di Diocleziano, Carino lo dichiarò fuorilegge e lo trattò come un usurpatore, mobilitando subito il suo esercito, e organizzandosi attraverso il governatore Giuliano a Verona con le sue truppe.

Diocleziano si mosse con particolare abilità politica. La sua prima mossa fu quella di usufruire dell’amicizia e della consulenza del console Cesonio Basso, il quale lo aiutò a inviare una serie di messaggi ai senatori di Roma, promettendo loro cariche pubbliche. Lo scopo era dimostrare ai senatori romani che, se avesse preso il potere, la nobiltà e l’aristocrazia sarebbero state al sicuro.

Diocleziano dimostrò così di non essere solamente un abile generale ma di tenere in alta considerazione anche gli aspetti politici della situazione.

Nel frattempo, uomini di Diocleziano cercarono di contattare ufficiali dell’avversario per promettere premi e privilegi, così da minare dall’interno la stabilità dell’esercito di Carino.

Il piano di Diocleziano funzionò perfettamente. I due avversari si incontrarono nel maggio del 285 d.C. presso il fiume Margus, ma, non appena disposti i suoi uomini, il prefetto del pretorio di Carino, Aristobulo, fece arrestare e consegnare l’imperatore, che venne ucciso sul posto, convincendo i suoi uomini a consegnarsi volontariamente a Diocleziano.

Si concluse così una guerra civile rapida e senza un vero e proprio scontro militare, vinta in anticipo dalla lungimiranza politica di Diocleziano.

La prima decisione del nuovo imperatore fu quella di concedere una totale amnistia a tutti i seguaci e i partigiani di Carino. Questo atto di calcolata generosità, che ricorda la clemenza di Cesare, evitò lo sviluppo di una frangia politica avversa al nuovo imperatore, risparmiando la vita di diversi ufficiali così da garantirsi la loro fedeltà.

La situazione dell’impero all’arrivo di Diocleziano

Vinta la guerra lampo contro Carino, Diocleziano non ebbe nemmeno il tempo di recarsi a Roma per ricevere i dovuti onori. La situazione interna ed esterna dell’Impero romano era drammatica.

Sotto il profilo interno, l’esercito, ormai da diversi decenni, sceglieva direttamente gli imperatori, i quali, dopo aver regnato per pochissimo tempo, a volte solo qualche mese, venivano uccisi e sostituiti da nuovi regnanti, sempre puntualmente scelti dai pretoriani.

Nel frattempo l’economia romana era in declino, le malattie avevano causato una crisi demografica gravissima, e commercio e agricoltura erano in recessione da molti anni. La situazione era talmente grave che i territori romani erano colpiti addirittura dal brigantaggio di poveri e disperati, i quali non avevano altra soluzione che il crimine per sopravvivere; in alcune regioni si era persino tornati al baratto.

Non tanto migliore era la situazione esterna. I confini del Reno e del Danubio erano costantemente pressati dalle tribù germaniche, le quali, a contatto con il mondo romano, si erano evolute in strutture più organizzate e in eserciti molto più efficienti rispetto ai tempi di Giulio Cesare.

I Sasanidi, che volevano ricostituire l’Impero persiano, minacciavano i confini dello stato cuscinetto dell’Armenia. Il Mediterraneo era perseguitato dalla pirateria, che ostacolava e deprimeva notevolmente i commerci. Anche le tribù nomadi del Nord-Africa attaccavano le città costiere, bloccando i rifornimenti di grano verso Roma.

In una situazione così devastante Diocleziano comprese che un solo imperatore non avrebbe potuto gestire la crisi. Fu così che nacque l’idea di condividere il potere con Massimiano, un fedelissimo di Diocleziano, militare di carriera come lui, rozzo e poco acculturato, ma amico intimo e totalmente leale. Diocleziano lo nominò suo Cesare e i due nuovi regnanti si divisero subito il compito di neutralizzare le minacce più urgenti sui confini.

Diocleziano si dedicò in particolare alla stabilizzazione della regione orientale dell’Impero. Sconfisse i Sarmati e le tribù dei Quadi e degli Iagizi, riportando le importanti province della Pannonia e della Mesia in sicurezza.

Successivamente compì un lungo e delicato viaggio in Siria e in Palestina per ristabilire l’ordine nella regione, impartire una serie di provvedimenti legislativi e distribuire nuove cariche che avrebbero prevenuto ribellioni.

Ma la parte più delicata del viaggio di Diocleziano fu la trattativa con il re dei Sassanidi, Bahram III. Non abbiamo i dettagli delle procedure di negoziazione tra i due, ma sappiamo che Diocleziano fece un lavoro splendido.

L’Armenia orientale rimase uno stato cuscinetto, sotto il governo del re Tiridate III della dinastia Arsacide, un sovrano gradito ai Sasànidi ma allo stesso tempo approvato da Roma. L’Armenia occidentale, invece, divenne una provincia romana a tutti gli effetti, il che espanse non solo di fatto ma anche di diritto il potere di Roma nella regione.

Così, nell’arco di pochi mesi, Diocleziano neutralizzò i pericoli in Oriente e riportò l’ordine nelle regioni più a rischio.

La ribellione di Carausio e la Diarchia

Nel frattempo Massimiano si dedicò a riportare ordine nella provincia delle Gallie, di fondamentale importanza per la stabilità dell’impero.

In particolare sconfisse i ribelli Bagaudi e ottenne importanti vittorie contro i Burgundi e gli Alemanni, prevalendo soprattutto tagliando le loro linee di rifornimento e prendendoli per fame. Poi sconfisse gli Eruli, fino a neutralizzare le ultime sacche di resistenza in tutta la Gallia Belgica.

Pacificato, nell’arco di qualche anno, il territorio delle Gallie, Massimiano dovette però affrontare forse il più pericoloso e insidioso nemico di quel periodo: Carausio.

Egli era, in teoria, un difensore delle regioni romane della Britannia e aveva il compito di neutralizzare le incursioni dei pirati franchi e sassoni contro le coste romane. Ma, consapevole della debolezza dell’impero e spinto dai suoi stessi soldati, Carausio si rifiutò di consegnare il bottino sottratto ai pirati a Roma, divenendo di fatto, un fuorilegge.

Proclamandosi difensore della Britannia e della Gallia, l’obiettivo di Carausio non era quello di porsi come un semplice ribelle con un proprio regno indipendente, quanto quello di presentarsi come imperatore, addirittura al fianco di Diocleziano e di Massimiano.

Lo sappiamo da alcune monete fatte coniare da Carausio proprio negli anni della sua ribellione, dove fece inserire, in totale autonomia e con notevole furbizia, il proprio volto già accanto a quelli di Diocleziano e Massimiano, come fosse de facto il terzo regnante dell’impero.

Le vittorie di Carausio e la sua notevole scaltrezza propagandistica, resero la sua ribellione ben più complessa da risolvere rispetto alle previsioni.

Il pericolo non era solamente militare ma anche di natura politica: non solo era inaccettabile che Carausio fosse considerato imperatore al suo stesso livello, ma Diocleziano iniziò a sospettare che Massimiano potesse addirittura avere un accordo con l’avversario, alleandosi con lui o accettandolo come suo collega.

Per questo motivo prese un’iniziativa politica fulminea, volta a consolidare la fedeltà di Massimiano: Diocleziano decise di proclamarlo Augusto, rendendolo suo collega a tutti gli effetti. I due avevano quindi lo stesso ruolo e lo stesso potere, anche se Diocleziano utilizzò un espediente religioso per mantenere la propria superiorità morale rispetto a Massimiano.

In particolare, Diocleziano mantenne per sé il titolo di Imperatore Iovius, che si rifaceva al dio Giove e incarnava l’idea del «pianificatore», di colui che prende le decisioni, mentre a Massimiano spettò il titolo di Herculius, cioè «esecutore».

In questo modo, Diocleziano ottenne una riconferma della fedeltà di Massimiano, affinché la campagna contro Carausio procedesse senza intoppi, pur mantenendo un ruolo di precedenza morale e religiosa nei confronti del collega.

Ora i due Augusti potevano combattere congiuntamente contro Carusio. La loro strategia prevedeva anzitutto di sconfiggere e indebolire gli alleati di Carusio nelle Gallie, così da privarlo di una scorta di rifornimenti e di soldati che lo rendeva particolarmente pericoloso.

Massimiano eseguì dunque una vera e propria campagna di indebolimento dei suoi soci, sconfiggendo e devastando le zone dei Burgundi, degli Alemanni, dei Sassoni e dei Franchi.

Dopodiché Diocleziano e Massimiano organizzarono una manovra a tenaglia. Il primo attaccò la regione della Rezia, il secondo partì dalla città di Magonza e penetrò nel territorio della Gallia Belgica, fino a catturare il re dei Franchi Gennobaude, principale alleato di Carusio nelle Gallie.

Senza l’approvvigionamento e il sostegno d’oltremanica, il potere di Carausio cominciò a essere messo in seria discussione. La grande battuta finale doveva essere un’ultima battaglia navale, che si tenne nello Stretto della Manica, tra Massimiano e Carausio.

Massimiano preparò per mesi un’imponente flotta, addestrando il suo esercito per stroncare una volta per tutte il nemico. Ma il risultato fu disastroso: Carausio ottenne una decisiva vittoria, salvando il proprio dominio in Britannia e guadagnando il tempo di riorganizzarsi.

Non si sa esattamente se Massimiano fu effettivamente sconfitto in una battaglia navale o se intervenne piuttosto una tempesta a disperdere la sua flotta. Gli storici antichi suppongono che la tempesta sia stata una narrazione diffusa da Massimiano per mascherare la sconfitta, ma non ne avremo mai la sicurezza.

Tuttavia, è certo che Carausio, benché notevolmente ridimensionato nella sua libertà di manovra, non si poteva ancora considerare sconfitto.

L’invenzione della Tetrarchia

Diocleziano aveva affrontato, assieme a Massimiano, diversi problemi urgenti. Ma il prolungarsi della ribellione di Carausio aveva dimostrato con ancora maggiore chiarezza la necessità di una ulteriore riorganizzazione imperiale. Fu così che Diocleziano sviluppò un nuovo ed articolato sistema di governo, noto come «Tetrarchia», ovvero governo dei quattro imperatori.

Questa nuova forma di regno mirava a rendere i territori romani maggiormente gestibili, dividendo l’Impero non più in due, ma in ben quattro zone di competenza.

Diocleziano, che era già Augusto d’Oriente assieme al collega Massimiano, Augusto d’Occidente, scelse il giovane Gaio Galerio come suo vice, elevandolo al rango di Cesare d’Oriente, mentre Massimiano scelse Flavio Costanzo come Cesare d’Occidente.

Il territorio romano venne così diviso in quattro grandi regioni: Diocleziano avrebbe tenuto per sé la parte orientale, divisa in tre diocesi (Pontica, Asiana e Orientis) con capitale Nicomedia; Galerio avrebbe avuto la diocesi della Pannonia, della Mesia e della Tracia con capitale Sirmio; Massimiano avrebbe controllato Italia, Spagna e Africa, con capitale Mediolanum; e Costanzo Cloro avrebbe controllato Britannia, Gallia e la diocesi Viennesis, ovvero la Gallia del Sud, con capitale Augusta Treverorum.

È importante notare che ogni imperatore aveva piena autorità sulla propria regione, senza la necessità di ottenere per ogni decisione l’approvazione degli altri regnanti. Inoltre, sebbene Roma fosse ancora considerata la capitale morale, era evidente che, sotto l’aspetto militare e amministrativo, il potere si era ormai spostato altrove, in particolare nelle città di frontiera, da cui potevano partire le unità militari per difendere i confini più esposti.

Ma la tetrarchia voleva raggiungere un altro ambizioso obiettivo: risolvere il problema della successione imperiale, che nei decenni precedenti aveva fatto sprofondare Roma nella più completa anarchia e instabilità.

Secondo il disegno di Diocleziano, infatti, i due Augusti si sarebbero volontariamente ritirati dal potere; i due Cesari sarebbero quindi diventati i nuovi Augusti, e i nuovi Augusti avrebbero a loro volta scelto due Cesari, in una successione perfetta e regolare, concepita per ottenere stabilità nel controllo e nella gestione dell’impero.

La tetrarchia si mosse immediatamente per risolvere nuovi e urgenti problemi; in particolare, il cesare Flavio Costanzo si impegnò per affrontare la rivolta di Carausio, sostituendo Massimiano nel compito. La strategia di Costanzo ricalcò quella del suo Augusto: il giovane generale operò una serie di campagne militari volte a indebolire gli alleati di Carausio nelle Gallie. La sua azione fu straordinariamente efficace fino alla grande battaglia di Gesoriacum, l’odierna Boulogne, dove Costanzo sconfisse sonoramente il ribelle.

Quest’ultimo, tradito dai suoi più stretti collaboratori a causa delle brucianti sconfitte, fu momentaneamente sostituito da un successore, Alletto, il quale però, privo del suo carisma e con i romani ormai alle porte, fu rapidamente sconfitto. La grave e lunga ribellione di Carausio si risolse così grazie all’ultimo decisivo intervento del Cesare, Flavio Costanzo.

Nel frattempo, Massimiano si era spostato in Africa, nella regione della Mauretania, dove aveva il compito di respingere una serie di unità militari che minacciavano le città romane della costa. Fu così in grado di sconfiggere i Mauri, i Quinquegentiani e i Berberi, penetrando fino al deserto del Sahara con le proprie truppe.

Lo stesso Massimiano, assieme al collega Galerio, eseguì nuove incursioni militari sul confine Danubiano, sconfiggendo gli Iagizi, i Goti, i Carpi e i Sarmati. Tutte queste tribù furono pesantemente sconfitte, ma è importante notare che i Carpi e i Sarmati furono neutralizzati non solo militarmente, ma anche grazie a deportazioni sotto stretta sorveglianza delle autorità militari romane, che ricollocarono parte dei ribelli all’interno del territorio dell’Impero come nuovi braccianti o soldati.

Massimiano e Galerio furono anche in grado di stabilire una lunga linea difensiva e di operare un rafforzamento del Limes Danubiano, costruendo nuove fortificazioni, ponti e teste di ponte in territorio nemico, sempre a disposizione dell’esercito romano, oltre che gettando le fondamenta di nuove strade per favorire lo spostamento degli eserciti. Le fonti antiche utilizzano la parola «Tranquilitas» per definire la nuova situazione di sicurezza che i due, entro pochi anni, avevano stabilito sul confine del Danubio.

Diocleziano, nel frattempo, si occupò di reprimere i problemi in Egitto. In particolare, la città di Alessandria si era riunita attorno a un rivoltoso, Domizio Domiziano, che aveva abilmente sfruttato il malcontento delle classi più povere nei confronti delle autorità cittadine.

Diocleziano represse con la forza delle legioni il tentativo di ribellione, ma si rese parimenti conto della necessità di operare un censimento e si impegnò a snellire la burocrazia per una migliore gestione della provincia. Inoltre, fu effettuata una riforma delle tasse, per diminuire la pressione fiscale che stava strozzando i ceti meno abbienti.

L’imperatore riportò così l’Egitto sotto il controllo romano, dimostrando che, almeno in questa prima fase, la tetrarchia, dividendo i compiti e le aree di competenza, aveva perfettamente raggiunto il suo scopo amministrativo e militare.

La guerra persiana contro Narsete

Nel frattempo la sicurezza dei territori orientali era di nuovo compromessa. Diocleziano aveva firmato, pochi anni prima, degli accordi di pace particolarmente vantaggiosi con il re Bahram III, ma con la sua morte e l’arrivo del successore Narsete la situazione si era rapidamente deteriorata.

Narsete aveva deciso di adottare una politica estera molto aggressiva: egli si ispirava a Sapore I, il mitico re sasanide che aveva sconfitto i Romani di Crasso nella battaglia di Carre. Narsete aveva così invaso l’Armenia occidentale, formalmente provincia romana, e scacciato il re filoromano Tiridate.

L’esercito di Narsete dilagò con estrema rapidità e violenza in tutta la Mesopotamia, sconfiggendo sistematicamente ogni presidio romano. Quel territorio era sotto la giurisdizione di Galerio, che godeva della più completa fiducia di Diocleziano; egli, però, si mosse troppo tardi, rimanendo sorpreso dalla rapidità di movimento di Narsete, subendo nel pieno del proprio territorio una bruciante sconfitta.

Le fonti antiche fanno capire che Diocleziano attribuì tutta la colpa di quel disastro al solo Galerio, rimanendo profondamente scontento della sua reazione al pericolo. Sembra addirittura che durante alcune uscite pubbliche, Diocleziano abbia avuto l’intenzione di umiliare sottilmente Galerio, facendolo camminare dietro di lui, anziché al suo fianco.

Galerio aveva quindi la stretta necessità di ottenere una rivincita, non solo per il recupero dei territori, ma anche per non perdere l’appoggio del membro più importante della tetrarchia.Galerio fece quindi base con il suo esercito a Satala, in Turchia, e decise di operare un contrattacco basato su una strategia di rapido movimento sul territorio. Narsete, contando sui larghi spazi tipici del territorio sasanide, si appoggiò invece a una strategia più attendista.

Tuttavia, questa volta Galerio, con un’ottima organizzazione e con particolare carisma, inflisse due pesanti sconfitte a Narsete giungendo persino a conquistare l’accampamento nemico e a sequestrare l’harem con le mogli del Re. Decimato l’esercito avversario, Galerio riuscì ad assediare e conquistare la capitale dei Sasanidi, Ctesifonte, che fu brutalmente messa a ferro e a fuoco.

Recuperato l’onore con i Romani e con Diocleziano, Galerio poté così aprire delle trattative con Narsete da una posizione di assoluta forza.

Diocleziano, tuttavia, intervenne per frenare la voglia e il desiderio di Galerio di umiliare l’avversario; egli sapeva che una pace umiliante per i Sasanidi si sarebbe presto tradotta in una nuova guerra prolungata e quindi impose, con la forza della sua autorità, delle trattative più concilianti con Narsete.

I territori vennero quindi semplicemente riportati allo status ante guerra: i Romani riottennero il controllo di diverse città strategiche, Tiridate fu ripristinato sul trono di Armenia e fu costruita una lunga via, nota come «Strata Diocletiana».

La propaganda imperiale di Diocleziano

I tetrarchi costruirono la loro legittimità attorno al concetto di restauratori del mondo romano (restìtutor orbis), presentandosi come salvatori di un impero che il «secolo di crisi» (235284 d.C.) aveva quasi distrutto.

La manipolazione del passato fu uno strumento utilizzato consapevolmente. Le vittorie dell’ex imperatore Aureliano vennero deliberatamente ignorate, la rivolta di Carausio fu retrodatata al regno di Gallieno per far sembrare più lungo il periodo di crisi, e si lasciò intendere che fossero stati i tetrarchi stessi a sconfiggere i Palmireni, impresa in realtà di Aureliano.

In pratica, il periodo tra Gallieno e Diocleziano fu quasi completamente cancellato dalla memoria ufficiale. L’intera storia imperiale precedente alla tetrarchia venne descritta come un’epoca di guerre civili, dispotismo feroce e collasso dello stato. Si tratta di una misura che serviva a rendere ancora più luminosa l’opera dei quattro imperatori. Nelle iscrizioni ufficiali, Diocleziano veniva definito «fondatore della pace eterna» e i tetrarchi «restauratori del mondo intero». Era una narrativa costruita su misura: più buio era il passato, più necessari e provvidenziali apparivano loro.

La figura stessa dell’imperatore aveva bisogno di una radicale trasformazione. Se Augusto aveva costruito il suo dominio assoluto nascondendolo dietro le forme repubblicane e presentandosi come «Primus inter pares» ovvero fingendo di essere semplicemente il primo senatore tra i senatori e rispettoso delle tradizioni repubblicane, Diocleziano aveva ormai la necessità diametralmente opposta.

Diocleziano era un dominus, il padrone assoluto, e chi veniva ammesso alla sua presenza doveva eseguire la proskynesis, cioè prostrarsi a terra e baciare l’orlo della sua veste. Nelle occasioni formali indossava una veste di seta purpurea e scarpe ornate di gemme preziose, seduto su un trono.Nelle monete tetrarchiche scompare il ritratto realistico e individualizzato tipico dell’epoca augustea: i tetrarchi vengono raffigurati in modo quasi identico tra loro, con lineamenti stereotipati e austeri che esprimono forza divina piuttosto che umanità. Nelle statue i quattro imperatori appaiono rigidi, simmetrici, in armatura, in un abbraccio fraterno che trasmette potere collettivo e sovrumano.

L’intera estetica visiva abbandonò il naturalismo classico per uno stile ieratico e frontale, mutuato dalle tradizioni orientali persiane ed ellenistiche, più adatto a rappresentare esseri al di sopra dell’umano.

La riforma dello stato di Diocleziano

Oltre ai necessari interventi sotto l’aspetto militare, Diocleziano fu forse uno degli imperatori romani che più di ogni altro rivoluzionò l’apparato statale.

Uno dei suoi primi provvedimenti fu l’istituzione del cosiddetto «Consistorium». Questo era il consiglio segreto dell’imperatore, composto da alti funzionari, segretari, giuristi e ambasciatori che assistevano il sovrano nelle decisioni più importanti. Era l’erede del vecchio consilium principis augusteo, ma con Diocleziano divenne una struttura molto più formalizzata e gerarchica.

Il risultato fu un’esplosione della burocrazia imperiale: secondo Lattanzio, che era ostile a Diocleziano per via delle persecuzioni cristiane, il numero di funzionari civili raddoppiò, passando da circa 15.000 a 30.000 persone. I burocrati arrivarono persino ad adottare un’estetica para-militare, indossando il mantello e la cintura militare al posto della tradizionale toga.

Diocleziano si preoccupò anche di dividere il territorio. La provincia era l’unità amministrativa di base. Diocleziano ne raddoppiò il numero, da circa cinquanta a quasi cento, suddividendo quelle esistenti in unità più piccole. Ogni provincia era governata da un praeses, cioè un governatore civile, che si occupava di giustizia locale e riscossione delle tasse, ma senza alcun potere militare, affidato separatamente al dux provinciae.

Più province vicine venivano raggruppate in una diocesi, introdotta intorno al 296–297 d.C.. A capo della diocesi c’era il vicarius, un funzionario di rango equestre che supervisionava i governatori provinciali sottostanti, controllava che le tasse arrivassero correttamente e fungeva da tribunale d’appello per le sentenze provinciali. In tutto le diocesi erano dodici: Britannia, Gallia, Viennensis, Hispania, Africa, Italia, Pannoniae, Moesia, Thracia, Asiana, Pontica e Oriens.

Le dodici diocesi furono infine raggruppate in quattro grandi prefetture, ognuna retta da un praefectus praetorio, il funzionario più potente dell’impero dopo l’imperatore stesso. Le quattro prefetture erano la Gallia, che comprendeva Britannia, Gallia e Hispania, l’Italia, che includeva Italia, Africa e Pannoniae, l’Illirico, con Moesia e Thracia, e infine l’Oriente, che riuniva Asiana, Pontica e Oriens.

Il prefetto del pretorio gestiva le finanze, l’approvvigionamento militare e fungeva da giudice supremo nella sua area, rendendo di fatto impossibile per chiunque accumulare abbastanza potere da ribellarsi all’imperatore.

Sul fronte militare, Diocleziano costruì una catena di comando separata e parallela a quella civile. Il dux provinciae era il comandante militare della singola provincia, incaricato della difesa del confine assegnato e del controllo delle truppe stanziate nel territorio. Era una figura del tutto separata dal governatore civile (praeses): i due si occupavano della stessa provincia ma con competenze rigidamente distinte, l’uno per le armi, l’altro per la giustizia e le tasse. Da questo titolo deriva direttamente il termine italiano «duca».

Al di sopra dei duces provinciali si trovava il comes rei militaris, il comandante militare dell’intera diocesi. Coordinava i vari duces sotto di lui, garantiva la risposta militare rapida in caso di invasioni o rivolte che coinvolgessero più province contemporaneamente e rispondeva direttamente al livello superiore della catena di comando. Il titolo di comes, letteralmente «compagno dell’imperatore», indicava una stretta vicinanza alla persona imperiale e un rango di grande prestigio.

Al vertice della struttura militare si trovava il magister militum, il comandante supremo dell’esercito nell’intera prefettura, che rispondeva direttamente all’imperatore. Era lui a coordinare le grandi campagne militari, a distribuire le risorse tra le diocesi e a garantire la coesione strategica dell’intero apparato difensivo.

La separazione tra questa catena di comando militare e quella civile dei prefetti del pretorio era deliberata: Diocleziano voleva che nessun singolo funzionario controllasse insieme soldati, denaro e giustizia, eliminando così il rischio di usurpazioni che aveva devastato il III secolo.

Il diritto romano sotto Diocleziano

La trasformazione del Diritto romano è uno dei cambiamenti più profondi nella storia romana, e riguarda il passaggio da un sistema creativo a uno puramente esecutivo.

Nell’epoca repubblicana e nel primo Principato, il diritto romano era tutt’altro che un sistema rigido. Il protagonista centrale era il pretore, un magistrato che ogni anno, all’inizio del suo mandato, pubblicava l’edictum perpetuum, cioè un programma con i principi giuridici che avrebbe seguito durante il suo anno di carica. Questo significava che il diritto cresceva in modo organico, adattandosi alle nuove realtà sociali ed economiche: i giuristi classici come Papiniano, Ulpiano e Paolo interpretavano, discutevano e innovavano costantemente, e la loro auctoritas aveva peso normativo quasi pari alla legge. Era un sistema vivo, in continua evoluzione dal basso.

A partire dal III secolo questa creatività giuridica si spense progressivamente. Con il Dominato di Diocleziano si completò una trasformazione già avviata: l’imperatore divenne l’unica fonte del diritto, e i funzionari non creavano più norme ma si limitavano ad applicare quelle imperiali.

L’imperatore poteva legiferare attraverso quattro strumenti principali: gli edicta, cioè disposizioni con valore vincolante per tutto l’impero, i mandata, istruzioni operative per i funzionari, i rescripta, risposte a quesiti giuridici specifici, e i decreta, sentenze su casi particolari. Secondo la concezione del tempo l’imperatore era considerato «legge vivente ben superiore alle leggi scritte», il che rendeva superflua qualsiasi altra fonte autonoma di produzione giuridica.

Il risultato fu che il diritto romano smise di evolversi dal basso e divenne pura esecuzione della volontà imperiale. I giuristi non interpretavano più liberamente, ma commentavano i testi imperiali. I governatori e i vicari non creavano diritto, ma lo applicavano meccanicamente secondo le disposizioni ricevute dall’alto. Questa cristallizzazione, se da un lato garantì uniformità nell’enorme macchina burocratica tetrarchica, dall’altro segnò la fine della grande stagione creativa della giurisprudenza classica romana, aprendo quello che gli storici del diritto chiamano il periodo postclassico.

La riforma del fisco e il dirigismo economico

Altro fondamentale settore che conobbe delle riforme enormi, e a tratti soffocanti, fu quello del fisco.

Il punto di partenza dell’intero sistema fiscale fu il censimento, ripetuto a cadenza regolare ogni cinque anni attraverso le cosiddette indizioni. Ogni città doveva dichiarare sia il numero di persone che vivevano nel suo territorio sia la ricchezza prodotta dalla terra, ottenendo così una fotografia precisa delle risorse disponibili su cui calcolare le imposte. Diocleziano fu il primo imperatore a redigere in modo sistematico un bilancio annuale dello Stato, calcolando ogni anno la quantità di tasse necessaria in base alle spese militari e burocratiche previste.

Il sistema si fondava su due unità di misura distinte e complementari. Il caput era l’unità fiscale personale: rappresentava il valore economico di ogni individuo come forza lavoro, e da esso veniva calcolata la capitatio, cioè l’imposta sul reddito personale.

Lo iugum era invece l’unità fondiaria: rappresentava la porzione di terra arabile che un contadino in buona salute poteva lavorare, e da esso veniva calcolata la iugatio, l’imposta sui terreni pagata in denaro ma soprattutto in grano e derrate alimentari. I due sistemi erano strettamente intrecciati: uno iugum non poteva essere tassato senza un caput corrispondente e viceversa, il che spingeva il fisco a mantenere un equilibrio costante tra terra disponibile e forza lavoro.

La riscossione delle imposte avveniva ogni anno il 1° settembre ed era affidata ai decuriones, i membri dei consigli municipali delle singole città. Essi erano personalmente responsabili del gettito fiscale del loro territorio: dovevano raccogliere le imposte dai singoli contribuenti e versarle allo Stato, rispondendo con il proprio patrimonio personale in caso di ammanco.

Questo meccanismo trasformò i decurioni da élite locale privilegiata a categoria gravata da un peso enorme: chi non riusciva a far quadrare i conti rischiava la rovina economica, e col tempo la carica di decurione divenne un onere che molti cercavano di evitare.

La conseguenza più pesante dell’intero sistema fu la precettazione lavorativa, ovvero il divieto imposto ai lavoratori di abbandonare la propria terra o cambiare professione. Poiché le entrate fiscali erano calcolate in base al numero di capita e iuga registrati al momento del censimento, ogni spostamento di persone o abbandono di terreni avrebbe scompaginato i calcoli dello Stato.

Per questo i figli ereditavano obbligatoriamente la professione del padre: il figlio del contadino restava contadino, il figlio dell’artigiano restava artigiano. Il risultato fu, come hanno definito gli storici, una vera e propria «imbalsamazione della società»: la mobilità sociale e geografica fu di fatto eliminata per legge, gettando le basi di quel sistema di servi della gleba che avrebbe caratterizzato il Medioevo.

L’editto dei prezzi

L’Edictum De Pretiis Rerum Venalium del 301 d.C. è uno dei provvedimenti economici più ambiziosi e discussi di tutta la storia romana.

Il problema di fondo era una crisi monetaria che durava da quasi un secolo. Nel corso del III secolo i vari imperatori avevano progressivamente ridotto il contenuto di argento nelle monete per far fronte alle spese militari, fino a svuotarle quasi del tutto.

Diocleziano tentò di porvi rimedio introducendo una nuova moneta argentea, l’argenteus, dal peso simile al vecchio denario neroniano, ma l’effetto fu paradossalmente opposto: il valore dell’argento salì sui mercati, trascinando con sé tutti i prezzi e aggravando ulteriormente l’inflazione.

Prima dell’editto sui prezzi, Diocleziano tentò anche un cosiddetto Editto di Afrodisiade con cui raddoppiò il valore nominale delle monete di rame e bronzo, fissando addirittura la pena di morte per gli speculatori, accusati di essere come barbari nemici dell’impero, ma anche questo provvedimento si rivelò insufficiente.

Tra il 20 novembre e il 9 dicembre del 301 d.C., nel diciottesimo anno del suo regno, Diocleziano emanò l’editto con il consenso degli altri tre tetrarchi, che compaiono tutti come firmatari. Era un documento di straordinaria vastità: diviso in 32 sezioni, fissava i prezzi massimi, non prezzi fissi, ma tetti invalicabili, per oltre mille prodotti, beni e servizi presenti nell’intero impero. L’editto era redatto sia in latino che in greco, le due lingue fondamentali dell’impero, ed è stato ricostruito dagli storici moderni sulla base di 132 frammenti recuperati a partire dal 1709, ritrovati soprattutto nella parte orientale dell’impero.

Il livello di dettaglio era straordinario. Nella sezione De Piscis il pesce di mare di prima scelta veniva fissato a ventiquattro denari la libbra, quello di seconda a sedici, il pesce di fiume a dodici e otto, le sardine a sedici. Nella sezione De Oleribus venivano stabiliti i prezzi di cinque tipi di lattuga, e così via per ogni categoria merceologica immaginabile, dai cereali alle stoffe, dal vino ai salari dei lavoratori. La pena per chi vendeva a prezzi superiori al limite stabilito era la morte.

Nonostante la severità delle sanzioni, l’editto fu un fallimento quasi immediato. I commercianti, piuttosto che vendere in perdita, preferivano ritirare le merci dal mercato e alimentare il mercato nero e il contrabbando. Le autorità non erano in grado di controllare capillarmente migliaia di transazioni quotidiane su un territorio immenso, e il divario tra i prezzi ufficiali e quelli reali si fece rapidamente insostenibile. L’editto cadde di fatto in disuso ancora prima della fine del regno di Diocleziano, lasciando irrisolto il problema inflattivo che aveva cercato di combattere.

La lotta al Manicheismo

Altra parte fondamentale del regno di Diocleziano fu la lotta ad alcune religioni che, nella morale romana del tempo, potevano costituire un grave pericolo. Primo obiettivo fu sicuramente il Manicheismo.

Questa religione nacque in Mesopotamia, nel cuore dell’Impero sasanide persiano, fondato dal profeta Mani (216276 d.C.). Era una religione profondamente dualistica: al centro di tutta la sua visione del mondo stava la lotta eterna e inconciliabile tra il Bene, identificato con la luce e il mondo spirituale, e il Male, identificato con le tenebre e la materia.

Secondo questa dottrina, non esiste un unico dio onnipotente, ma due princìpi eterni e contrapposti in guerra permanente, e il compito dell’uomo è liberare le particelle di luce intrappolate nella materia per restituirle al mondo spirituale.

Dalla Persia il manicheismo si era diffuso rapidamente verso ovest, raggiungendo l’Egitto e le province orientali dell’impero Romano attraverso le rotte commerciali. Questa origine persiana era agli occhi di Diocleziano un elemento politicamente devastante: nel 302, nel pieno delle tensioni con i Sasanidi, una religione nata e cresciuta nel paese nemico non poteva che essere considerata uno strumento di destabilizzazione politica oltre che religiosa.

Nel suo rescritto al proconsole d’Africa, Diocleziano usò parole durissime: i manichei avevano creato «nuove e finora sconosciute sette in opposizione alle credenze più antiche» e la sua paura era che «con il passare del tempo si adoperassero per infettare l’intero impero come con il veleno di un serpente maligno».

Il 31 marzo 302 Diocleziano emanò il rescritto contro i manichei, la prima persecuzione religiosa dell’impero che prevedeva espressamente la distruzione delle scritture sacre. I capi manichei e i loro seguaci dovevano essere bruciati vivi insieme ai loro testi sacri, una misura di radicalità senza precedenti nella storia romana.

I manichei di rango inferiore furono condannati a morte, mentre quelli di ceto più elevato vennero mandati a lavorare nelle cave del Proconneso, l’odierna isola di Marmara, o nelle miniere di Phaeno. Tutte le proprietà manichee furono confiscate e trasferite al tesoro imperiale.

Al di là del fervore religioso, la persecuzione aveva una logica politica precisa. Il manicheismo era percepito come una forza anti-tradizionale che minacciava la coesione sociale su cui si reggeva il sistema tetrarchico. Per Diocleziano, che aveva costruito tutta la sua propaganda sull’idea del restauratore della prisca religio romana, una religione straniera, recente e rivoluzionaria era incompatibile con il progetto di rifondazione dell’impero. Come scrisse lui stesso: «l’antica religione non dovrebbe essere criticata da una appena creata».

La grande persecuzione contro i Cristiani

Nei primi quindici anni del suo governo, Diocleziano non perseguitò i cristiani in modo sistematico: si limitò a espellerli progressivamente dall’esercito e dall’amministrazione pubblica, ritenendo sufficiente tenerli lontani dalle cariche di potere. Era una posizione di prudenza: Diocleziano sapeva che i cristiani erano ormai diffusissimi nell’impero, anche tra i funzionari e la corte, e una repressione violenta avrebbe creato instabilità. Fu il suo Cesare Galerio a spingere verso la persecuzione generale nell’inverno del 302.

Per risolvere il contrasto tra la sua cautela e la spinta di Galerio, Diocleziano ricorse a uno strumento tipicamente romano: la consultazione oracolare. Fu inviato un messaggero al celebre oracolo di Apollo a Didima (nell’odierna Turchia) con la richiesta di un responso sulla questione cristiana. La risposta dell’oracolo fu interpretata come un’approvazione della posizione di Galerio — secondo alcune fonti l’oracolo parlò di un «male sulla terra» che impediva al dio di rispondere, e i cristiani furono indicati come capro espiatorio. Questa risposta tolse a Diocleziano le ultime riserve, e la persecuzione generale fu proclamata il 24 febbraio del 303.

In meno di due anni furono emanati quattro editti successivi di crescente durezza. Il primo editto, affisso a Nicomedia il 24 febbraio 303, ordinava il rogo dei libri sacri e dei testi liturgici, la demolizione di tutte le chiese, il divieto assoluto di riunirsi per il culto e la proibizione per i cristiani di ricorrere ai tribunali in qualunque azione legale.

Contestualmente, senatori, cavalieri, decurioni, veterani e soldati cristiani furono privati dei loro ranghi, e i liberti cristiani ridotti in schiavitù. I successivi editti inasprirono le misure: il clero fu arrestato e imprigionato, poi fu ordinato un sacrificio universale con cui tutti gli abitanti dell’impero dovevano offrire sacrifici agli dei pagani pena la morte.

La persecuzione non fu uniforme su tutto il territorio. Nelle province occidentali di Costanzo Cloro fu applicato soltanto il primo editto, con qualche demolizione di chiese ma senza arresti di massa né esecuzioni. In Oriente, nelle province di Galerio e Diocleziano, la repressione fu invece feroce. Questo divario rivelò una realtà scomoda per i persecutori: in molte zone i pagani stessi erano indifferenti o apertamente ostili alla persecuzione, e non mancarono casi di funzionari e privati pagani che aiutarono i cristiani a nascondersi o a mettere in salvo i loro testi sacri.

Paradossalmente, la persecuzione ottenne l’effetto opposto a quello sperato. Il martirio, la morte accettata con serenità in nome della fede, divenne uno straordinario strumento di propaganda cristiana: ogni esecuzione pubblica attirava curiosi, spesso li convertiva e consolidava la coesione delle comunità cristiane rimaste. Come registrano le fonti, la persecuzione non riuscì a controllare la crescente diffusione della Chiesa, che anzi uscì rafforzata nella sua identità e nella sua coesione interna.

Non tutti i cristiani resistettero. Molti vescovi e chierici, per salvare la propria vita, si piegarono alle richieste imperiali: sacrificarono agli dèi pagani e, soprattutto, consegnarono i testi sacri alle autorità.

Il verbo latino tradere, consegnare, diede il nome a questi ceditori, chiamati appunto traditores, parola da cui deriva direttamente il nostro “traditori“. Quando la persecuzione finì, nacque una violentissima disputa: il vescovo Donato di Numidia sostenne che i sacramenti amministrati da un traditor erano nulli, perché un ministro che aveva rinnegato la fede non poteva trasmettere la grazia divina.

I suoi seguaci, i donatisti, rifiutarono di riconoscere i vescovi che si erano compromessi, affermando di essere loro la vera Chiesa di Cristo, mentre le comunità che erano rimaste in comunione con i traditores erano ormai apostati. Lo scisma donatista sopravvisse per quasi un secolo, e i donatisti si riconciliarono con la Chiesa cattolica solo dopo il concilio di Cartagine del 411.

L’abdicazione di Diocleziano

Nel 303 d.C. Diocleziano celebrò i suoi vicennalia, i vent’anni di regno, con grandi festeggiamenti a Roma, la prima e unica volta che l’imperatore visitò la capitale durante il suo lungo governo. Fu un momento di trionfo pubblico, ma già nella tarda estate del 304, durante una campagna sul Danubio, Diocleziano fu colpito da una grave malattia che lo lasciò in condizioni così precarie da far circolare per mesi la voce della sua morte. L’imperatore scomparve dalla vita pubblica per un lungo periodo, e le sue rare apparizioni lo mostravano invecchiato e debilitato nel corpo, tanto che molti alla corte dubitavano potesse ancora governare.

A Ravenna, nell’inverno tra il 304 e il 305, Diocleziano cominciò a organizzare la sua abdicazione, un evento senza precedenti nella storia romana: nessun imperatore aveva mai rinunciato volontariamente al potere. Le fonti antiche suggeriscono che dietro la decisione ci fosse anche una forte pressione da parte di Galerio, il quale aveva tutto l’interesse a liberarsi di Diocleziano per controllare più liberamente i successori. Secondo questa tradizione, Galerio arrivò quasi a minacciare il vecchio imperatore, sfruttando la sua malattia e la sua fragilità per costringerlo ad accelerare il processo.

Il 1° maggio 305, sulla stessa collina nei pressi di Nicomedia dove vent’anni prima aveva ricevuto il potere imperiale, Diocleziano si presentò davanti all’esercito radunato, con accanto Massimiano che contemporaneamente abdica a Milano. Di fronte alla statua di Giove, tra le lacrime, come riportano le fonti, Diocleziano depose la porpora e cedette il potere ai due nuovi Augusti, Galerio in Oriente e Costanzo Cloro in Occidente. Fu un momento di straordinaria solennità e malinconia: il vecchio imperatore, in lacrime, sulla stessa altura dove aveva iniziato tutto, chiudeva un’epoca.

Dopo l’abdicazione, Diocleziano si ritirò nel suo immenso palazzo di Spalato, l’odierna Split, in Croazia, che aveva fatto costruire negli anni precedenti come residenza per la vecchiaia. Quando, negli anni successivi, il sistema tetrarchico cominciò a crollare e gli antichi colleghi lo sollecitarono a riprendere il potere, Diocleziano rifiutò con una risposta rimasta celebre: disse di preferire coltivare le sue verdure piuttosto che tornare a governare un mondo in fi.

La crisi e il crollo della tetrarchia

Il sistema tetrarchico si rivelò fragile quasi subito dopo l’abdicazione, perché non riuscì a risolvere il problema della successione dinastica. I nuovi Cesari scelti da Galerio, Severo in Occidente e Massimino Daia in Oriente, erano sue creature e non riconosciuti da tutti.

Nel 306 morì Costanzo Cloro in Britannia e le sue truppe acclamarono imperatore il figlio Costantino, un atto del tutto contrario allo spirito tetrarchico che escludeva la successione per nascita. Nello stesso anno il figlio di Massimiano, Massenzio, si proclamò imperatore a Roma con l’appoggio del padre, che aveva ritirato la propria abdicazione. In pochi mesi il sistema ideato da Diocleziano, che prevedeva quattro imperatori scelti per merito, si frantumò in una guerra civile multipla tra pretendenti legati tra loro da parentele e alleanze.

La crisi si risolse con la progressiva eliminazione degli altri pretendenti da parte di Costantino, che sconfisse Massenzio nella celebre battaglia di Ponte Milvio nel 312 e poi Licinio nel 324, diventando unico imperatore di un impero riunificato.

La tetrarchia, nata per dividere il peso del governo tra quattro persone e garantire la stabilità, finì per produrre esattamente il tipo di guerra civile che Diocleziano aveva cercato di evitare. Il principio del merito era stato spazzato via dall’istinto dinastico: i soldati volevano seguire il figlio del loro generale, non uno sconosciuto scelto da un lontano imperatore.

Diocleziano morì probabilmente nel 311 o 312, pochi anni dopo aver assistito impotente, dal suo palazzo di Spalato, al collasso di tutto ciò che aveva costruito.