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Patrizi e plebei erano i due ordini in cui era divisa la cittadinanza della Roma più antica. I patrizi erano poche famiglie che si dicevano discendenti dei primi senatori e che, all’inizio della Repubblica, tenevano per sé magistrature, sacerdozi e Senato. I plebei erano tutti gli altri cittadini liberi: la grande maggioranza. Tra il 494 e il 287 a.C. i plebei lottarono per avere gli stessi diritti, e alla fine li ottennero.
Di solito il racconto si riduce a una formula: i ricchi contro i poveri. È la prima cosa da correggere. Fra i plebei c’erano contadini indebitati, ma anche famiglie ricche e ambiziose che possedevano terre e combattevano nell’esercito come i patrizi. Quello che li separava non era il denaro: era la nascita. Un plebeo poteva essere ricchissimo e restare escluso dal consolato, dai collegi sacerdotali e perfino dal matrimonio con una patrizia. Il conflitto fra patrizi e plebei, che gli storici chiamano conflitto degli ordini, fu una lotta per l’uguaglianza politica prima ancora che per il pane.
Chi erano i patrizi
Il nome viene da patres, “padri”: così si chiamavano i membri del Senato. Secondo la tradizione raccolta da Tito Livio e da Dionigi di Alicarnasso, fu Romolo a scegliere cento capifamiglia come primi senatori; i loro discendenti sarebbero stati i patrizi, e il loro numero sarebbe cresciuto sotto i re successivi. Gli storici moderni discutono quanto ci sia di vero in questo racconto, ma su un punto concordano: in età arcaica il patriziato era un gruppo chiuso di famiglie, organizzate in gentes, che si trasmettevano per nascita il diritto di governare.
All’inizio della Repubblica, nel 509 a.C., questo diritto era quasi assoluto. Solo i patrizi potevano diventare consoli, solo loro sedevano nei grandi collegi sacerdotali, solo loro conoscevano e custodivano le formule del diritto, che non erano ancora scritte. Un giudice patrizio applicava regole che il plebeo non poteva leggere da nessuna parte. Accanto a questo c’era il potere degli auspici: interrogare la volontà degli dèi prima di ogni atto pubblico era considerato una prerogativa patrizia, e senza auspici nessuna decisione era valida.
Il potere dei patrizi passava anche per la clientela. Ogni grande famiglia aveva intorno a sé decine o centinaia di clientes, uomini liberi che ricevevano protezione, aiuto in tribunale e a volte terra, e in cambio offrivano fedeltà, voti e braccia armate. Molti clienti erano plebei: per questo la frattura fra i due ordini non fu mai una linea netta che divideva la città in due blocchi compatti.
Chi erano i plebei
Il termine plebs è legato alla radice di plenus, “pieno”, e al greco plêthos, “moltitudine”: la plebe era la massa dei cittadini. Da dove venisse è una delle domande più dibattute della storia romana. Gli antichi e i moderni hanno proposto quasi tutto: discendenti delle popolazioni vinte e trasferite a Roma, immigrati arrivati per commerciare, famiglie rimaste fuori dal Senato delle origini. Probabilmente la plebe nacque da tutte queste strade insieme, e si definì soprattutto per contrasto: era plebeo chi non era patrizio.
I plebei erano cittadini a pieno titolo per molti aspetti. Combattevano nelle legioni, votavano nelle assemblee, possedevano terre e botteghe. Ma pagavano il prezzo più alto delle guerre continue: i piccoli proprietari partivano per le campagne militari, i campi restavano incolti, i debiti crescevano. Il diritto arcaico conosceva il nexum, una forma di schiavitù per debiti in cui il debitore insolvente finiva nelle mani del creditore. Per un contadino plebeo, perdere un raccolto poteva significare perdere la libertà.
Le differenze tra patrizi e plebei
Ecco le differenze principali come si presentavano nei primi decenni della Repubblica, prima delle grandi riforme.
| Patrizi | Plebei | |
|---|---|---|
| Origine | Discendenti dei patres, i primi senatori | Tutti gli altri cittadini liberi |
| Numero | Una minoranza ristretta | La grande maggioranza |
| Magistrature | Accesso al consolato e alle cariche maggiori | Esclusi (fino al 367 a.C. per il consolato) |
| Religione | Auspici e grandi sacerdozi | Esclusi dai collegi di pontefici e auguri (fino al 300 a.C.) |
| Diritto | Custodi delle norme non scritte | Soggetti a regole che non potevano conoscere |
| Matrimonio | Solo tra patrizi (divieto confermato dalle XII Tavole) | Nozze con patrizi vietate fino al 445 a.C. |
| Ricchezza | In genere grandi proprietari | Dai contadini indebitati alle famiglie ricche |
La prima secessione della plebe e l’apologo di Menenio Agrippa

La secessione della plebe sul Monte Sacro, incisione di B. Barloccini (1849).
Nel 494 a.C., secondo Livio, la tensione esplose. Esasperati dai debiti e dalle promesse non mantenute, i plebei in armi abbandonarono Roma e si ritirarono sul Monte Sacro, un’altura oltre l’Aniene (una tradizione alternativa parla dell’Aventino). Non attaccarono nessuno: semplicemente se ne andarono. Fu uno sciopero militare e civile insieme, la prima secessione della plebe, e mise i patrizi davanti a una realtà brutale: senza la plebe Roma non aveva un esercito.
Il Senato mandò a trattare Menenio Agrippa, un uomo gradito alla plebe. Livio gli fa raccontare una favola diventata celebre. Un giorno le membra del corpo si ribellarono allo stomaco, che secondo loro se ne stava ozioso a godersi il cibo procurato dalla fatica altrui: le mani smisero di portare il cibo alla bocca, la bocca di riceverlo, i denti di masticarlo. Ma presto tutto il corpo si indebolì, e le membra capirono che anche lo stomaco aveva un compito: distribuire a tutti il nutrimento. Il messaggio era chiaro: patrizi e plebei erano parti dello stesso corpo, e nessuno poteva vivere senza l’altro.
La favola funzionò, ma i plebei non tornarono a mani vuote. Ottennero magistrati propri, i tribuni della plebe, dichiarati sacrosanti: chi li toccava poteva essere ucciso impunemente. Il tribuno poteva intervenire per proteggere un plebeo da un magistrato e, col tempo, bloccare con il suo veto le decisioni dei magistrati. Accanto ai tribuni nacquero gli edili plebei e un’assemblea riservata alla plebe, il concilio della plebe, che votava i plebiscita. La plebe si era data, dentro la città, uno Stato parallelo.
Le lotte tra patrizi e plebei: dalle XII Tavole alla lex Hortensia
La prima secessione aprì una partita lunga due secoli. Ogni conquista plebea fu strappata con la pressione politica, con il rifiuto della leva, a volte con nuove secessioni. Queste sono le tappe principali.
- 494 a.C., prima secessione. Nascono i tribuni della plebe.
- 451-450 a.C., le Leggi delle XII Tavole. Su richiesta della plebe un collegio di dieci uomini, i decemviri, mette per iscritto il diritto. Per la prima volta le regole sono esposte nel Foro e chiunque può conoscerle. Ma le ultime tavole confermano il divieto di matrimonio tra patrizi e plebei.
- 449 a.C., seconda secessione. Contro gli abusi dei decemviri la plebe si ritira di nuovo; i decemviri cadono e le leggi Valerie Orazie rafforzano le garanzie della plebe.
- 445 a.C., lex Canuleia. Il tribuno Gaio Canuleio fa abolire il divieto di matrimoni misti.
- 367 a.C., leggi Licinie Sestie. Dopo anni di scontri i tribuni Gaio Licinio Stolone e Lucio Sestio Laterano ottengono che uno dei due consoli possa essere plebeo. Nel 366 a.C. Sestio diventa il primo console plebeo. Le stesse leggi intervengono sui debiti e limitano l’occupazione delle terre pubbliche.
- IV secolo a.C., le altre cariche. I plebei arrivano alla dittatura (356 a.C.), alla censura (351 a.C.) e alla pretura (337 a.C.).
- 326 a.C. circa, lex Poetelia Papiria. Viene abolito il nexum: un cittadino non può più diventare schiavo per debiti.
- 300 a.C., lex Ogulnia. I plebei entrano nei collegi dei pontefici e degli auguri.
- 287 a.C., lex Hortensia. Dopo un’ultima secessione, sul Gianicolo, i plebisciti diventano vincolanti per tutto il popolo romano, patrizi compresi. Il conflitto degli ordini si chiude qui.
Due secoli dopo il Monte Sacro, la divisione giuridica fra patrizi e plebei non pesava quasi più sulla vita politica. Restavano pochi privilegi simbolici: alcuni sacerdozi antichissimi, come il rex sacrorum e i flamini maggiori, e la carica di interrex, rimasero riservati ai patrizi. Ma il potere vero ormai si conquistava con le elezioni, non si ereditava.
Un plebeo console contro un patrizio: Cicerone e Catilina
Il risultato di quella lunga lotta si vede bene in una scena di molti secoli dopo. Novembre del 63 a.C.: in Senato il console Marco Tullio Cicerone accusa Lucio Sergio Catilina di aver organizzato una congiura contro la Repubblica. Cicerone veniva da Arpino, da una famiglia di rango equestre, ed era plebeo: un homo novus, il primo della sua famiglia a raggiungere il consolato. Catilina, invece, apparteneva alla gens Sergia, una delle stirpi patrizie più antiche di Roma.
Nel 494 a.C. una scena così sarebbe stata impensabile. Nel 63 a.C. un plebeo presiedeva il Senato e un patrizio sedeva isolato sui banchi, abbandonato dai colleghi. È il momento che Cesare Maccari ha dipinto negli anni Ottanta dell’Ottocento negli affreschi di Palazzo Madama, sede del Senato italiano: la congiura di Catilina raccontata come il trionfo della parola sulla violenza, e, senza volerlo, come l’immagine finale del conflitto degli ordini.
Patrizi e plebei non erano ottimati e popolari
Un errore frequente, anche in molti siti che spiegano l’argomento, è sovrapporre il conflitto fra patrizi e plebei allo scontro fra ottimati e popolari dell’ultimo secolo della Repubblica. Sono due storie diverse, separate da quasi due secoli. Quando i Gracchi proposero le loro riforme agrarie, nel 133 e nel 123 a.C., la distinzione fra patrizi e plebei aveva già perso il suo peso politico: gli stessi Gracchi appartenevano alla gens Sempronia, plebea, ma la loro famiglia faceva parte da generazioni dell’élite di governo.
Dopo le leggi Licinie Sestie, infatti, si formò una nuova classe dirigente, la nobilitas: le famiglie, patrizie o plebee, che avevano avuto un console tra gli antenati. I plebei ricchi entrati nelle magistrature si allearono con i patrizi e chiusero a loro volta la porta a chi veniva da fuori. Per questo un uomo come Cicerone, senza consoli in famiglia, era chiamato homo novus e dovette faticare il doppio. Ottimati e popolari non erano due ordini di nascita, ma due modi di fare politica dentro questa stessa élite: chi difendeva l’autorità del Senato e chi cercava il consenso delle assemblee popolari.
Nello stesso periodo cambiò anche il significato della parola “plebe”. Nell’età di Cesare indicava ormai soprattutto la popolazione povera della città, la plebs urbana: non più un ordine giuridico, ma una condizione sociale.
Che fine fecero i patrizi
Le antiche famiglie patrizie, che non potevano allargarsi se non per nascita, si estinsero una dopo l’altra. Alla fine della Repubblica erano rimaste poche gentes e alcuni sacerdozi riservati rischiavano di restare scoperti. Essere patrizi, d’altra parte, poteva diventare uno svantaggio: un patrizio non poteva fare il tribuno della plebe. Nel 59 a.C. Publio Clodio Pulcro, di famiglia patrizia, si fece adottare da un plebeo proprio per poter diventare tribuno.
Furono Cesare e Augusto a creare nuovi patrizi per legge, con la lex Cassia e la lex Saenia, e dopo di loro gli imperatori continuarono a concedere il titolo a famiglie fedeli. Il patriziato diventò un onore distribuito dal principe, non più un diritto di sangue. Con Costantino, nel IV secolo, patricius diventò un titolo personale conferito ai più alti dignitari dell’Impero, e in questa forma attraversò il Medioevo. Una parola nata per indicare i discendenti dei primi senatori di Romolo finì così per designare i grandi del regno.
Domande frequenti su patrizi e plebei
Chi erano i patrizi romani?
Erano i membri delle famiglie che si dicevano discendenti dei primi senatori, i patres. Nella prima età repubblicana avevano il monopolio delle magistrature, dei grandi sacerdozi e della conoscenza del diritto.
Che differenza c’era tra patrizi e plebei?
La differenza era di nascita, non di ricchezza. I patrizi avevano pieni diritti politici e religiosi; i plebei, pur essendo cittadini, erano esclusi dalle cariche più alte e non potevano sposare patrizi fino al 445 a.C.
Cosa erano le secessioni della plebe?
Erano abbandoni collettivi della città: i plebei si ritiravano fuori Roma, rifiutando di lavorare e di combattere, finché non ottenevano concessioni. Le tradizioni ne ricordano diverse; le più note sono quelle del 494, del 449 e del 287 a.C.
Cosa disse Menenio Agrippa ai plebei?
Raccontò l’apologo delle membra e dello stomaco: le membra, ribellandosi allo stomaco, finiscono per indebolire tutto il corpo. Il senso era che patrizi e plebei avevano bisogno gli uni degli altri.
Cosa significa essere patrizi oggi?
Nell’italiano di oggi “patrizio” indica una persona di nobile famiglia o, in senso figurato, qualcuno dai modi aristocratici. Il significato viene dal patriziato romano e dai patriziati delle città medievali, come Venezia e Genova.
Quando finì il conflitto tra patrizi e plebei?
Si considera concluso nel 287 a.C., con la lex Hortensia, che rese i plebisciti vincolanti per tutti i cittadini.




