A Roma, al Celio, le viscere della città eterna hanno restituito un nuovo e affascinante enigma archeologico. Grazie ai lavori di consolidamento del muraglione di Villa Celimontana, risalente al XVI secolo, sono tornati alla luce otto ambienti decorati con mosaici e affreschi di immensa rarità. Gli scavi, condotti dalla Soprintendenza Speciale di Roma del Ministero della Cultura nell’ambito degli interventi finanziati dal Pnrr, hanno svelato i resti di un maestoso edificio del II secolo, con rimaneggiamenti successivi ascrivibili al III secolo. Delle otto stanze individuate, cinque sono state completamente scavate, offrendo agli studiosi un inestimabile patrimonio storico e artistico.
Il ritrovamento più spettacolare è indubbiamente un grande mosaico geometrico impreziosito da un raffinato emblema marino. La composizione raffigura un delfino, un pesce, un’aragosta e un granchio disposti in modo circolare intorno a un cratere, l’ampio vaso a due anse utilizzato nell’antichità per mescolare l’acqua con il vino. In una lacuna della pavimentazione è riemersa persino una porzione di un mosaico precedente, presumibilmente di epoca antonina, caratterizzato da eleganti tralci fioriti neri su sfondo bianco. Le decorazioni di pregio si estendono anche in altezza: ampie sezioni del soffitto affrescato, dipinto con grandi cerchi rossi e azzurri contornati da sinuose cornici in stucco bianco a dentelli, sono state rinvenute crollate sul piano di calpestio. A completare l’apparato ornamentale vi sono numerosi frammenti di opus sectile, il celebre e costoso rivestimento parietale realizzato assemblando lastre di marmo bianco e policromo.
La Soprintendente Speciale di Roma, Daniela Porro, ha sottolineato come l’eccezionale scoperta sia «di grande valore scientifico» e spinga inevitabilmente ad «aprire nuove prospettive di ricerca e valorizzazione». La vera natura di questo maestoso complesso edilizio apre oggi un’affascinante questione interpretativa. Da un lato, la ricchezza assoluta dei materiali e l’articolazione degli spazi fanno propendere per l’ipotesi di una sfarzosa domus, una residenza aristocratica urbana tipica delle alture del Celio in età imperiale. Dall’altro lato, un’ipotesi altrettanto solida e intrigante collega i ruderi alla caserma della V Coorte dei Vigili, il corpo speciale incaricato dell’ordine pubblico notturno e dello spegnimento dei frequenti incendi romani.
A sostegno di questa teoria militare vi sono molteplici e convergenti indizi. In passato, proprio all’ingresso dell’attuale parco di Villa Celimontana, furono scoperte due basi di statue recanti il lungo elenco dei membri della coorte. Lo scavo odierno ha inoltre rivelato la presenza di piccole stanze modulari accostate, perfettamente compatibili con i modesti alloggi militari della truppa. Anche il soggetto del mosaico principale, il grande vaso o cratere, trova un parallelo stringente in due specifici ambienti della caserma dei vigili di Ostia, spazi destinati ai momenti di svago dei commilitoni. La posizione altamente strategica avrebbe inoltre garantito ai soccorritori un accesso immediato all’antico acquedotto Celimontano, le cui abbondanti acque alimentavano una cisterna essenziale per riempire rapidamente le botti dei carri antincendio.
La storia dell’edificio si interrompe tra il V e il VI secolo, periodo che segna il suo progressivo e definitivo abbandono. Nei secoli successivi le antiche rovine furono parzialmente distrutte per fare spazio alle profonde fondazioni della loggia del XVII secolo di Villa Mattei, rimanendo poi fortunatamente sepolte sotto spessi strati di terra che ne hanno garantito un’eccellente conservazione. La responsabile scientifica dello scavo, Simona Morretta, predica cautela e spiega che «saranno l’analisi delle strutture, dei materiali e del contesto a permetterci di verificare le diverse ipotesi interpretative e di comprendere la reale funzione dell’edificio».
Se la pista militare dovesse trovare conferma definitiva, gli storici potrebbero trovarsi a dover ridisegnare la mappa di uno dei più importanti complessi militari imperiali. Ciascuna delle stazioni capitoline ospitava infatti una coorte composta da un numero variabile tra cinquecento e mille agguerriti uomini. A Villa Celimontana, la caserma avrebbe potuto sfruttare le imponenti costruzioni collinari fortificate, comprendendo grandi edifici di servizio e un ricco santuario riservato al culto, noto come Augusteum. Di quest’ultimo restano evidenti indizi negli sfarzosi marmi colorati estratti alla fine del XVI secolo e persino riutilizzati per decorare la fastosa Sala Regia in Vaticano. L’accesso garantito da antiche e comode arterie come Via della Navicella e il Clivo di Scauro rendeva il sito un nevralgico snodo di pronto intervento. Questa scoperta conferma l’importanza dei progetti di tutela legati al Pnrr, trasformando un semplice cantiere di messa in sicurezza in una grandiosa pagina di storia ritrovata. I futuri e minuziosi studi faranno presto luce su questo ennesimo inestimabile tesoro riemerso dal passato.



