A Pompei, l’indagine su oltre dodicimila frammenti scritti restituisce l’immagine di una città ricca e multiculturale, seconda per importanza soltanto alla capitale dell’impero. Le scritte superstiti all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. non sono semplici reperti, ma vere e proprie testimonianze parlanti che mescolano la cultura alta alla vita quotidiana, spaziando dai versi poetici alle ingiurie, fino alla propaganda elettorale.
Questo patrimonio epigrafico è al centro dell’analisi condotta da Maria Chiara Scappaticcio, docente presso l’Università Federico II di Napoli. A differenza delle tradizionali raccolte dell’epigrafia ottocentesca, spesso precise ma prive di vitalità, il nuovo esame si concentra sulla lingua viva e sulla stratificazione culturale della popolazione pompeiana. Sulle pareti delle antiche abitazioni e degli edifici commerciali emerge una complessa rete di variazioni linguistiche, in cui i presunti errori grammaticali rappresentano in realtà le espressioni naturali dei diversi parlanti in epoca romana.
La letteratura circolava ampiamente tra le classi agiate. Sulla parete della Casa di Eumachia, ad esempio, un ignoto autore ha graffiato un verso dell’ottava Ecloga di Publio Virgilio Marone, riadattando la figura della maga Circe per esaltare la generosità della padrona di casa. Sebbene il nome di Ulisse sia stato tracciato in modo impreciso come «Olyxis», l’episodio dimostra il radicamento del mito. Tuttavia, a Pompei dominava nettamente l’opera virgiliana rispetto ai poemi di Omero, a conferma del forte ruolo scolastico e politico assunto dal mito di Enea nella prima età imperiale. Tra gli altri autori classici maggiormente diffusi figurano anche Ovidio e Properzio.
La conoscenza letteraria non era però confinata alla venerazione accademica. Negli spazi del lavoro artigianale, i versi solenni venivano talvolta stravolti con intenti ironici. Nella lavanderia di Fabio Ululitremulo, il celebre incipit dell’Eneide è stato trasformato in una celebrazione del lavoro quotidiano: invece di cantare le armi e l’eroe, il graffito recita «Canto i lavandai e la civetta», sostituendo la guerra con le fatiche dei tintori e richiamando la protezione della dea Minerva. Altrove, nei pressi del lupanare, compaiono sequenze oscure come «retotatototato», ai limiti della pronunciabilità e note unicamente in questo contesto urbano.
Il paesaggio sonoro e scritto della città era attraversato da molteplici idiomi, testimoniati in un arco temporale che parte dal V secolo a.C. sugli antichi oggetti di importazione. Accanto alle forme originarie osche e alle espressioni in greco antico, le pareti di alcune domus custodiscono tracce orientali inaspettate. Nel triclinio della Casa del Criptoportico si rinviene la lingua aramaica, mentre un reperto eccezionale documenta il safaitico, un antico dialetto arabo la cui comparsa in Occidente costituisce un interrogativo ancora privo di risposta per gli studiosi.
Scavando nella domus del notabile Aulo Rustio Vero, nel 2021 gli archeologi hanno portato alla luce un saluto augurale sulla zoccolatura del Salone Nero: «hic et ubique». Questa semplice formula, tradotta in italiano con “qui e ovunque”, è sopravvissuta intatta alla distruzione vulcanica per riemergere secoli dopo persino nelle battute teatrali shakespeariane, ricordando come le voci incise sull’intonaco continuino a trasmettere frammenti di un’umanità incancellabile.





