L’UFO di Mussolini: anatomia di un mistero che ci raccontiamo

Un disco volante precipitato nei campi lombardi nel 1933, un gabinetto segreto del regime, Marconi a studiare i rottami. Una storia perfetta, emersa però mezzo secolo dopo. Il punto non è se sia vera, ma perché ci piace tanto crederla.

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Illustrazione in stile anni Trenta: ufficiali militari fascisti e scienziati in camice bianco esaminano i rottami di un oggetto volante non identificato in un laboratorio segreto, con la bandiera del Regno d'Italia sullo sfondo

13 giugno 1933, cieli del Nord Italia. Secondo il racconto, un oggetto volante misterioso precipita tra Magenta e Vergiate, lasciando rottami sparsi in un campo. Accanto ai resti del velivolo ci sarebbero corpi non umani. Le autorità fasciste arrivano con una rapidità sospetta, transennano, sequestrano, e calano sull’intera vicenda un ordine di silenzio assoluto. Nessuna notizia sui giornali, nessuna traccia ufficiale, il nulla. Un cold case perfetto, congelato per decenni.

Se si entra nella storia con la giusta sospensione dell’incredulità, ha tutto ciò che serve a un grande mistero: l’oggetto impossibile, i corpi alieni, il regime che insabbia, la scienza segreta. Ma basta scoprire le carte per accorgersi di un dettaglio decisivo, che cambia il modo di guardare tutto il resto. Questa storia non emerge nel 1933, né subito dopo. Emerge decenni più tardi, negli anni Novanta, in un contesto del tutto diverso. E proprio questo ne fa un caso interessante: non tanto come possibile evento storico, quanto come oggetto perfetto per interrogare il rapporto tra fascismo, immaginario tecnologico e cultura del complotto.

La tesi di questo articolo è che la domanda davvero importante, di fronte all’UFO di Mussolini, non sia «è successo davvero?», ma un’altra: perché questa storia ci attrae così tanto, e che cosa rivela del modo in cui usiamo, o evitiamo di usare, il nostro passato. Per arrivarci, però, conviene prima raccontare il mito così come viene narrato, con la serietà che si deve a una buona storia.

Magenta, Vergiate, RS/33: la trama base

Illustrazione in stile anni Trenta: ufficiali militari e scienziati del regime fascista ispezionano i rottami di un oggetto volante in un hangar segreto, con la cartina della zona Magenta-Vergiate e il dossier classificato Gabinetto RS/33 della Polizia Politica in primo piano

La versione canonica, diffusa soprattutto da alcuni ricercatori ufologici italiani, ha contorni precisi. Nel giugno del 1933, nella zona tra Magenta e Vergiate, sarebbe avvenuto il crash di un velivolo sconosciuto, prontamente recuperato dalle autorità e avvolto nella più totale segretezza. L’oggetto viene descritto come cilindrico o a forma di campana, dotato di oblò, con luci bianche e rosse, lungo una decina di metri. A bordo, secondo le versioni più spinte, presunti piloti non umani, poi conservati in formalina.

Il cuore del racconto sta però nella reazione del regime. Sarebbe stato diramato un telegramma riservatissimo dell’agenzia di stampa ufficiale del fascismo, con l’ordine tassativo di non pubblicare nulla su «presunti aeromobili». E sarebbe stato creato un apposito organismo segreto, il Gabinetto RS/33, incardinato nella polizia politica del regime, con il compito di gestire e occultare il fenomeno. A supervisionarne il versante scientifico ci sarebbe stato nientemeno che Guglielmo Marconi, il padre della radio, simbolo vivente della scienza italiana. Il dopoguerra completa la trama: nel 1945 il relitto sarebbe stato prelevato dagli americani, forse su segnalazione del Vaticano, e portato negli Stati Uniti, dove alcuni ufologi lo collegano direttamente alla vicenda di Roswell e alle presunte collezioni segrete statunitensi.

Per orientarsi nella trama, conviene riassumerne gli elementi.

ElementoVersione del mito
Data e luogo13 giugno 1933, tra Magenta e Vergiate
OggettoVelivolo cilindrico o a campana, oblò, luci, circa 10-12 metri
OccupantiPresunti corpi non umani conservati in formalina
Reazione del regimeTelegramma riservatissimo dell’agenzia ufficiale, silenzio imposto
Struttura segretaGabinetto RS/33 nella polizia politica, supervisione di Marconi
Esito postbellicoRelitto portato negli USA nel 1945, legame ipotizzato con Roswell

È una sceneggiatura compatta ed efficace. Il problema, come vedremo, comincia quando si chiede a ciascuna di queste caselle di reggere alla verifica.

Perché un UFO nel 1933 «funziona» così bene come storia

Prima di smontare, però, vale la pena capire perché la storia attecchisce così bene proprio in quell’anno. Il 1933 non è una data scelta a caso: è un momento in cui il regime fascista è ormai consolidato, proiettato sull’immagine di sé come potenza moderna e all’avanguardia. Sono gli anni in cui l’Italia coltiva con orgoglio il mito della propria modernità tecnologica, dalle imprese aeronautiche celebrate come trionfi nazionali alle conquiste nel campo delle radiocomunicazioni, in un clima di competizione tra le potenze su chi domini i cieli e le onde.

In questo scenario, l’idea che proprio Mussolini e Marconi possano mettersi a studiare un velivolo «alieno» come possibile arma segreta risulta quasi seducente nella sua coerenza. È la versione ufologica del fascismo come avanguardia tecnologica: se il regime si vantava di volare più in alto e più lontano di tutti, perché non immaginarlo alle prese con la tecnologia definitiva, quella venuta da un altro mondo? Il mito non contraddice l’immagine che il fascismo dava di sé, la porta al suo estremo logico e fantastico.

A questo si aggiunge il fatto che già allora circolavano storie di armi segrete, di progetti misteriosi, di esperimenti d’avanguardia tenuti nascosti. L’immaginario delle tecnologie occulte non è un’invenzione recente: accompagna da sempre i regimi che fanno della potenza il proprio mito. L’UFO di Mussolini si innesta perfettamente su questo terreno preparato, occupando uno spazio narrativo che era, per così dire, già pronto ad accoglierlo. Ecco perché la storia «suona bene»: non perché sia verificata, ma perché si incastra senza attriti in un immaginario preesistente.

Telegrammi, documenti RS/33 e tanto, tantissimo dopo

Scrivania d'epoca anni Trenta con dossier classificato Gabinetto RS/33 della Polizia Politica, telegramma riservatissimo dell'Agenzia Stefani del 13 giugno 1933 che vieta la pubblicazione di notizie su oggetti aerei non identificati, macchina da scrivere e cartina stradale di Magenta e Vergiate

Veniamo al punto che ogni approccio onesto deve affrontare: che cosa abbiamo davvero in mano? Il nucleo documentale della vicenda consiste essenzialmente in una copia del presunto telegramma riservatissimo, in alcune carte attribuite al Gabinetto RS/33, e in testimonianze raccolte a partire dagli anni Novanta dai ricercatori che hanno costruito e diffuso il caso. È su questo materiale che poggia l’intera ricostruzione.

E qui occorre essere precisi, perché è il cuore della questione. Questi documenti emergono tardi, decine di anni dopo i fatti che dovrebbero attestare, e in contesti non accademici, legati alla pubblicistica ufologica più che alla ricerca storica istituzionale. A oggi non risultano confermati da indagini sistematiche negli archivi militari e di Stato italiani, né in quelli di altre potenze dell’epoca. Non esiste, in altre parole, quel riscontro indipendente che la metodologia storica richiede prima di considerare attendibile una fonte: nessun secondo documento, proveniente da un fondo diverso e non collegato, che confermi l’esistenza del primo.

Resta una zona grigia, che va riconosciuta con altrettanta onestà. Alcuni elementi formali, come lo stile del telegramma o l’aspetto dei timbri, sono stati valutati da qualcuno come «compatibili» con l’epoca, il che non significa affatto «autentici»: compatibile vuol dire soltanto che non presenta incongruenze macroscopiche, non che sia genuino. Altri elementi restano semplicemente impossibili da verificare con certezza. È utile, a questo punto, chiarire il posizionamento di chi scrive: l’obiettivo non è demolire la storia per partito preso, liquidandola con una risata, ma spiegare che cosa significhi, dal punto di vista di chi fa storia, lavorare con fonti di questo tipo. E significa una cosa precisa: in assenza di riscontri indipendenti, una fonte affascinante resta una fonte non confermata, e su una fonte non confermata non si costruisce un fatto storico.

Da disco volante ad arma segreta: tutte le letture possibili

Anche ammettendo che qualcosa, in quel giugno del 1933, sia davvero accaduto, le interpretazioni possibili sono almeno tre, molto diverse tra loro, e vale la pena metterle in fila senza sposarne nessuna in partenza.

La prima è la versione ufologica piena: si sarebbe trattato di un velivolo extraterrestre, con occupanti non umani, un primo crash avvenuto anni prima del celebre caso di Roswell, poi passato sotto il controllo degli Stati Uniti. È la lettura sostenuta dai principali divulgatori della vicenda, e che ha trovato nuova eco nelle dichiarazioni recenti di chi, oltreoceano, ha affermato l’esistenza di programmi segreti di recupero di tecnologie non umane, riportando il tema sotto i riflettori. Resta, va detto, una tesi affermata e non dimostrata, per quanto rilanciata con clamore.

La seconda è la versione del prototipo terrestre: l’oggetto potrebbe essere stato un velivolo sperimentale, italiano, tedesco o di un’altra potenza, precipitato per un incidente. In questo caso il regime avrebbe scelto il massimo riserbo per non mostrare la propria vulnerabilità, o per studiare con calma una tecnologia avanzata altrui. È un’ipotesi che ha il pregio di non richiedere alcun alieno e di spiegare la segretezza con ragioni del tutto terrene e plausibili.

La terza è la versione della costruzione postuma: i documenti sarebbero in tutto o in parte manipolati, frutto di ricostruzioni a posteriori, e la narrazione sarebbe stata gonfiata in chiave sensazionalistica. In quest’ottica l’episodio, se mai è avvenuto qualcosa, sarebbe stato infinitamente meno straordinario di come viene raccontato, e il «mistero» sarebbe nato dopo, a tavolino, più che nei campi lombardi. Il punto da fissare con chiarezza è che, allo stato attuale, nessuna di queste tre linee ha ottenuto una conferma storica secondo gli standard usuali, cioè l’incrocio di documenti indipendenti, il riscontro negli archivi e la presenza di testimonianze coeve affidabili. Tre ipotesi, zero verifiche solide.

Quando gli alieni incontrano il revisionismo sul fascismo

A questo punto la domanda più produttiva si sposta dal contenuto al contesto. Perché questa storia, ammesso che si fondi su fatti remoti, esplode e si diffonde proprio a partire dagli anni Novanta e nei primi Duemila? Il tempismo non è casuale, e dice molto.

Sono gli anni di un grande boom dell’ufologia popolare, in cui il tema degli oggetti volanti e dei contatti alieni invade il cinema, la televisione, l’editoria, alimentando un appetito di massa per il mistero cosmico. E sono, in Italia, anche gli anni di una particolare stagione di riflessione e insieme di spettacolarizzazione sul fascismo, con il regime che torna sugli schermi attraverso docufiction, ricostruzioni televisive e una nostalgia diffusa e ammorbidita. L’UFO di Mussolini nasce e prospera all’incrocio di queste due ondate: la passione per gli alieni e la rilettura addomesticata del Novecento italiano.

Ed è qui che si manifesta l’effetto più interessante, e più insidioso. Una storia come questa permette di spostare il discorso sul regime su un piano fantastico, romanzesco, deresponsabilizzante. Parlare del fascismo che studia dischi volanti significa parlare molto meno delle sue responsabilità storiche concrete e documentate: le leggi razziali, le guerre coloniali, le violenze, l’entrata nel conflitto mondiale. Al posto di tutto questo subentrano i misteri, i dossier segreti, Marconi chino su un relitto alieno. È un fascismo trasformato in scenario di avventura techno-esoterica, molto più comodo da maneggiare di quello reale. I media amplificano il meccanismo: servizi, libri, podcast e blog rilanciano la storia di continuo, spesso senza distinguere con nettezza tra ricostruzione documentaria e puro intrattenimento, finché il confine tra le due cose sfuma del tutto. È un caso da manuale di come i «misteri» finiscano per mangiarsi la storia.

Preferiamo i dischi volanti alle responsabilità umane

Vale allora la pena dirlo apertamente: il fascino di questa storia non sta davvero nella possibilità che esistano gli alieni. Sta in qualcosa di più sottile e, a ben vedere, di più rivelatore. Sta nel desiderio di vedere il fascismo dentro un romanzo techno-misterioso anziché dentro la violenza storica accertata, di sostituire un passato scomodo e documentato con un passato avvincente e indefinito.

È molto più affascinante immaginare un regime alle prese con tecnologie aliene che ricordare un regime alle prese con la persecuzione di una parte dei propri cittadini. Il mistero offre brivido senza colpa, intrigo senza giudizio morale. E questo si collega a una tendenza ben più ampia del singolo caso italiano: l’uso dei misteri, dei segreti, dei complotti per rendere il Novecento più digeribile, più narrativo, meno politicamente impegnativo. Trasformare la storia in un genere, il thriller esoterico, significa poterla consumare senza che ci chieda nulla, senza che ci costringa a prendere posizione su ciò che è realmente accaduto.

Si può allora formulare il nocciolo della questione così: che nel 1933 sia caduto o no un oggetto volante nei campi lombardi è, in fondo, assai meno importante del fatto che oggi preferiamo discutere di quello piuttosto che di ciò che il fascismo ha fatto di certo, alla piena luce del sole. L’eventuale segreto sugli alieni distoglie comodamente lo sguardo dai fatti che non hanno bisogno di alcun archivio nascosto per essere conosciuti, perché sono scritti nei documenti, nelle leggi, nelle vite spezzate. Il mistero non aggiunge verità al passato: ce ne sottrae.

Tra storia, mito e fantascienza

Resta da dire come trattare una storia del genere senza farsene risucchiare. E la posizione più utile non è quella del demistificatore sprezzante. Ridicolizzare chi crede a questa vicenda è facile, e inutile: chiude la conversazione invece di aprirla, e non spiega nulla di ciò che conta davvero, cioè perché un mito simile riesca ad attecchire. Molto più interessante è usare la storia come occasione, come caso di studio per ragionare su come si costruiscono i miti storici e perché trovano terreno fertile in certe epoche e non in altre.

Si può allora proporre al lettore una doppia lettura, e tenerle insieme senza confonderle. C’è il piacere di una buona storia weird, di un racconto strano e ben congegnato che si può gustare scena per scena, con i suoi rottami nel campo e i suoi telegrammi segreti, esattamente come si gusta un romanzo. E c’è, accanto e sopra a questo, la consapevolezza che si tratta soprattutto di un sintomo, di una spia di come usiamo, o non usiamo, il nostro passato. Godersi la prima senza perdere la seconda è l’unico modo adulto di stare davanti a queste vicende.

Chiudo con la domanda che, in fondo, conta più di ogni verifica d’archivio. Se davvero esistesse, da qualche parte, un dossier segreto sull’UFO di Mussolini, che cosa vorremmo trovarci dentro: la prova degli alieni, o la prova che abbiamo bisogno degli alieni per non guardare in faccia la nostra storia?

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Niccolò Giraudo
Studioso indipendente di storia, dedica il proprio lavoro all’analisi di eventi, figure e processi che hanno modellato il Mediterraneo e l’Europa. Nei suoi testi privilegia un approccio documentato, diretto e orientato alla divulgazione di qualità.