Il Risorgimento nel Sud Italia. Il prezzo dell’unità

Dal 1861 al 1880, il Mezzogiorno perse fabbriche, terra e uomini. Non fu solo unificazione: fu una frattura che l'Italia non ha mai del tutto rimarginato.

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Famiglia contadina meridionale con bagagli assiste all'arrivo di una locomotiva a vapore durante il Risorgimento italiano, con bandiera sabauda e Reale Opificio di Pietrarsa sullo sfondo

Napoli, settembre 1860. Garibaldi entra in città tra ali di folla esultante, e per un momento sembra che il mondo stia per cambiare. I contadini delle campagne calabresi, i braccianti della Basilicata, i pescatori della costa siciliana attendono qualcosa di concreto: la fine del latifondo, la redistribuzione della terra, un fisco meno rapace. Le promesse sono state molte. Le realizzazioni, come si scoprirà presto, saranno poche. Quella che la storiografia celebra come la grande epopea nazionale porta con sé, per il Mezzogiorno d’Italia, una storia più complicata e assai meno eroica — una storia di speranze deluse, di costi economici enormi, di una frattura che non si è mai davvero rimarginata.

Un regno che non era vuoto

Per capire cosa cambiò con l’unificazione, bisogna anzitutto liberarsi di un cliché duro a morire: l’idea che il Sud fosse, prima del 1861, una distesa di miseria agricola senza storia industriale degna di nota. Non era così.

Nel 1840, re Ferdinando II di Borbone fondò il Reale Opificio di Pietrarsa, sul litorale tra Napoli e Portici. Era la più grande fabbrica metalmeccanica d’Italia, con oltre 1.200 addetti, specializzata nella produzione e manutenzione di locomotive a vapore. Dietro Pietrarsa c’era l’Ansaldo di Genova, che all’epoca occupava appena 400 operai. In Calabria, le acciaierie di Mongiana impiegavano 2.500 persone con altiforni, forni Wilkinson e raffinerie per ghisa e ferro. Napoli ospitava il cantiere navale più grande d’Italia, a Castellammare di Stabia, con 1.800 operai. Le officine della seta di Catanzaro, le cartiere di Isola del Liri, le manifatture del cotone abruzzese e le concerie campane componevano un tessuto produttivo che, per la penisola, era tutt’altro che marginale. Alla vigilia dell’unità, il 36,7% della popolazione delle Due Sicilie era occupata in attività artigianali o manifatturiere, percentuali in linea con gli altri stati italiani preunitari. Lo zolfo siciliano era una materia strategica per l’industria europea; il porto di Napoli smistava merci verso l’Inghilterra, la Francia e le Americhe.

Tutto questo non scomparve per magia il giorno in cui Garibaldi attraversò lo Stretto di Messina. Ma cominciò a scomparire subito dopo.

Operai costruiscono locomotive a vapore nel Reale Opificio di Pietrarsa, fondato da Ferdinando II nel 1840, grande officina industriale del Regno delle Due Sicilie

Il fisco come arma

Nessun cambiamento colpì le popolazioni meridionali con più brutalità e immediatezza della nuova politica fiscale. Il governo piemontese, indebitato a causa delle sue guerre risorgimentali, estese al Sud il proprio sistema tributario con una rapidità che non concesse alcun periodo di adattamento.

I numeri sono eloquenti. Nelle Due Sicilie, nel 1859, la tassazione complessiva era di 14 lire a testa. Nel 1866, a soli sei anni dall’annessione, era raddoppiata a 28 lire. Il regno meridionale passò, nell’arco di un lustro, dalla categoria dei paesi a imposte lievi a quella dei paesi a imposte gravissime. Non si trattava solo di un aumento quantitativo, ma di una trasformazione qualitativa: vennero introdotte imposte prima sconosciute nel Sud — sulla successione, sulle donazioni, sulle vetture, sulle fabbriche, sui pesi e sulle misure, persino sulle bestie da soma. Nel periodo 1861-1873, le imposte indirette — quelle che colpivano i consumi e pesavano proporzionalmente di più sui redditi bassi — erano il doppio di quelle dirette. L’imposta fondiaria nelle province di Napoli e Caserta raggiunse 9,6 lire per ettaro, contro una media nazionale di 3,33 lire.

A tutto questo si aggiunse la leva militare obbligatoria, della durata di sette anni, del tutto sconosciuta al Sud prima del 1861. Per un contadino della Lucania o della Calabria, mandare un figlio maschio in un esercito straniero per sette anni era un disastro economico immediato e irreparabile. Non era questione di spirito patriottico: era questione di sopravvivenza.

Borghesi in cilindro assistono all'asta pubblica per la vendita di terre demaniali nel Sud Italia post-unitario, mentre contadini poveri guardano impotenti

La promessa più grande, e la più disattesa, fu quella della terra. Garibaldi, durante la Spedizione dei Mille, aveva fatto intravedere ai contadini meridionali la possibilità concreta di una redistribuzione agraria — la fine del latifondo, l’assegnazione delle terre demaniali e di quelle della Chiesa. Era la sola promessa che poteva guadagnarsi la simpatia delle masse rurali, l’unico strumento in grado di trasformare l’unificazione da evento politico in trasformazione sociale.

Non accadde nulla del genere. La classe dirigente settentrionale non aveva alcun interesse a toccare il latifondo meridionale: ne aveva bisogno come base di consenso locale, come argine contro il radicalismo contadino, come strumento di governo di un territorio che non conosceva e non capiva. I beni ecclesiastici confiscati vennero sì messi in vendita, ma a prezzi proibitivi per i contadini. La terra passò di mano senza uscire dall’orbita dei grandi proprietari, che la ricomprarono a cifre irrisorie grazie alle proprie reti finanziarie. Cambiò il colore giuridico del possesso; non cambiò la sua struttura. Il latifondo sopravvisse al Risorgimento.

Questa delusione non rimase muta. Si trasformò rapidamente in una rabbia che non sapeva come esprimersi dentro i canali del nuovo Stato.

Il brigantaggio come linguaggio della disperazione

Fucile da brigante appoggiato su una roccia con moneta borbonica e data 1864 incisa, silhouette di soldati piemontesi sullo sfondo tra i monti del Sud Italia

Fra il 1861 e il 1865, nelle campagne del Mezzogiorno si consumò qualcosa che gli storici ancora oggi faticano a definire con precisione. Non era banditismo ordinario, non era guerra civile nel senso moderno del termine, non era nemmeno una rivoluzione organizzata: era, più di tutto, il linguaggio della disperazione di un mondo contadino che si era visto chiudere tutte le uscite.

Le bande erano formate da ex soldati dell’esercito borbonico — sciolto dopo la caduta del regno senza alcun piano di reinserimento — e da contadini spinti dalla miseria. Molte avevano legami con la corte borbonica in esilio a Roma, che forniva finanziamenti e soffiava sul fuoco di una reazione politica mai sopita. Alcune godevano della protezione discreta di notabili locali che vedevano nel nuovo regime un’usurpazione dei loro equilibri di potere. Il clero, in molte aree, parteggiava apertamente per i “briganti”.

La risposta dello Stato fu brutale e senza sfumature. Il 15 agosto 1863 fu varata la cosiddetta Legge Pica, intitolata al deputato Giuseppe Pica che la presentò come «mezzo eccezionale e temporaneo». La legge trasferiva la competenza penale dai tribunali civili a quelli militari per chiunque facesse parte di un gruppo armato di almeno tre persone. Puniva con la fucilazione chi opponeva resistenza, prevedeva il domicilio coatto per “oziosi, vagabondi e persone sospette”, aveva effetto retroattivo, e fu estesa anche alla Sicilia — dove il brigantaggio propriamente detto non esisteva — per reprimere la renitenza alla leva. Secondo i dati raccolti dallo storico Franco Molfese, tra il 1861 e il 1865 furono uccisi 5.212 uomini, 5.044 arrestati, 3.597 si consegnarono spontaneamente: complessivamente, quasi 14.000 persone coinvolte in cinque anni. Un numero che non ha eguali nella storia del nuovo Stato italiano.

Il caso di Pietrarsa è forse il più emblematico di un processo più ampio e sistematico. Dopo l’unificazione, il governo di Torino commissionò una perizia sulla redditività dell’opificio, che evidenziò costi elevati per il carbone inglese. La conclusione fu la razionalizzazione del settore siderurgico a favore delle industrie settentrionali. Nel gennaio del 1863, lo stabilimento fu ceduto in affitto alla ditta Bozza per 45.000 lire; iniziarono immediatamente i licenziamenti di massa. Il 6 agosto dello stesso anno, i 458 operai rimasti occuparono lo stabilimento. Arrivarono i bersaglieri. Quattro operai morirono, molti furono feriti. Pietrarsa, che aveva un fatturato dieci volte superiore a quello dell’Ansaldo di Genova, cominciava il suo lento ma irreversibile declino.

La stessa sorte toccò alle acciaierie di Mongiana, che chiusero i battenti nel giro di pochi anni dall’unità, lasciando spopolata un’intera area della Calabria interna. Non si trattò sempre di decisioni consapevolmente orientate a danneggiare il Sud. Spesso era il semplice effetto di un mercato nazionale appena costituito, dove le industrie settentrionali — più vicine ai centri di credito, meglio collegate alle rotte commerciali europee, protette da tariffe doganali concepite per la loro struttura produttiva — si rivelarono competitive in modo schiacciante. Ma il risultato fu lo stesso: la deindustrializzazione di un’area che aveva le premesse per un suo percorso autonomo di sviluppo.

Le tariffe doganali protezionistiche del 1876 e del 1887, varate per proteggere le industrie tessili e metalmeccaniche del Nord dalla concorrenza straniera, penalizzarono ulteriormente l’agricoltura meridionale, chiudendo i mercati europei ai prodotti di esportazione del Sud — agrumi, vino, olio — e costringendo il latifondo cerealicolo in una rendita immobile, priva di incentivi all’innovazione. Tra il 1885 e il 1898, il Sud si trovò in una crisi senza precedenti, escluso dai mercati e incapace di modernizzare la propria struttura produttiva.

L’esodo come risposta collettiva

Famiglia di emigranti meridionali con bagagli al porto di Napoli in attesa di imbarcarsi per le Americhe, con il Vesuvio sullo sfondo, fine Ottocento

Quando tutte le uscite sembrano chiuse, rimane quella della partenza. L’emigrazione meridionale di fine Ottocento non fu una libera scelta, ma una risposta obbligata a un sistema economico che non riusciva a offrire alternative. Dal 1880 in poi, milioni di italiani — prevalentemente meridionali — cominciarono ad attraversare l’Atlantico. Su circa 9 milioni di emigrati che si diressero verso mete transoceaniche, 4 milioni scelsero gli Stati Uniti. L’80% degli emigrati proveniva dal Sud Italia.

Erano uomini e donne che costruivano locomotive a Napoli una generazione prima, che coltivavano ulivi e viti in Puglia, che tessevano seta in Calabria. Nelle città industriali del Nord America si adattarono ai lavori più duri e meno pagati, spedendo a casa le rimesse che sostenevano famiglie intere. Le little italies delle città americane divennero, per decenni, il segno più visibile di un fallimento che l’Italia unita non riusciva ad ammettere.

È in questo contesto che nasce, negli anni Settanta dell’Ottocento, la riflessione intellettuale sulla “questione meridionale”. Pasquale Villari fu il primo a porne le basi, con le Lettere meridionali pubblicate nel 1875 sull'”Opinione” di Torino. Villari non rimpiangeva i Borbone, anzi. Ma documentava con lucidità come i governi conservatori-liberali avessero gestito l’annessione meridionale come una “conquista regia”, conservando i privilegi semifeudali della borghesia terriera e reprimendo con la forza le rivolte contadine.

Nel 1876, Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino pubblicarono l’Inchiesta in Sicilia, che divenne il manifesto del meridionalismo liberale. I due intellettuali toscani denunciarono la gravità delle condizioni economiche e sociali dell’isola, la capillarità della violenza mafiosa, la complicità tra potere politico e criminalità organizzata, l’insufficienza dell’azione statale. La loro analisi non era sentimentale né filoborbonica: era scientifica, positivistica, guidata dalla convinzione che solo lo Stato potesse risolvere quello che lo Stato aveva in buona parte causato.

Eppure accanto alla denuncia economica si costruiva qualcosa di più insidioso: una narrativa antropologica e culturale che trasformava le condizioni storiche in caratteri permanenti di una popolazione. I criminologi positivisti — con Cesare Lombroso in prima fila — cominciarono a studiare i meridionali come un caso di “arretratezza biologica”, misurando crani e catalogando vizi atavici. Il brigantaggio venne letto non come risposta alla crisi sociale, ma come espressione di una natura violenta e incivile. Il Sud divenne, nell’immaginario della cultura nazionale italiana, qualcosa di lontano, esotico, pericoloso — un “Oriente interno” che il Nord aveva il compito di civilizzare. Come ha scritto la studiosa Jane Schneider, la stessa nozione di “questione meridionale” va letta come il prodotto di un paradigma orientalista interno, che riduceva il Mezzogiorno a “colonia nazionale da civilizzare”.

L’analisi di Gramsci e il blocco del potere

L’interpretazione più acuta e duratura delle origini strutturali del divario la fornì, nei primi decenni del Novecento, Antonio Gramsci. Nel saggio incompiuto Alcuni temi della quistione meridionale, scritto nel 1926 e interrotto dal suo arresto, Gramsci identificava nel cuore stesso del processo di unificazione la matrice del problema. L’Unità d’Italia era stata il risultato di un’alleanza tra la borghesia industriale del Nord e i grandi agrari del Sud: i primi ottennero il mercato nazionale e la protezione doganale per le loro industrie; i secondi conservarono il latifondo e il controllo sociale delle campagne. Il prezzo di questo patto fu pagato dai contadini meridionali, che si trovarono “in una posizione analoga a quella delle popolazioni coloniali”.

Gramsci non era solito rimpiangere il passato borbonico né si trattava di un un autonomista ante litteram. Era convinto che la soluzione passasse attraverso l’alleanza politica tra operai del Nord e contadini del Sud, capace di rompere il “blocco storico” che univa capitalismo industriale e rendita fondiaria. La sua analisi conserva ancora oggi una forza descrittiva che la storiografia accademica ha in larga misura validato, pur avendo raffinato e corretto molte delle sue conclusioni politiche.

Non è necessario abbracciare le tesi del revisionismo neo-borbonico — quella corrente di libri polemici e letture selettive che dagli anni Duemila in poi ha costruito un’industria editoriale sul mito di un Sud prospero “rubato” dal Piemonte — per riconoscere che qualcosa di profondo e irrisolto attraversi la storia del Mezzogiorno dall’unificazione a oggi. Lo stesso Alessandro Barbero, tra gli storici più rispettati d’Italia, ha riconosciuto che il Risorgimento fu un processo “più complesso di quello che si legge sui libri di testo”, frutto di contraddizioni e conflitti interni che la retorica celebrativa ha a lungo oscurato.

Il divario tra Nord e Sud Italia non è mai scomparso. Il Pil pro capite del Mezzogiorno è oggi pari al 56% di quello del Centro-Nord. La disoccupazione, la povertà relativa, i flussi migratori interni continuano a caratterizzare le regioni meridionali con un’intensità che non ha equivalenti in Europa occidentale. Questi dati non sono spiegabili con il solo Risorgimento, e sarebbe semplicistico farlo. Ma la struttura fondamentale di quel divario — la mancata redistribuzione agraria, la deindustrializzazione precoce, il fisco iniquo, la repressione armata delle proteste sociali — fu posta tra il 1861 e il 1880 da un processo di unificazione che scelse la velocità sull’equità, l’ordine sulla giustizia, la forma dello Stato sulla sostanza della cittadinanza.

Il Risorgimento fu una conquista reale e, per molti aspetti, necessaria. Ma fu anche, per milioni di persone che abitavano il Sud della penisola, qualcosa che accadde su di loro più che con loro. Capire questa distinzione non è un atto di revanchismo storico: è il primo passo per leggere con onestà quello che l’Italia è diventata.

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Niccolò Giraudo
Studioso indipendente di storia, dedica il proprio lavoro all’analisi di eventi, figure e processi che hanno modellato il Mediterraneo e l’Europa. Nei suoi testi privilegia un approccio documentato, diretto e orientato alla divulgazione di qualità.