A Antalya, in Turchia, nel cuore di quella regione che i Romani chiamavano Pamfilia, gli archeologi stanno restituendo alla luce una delle testimonianze più eloquenti e drammatiche della penetrazione culturale di Roma in Oriente. Lo stadio dell’antica città di Perge — uno dei monumenti più imponenti dell’intera Anatolia meridionale — cela al proprio interno una trasformazione architettonica che muta radicalmente la percezione della vita pubblica e dello spettacolo nell’impero Romano d’Asia Minore.
Perge fu fondata dai Lici nel XII Century a.C. e conobbe in seguito una lunga stagione ellenica, prima di essere assorbita nell’orbita di Roma e di fiorire come una delle città più prospere della Pamfilia. Il suo stadio, costruito nel I Secolo d.C., si estendeva per circa duecento quaranta metri di lunghezza, configurandosi come una struttura monumentale destinata in origine alle competizioni atletiche care alla tradizione greca. Era, in altri termini, un edificio concepito secondo la mens ellenica, pensato per il corpo in gara, per la gloria dell’atleta e per la celebrazione pubblica dell’agonismo.
Fu nel III Secolo d.C. che tutto cambiò. Gli scavi diretti da Aytaç Dönmez dell’Università di Istanbul hanno portato alla luce le prove inequivocabili di una profonda ristrutturazione: la sezione settentrionale dello stadio fu chiusa e trasformata in un’arena, rendendo la struttura idonea allo spettacolo di matrice romana per eccellenza — quello della violenza esibita come rituale collettivo. «Abbiamo compreso che alcuni dei piedistalli rinvenuti durante gli scavi erano basi per piattaforme e croci utilizzate nelle esecuzioni note come damnatio ad bestias, nelle quali i condannati venivano messi a morte nell’arena da belve feroci durante il periodo romano», ha dichiarato Dönmez.
La damnatio ad bestias era una delle pene capitali più antiche e cariche di valenza simbolica del mondo romano: non soltanto eliminazione fisica del condannato, ma esecuzione pubblica come theatrum morale, come affermazione della potenza ordinatrice di Roma sul caos e sulla barbarie. Che tale pratica venisse celebrata in uno spazio originariamente ellenico, trasformato per l’occasione, dice molto sulla capillarità e sulla forza di assimilazione della cultura imperiale romana.
Particolarmente significativo è il sistema di apertura delle gabbie individuato dagli archeologi: una sorta di portone a ghigliottina, diverso dal meccanismo a sollevamento verticale in uso al Colosseo di Roma, dove le bestie emergevano da camere sotterranee. Il dispositivo di Perge era concepito per sortire un effetto più immediato e teatrale, moltiplicando il terrore e la sorpresa negli spettatori. L’ingegneria dello spettacolo, dunque, non era uniforme ma si adattava alle specificità locali, generando soluzioni originali nell’ambito di una medesima grammatica scenica imperiale.
La scoperta non si esaurisce qui. Frammenti ceramici rinvenuti nel sito recano scene di esecuzione ad opera di animali selvatici, testimonianza visiva preziosa che conferma e arricchisce l’interpretazione strutturale. Lo stesso Dönmez ha anticipato che le indagini si stanno ora orientando verso un’ulteriore ipotesi: una porzione della pista dello stadio potrebbe essere stata adattata per le corse dei carri, le cosiddette ludi circenses, altra passione irrinunciabile del pubblico romano. «Le corse dei carri erano molto popolari a Roma, pertanto ci stiamo concentrando sulla possibilità che parte della pista possa essere stata adattata per tali gare», ha dichiarato il ricercatore.
Lo stadio di Perge si rivela così come un palinsesto architettonico di straordinaria complessità: un edificio che porta impressi in sé i segni di culture diverse, dalla tradizione atletica greca alla spettacolarizzazione della morte propria del mondo romano. Ogni pietra riadattata, ogni cerniera aggiunta, ogni platea trasformata racconta la storia di una città che non si limitò a subire la romanizzazione, ma la incorporò fino a modificare nella sua fisicità più concreta lo spazio della vita pubblica.





