Mosaico romano di Folignano: scoperta la vera origine del reperto rubato

Il giallo del reperto trafugato dai nazisti e restituito dalla Germania: le analisi scientifiche e un taccuino dell'Ottocento svelano che il mosaico erotico non è di Pompei ma di Folignano.

0

A Pompei, nei laboratori di ricerca del Parco Archeologico, si è conclusa un’indagine storica e scientifica che ha permesso di ricostruire con precisione la provenienza di un prezioso reperto trafugato dall’Italia più di ottant’anni fa. Si tratta di un mosaico di epoca romana con una scena erotica, rimasto per lungo tempo nascosto in una collezione privata in Germania e restituito allo Stato italiano nel luglio 2025. La sua vicenda recente ricorda un vero e proprio caso investigativo: una storia complessa, risolta grazie alla collaborazione tra diverse istituzioni e all’intuito di studiosi particolarmente attenti.

La storia del reperto affonda le sue radici in uno dei momenti più drammatici del Novecento, tra il 1943 e il 1944. Secondo le ricostruzioni del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri, il mosaico fu sottratto illegalmente da un capitano della Wehrmacht, l’esercito tedesco, che in quel periodo operava in Italia nel settore dei rifornimenti militari. L’ufficiale lo regalò poi a un conoscente in Germania, dove l’opera rimase conservata per molti decenni. Solo in tempi recenti gli eredi di quella persona hanno scelto di restituire spontaneamente il mosaico alle autorità italiane, aprendo così un percorso di studio che ha permesso di ricostruirne la storia e di restituirgli la sua identità originaria.

In un primo momento, poiché non esistevano documenti in grado di indicarne con certezza l’origine, il Ministero della Cultura aveva deciso di affidare il mosaico al Parco Archeologico di Pompei. La scelta sembrava plausibile: sia la tecnica costruttiva sia lo stile dell’opera richiamavano infatti da vicino i reperti dell’area vesuviana, dove scene di questo tipo sono ampiamente attestate. Col tempo, però, è emerso che la permanenza del manufatto in Campania rappresentava solo una fase provvisoria. Un’approfondita ricerca interdisciplinare, condotta dal Parco di Pompei insieme al Dipartimento di Scienze e Tecnologie dell’Università del Sannio, ha infatti portato a rivedere l’ipotesi iniziale, grazie a un insieme di analisi chimiche e fisiche sui materiali.

Le analisi archeometriche hanno mostrato che il mosaico non proviene dall’area vesuviana, ma da officine specializzate dell’antico Lazio. Si trattava di botteghe altamente qualificate, capaci di realizzare opere di grande pregio destinate a un mercato molto ampio, che raggiungeva diverse zone dell’Italia romana, dalle Marche alla Campania fino alla Puglia. La scoperta offre così un nuovo tassello per comprendere l’economia dell’artigianato artistico dell’epoca: esisteva infatti un commercio vivace di manufatti di lusso, prodotti in centri di eccellenza laziali, in serie o su commissione, e poi distribuiti in altri territori.

La prova decisiva sulla sua collocazione originaria è arrivata grazie a una serie di fortunate coincidenze e al contributo determinante dell’archeologa Giulia D’Angelo. Durante la presentazione del reperto, avvenuta nel 2025, la studiosa, originaria delle Marche, ha riconosciuto alcuni elementi che rimandavano alla documentazione storica del suo territorio. Da lì sono partite nuove ricerche, che hanno condotto a una villa romana di Rocca di Morro, frazione del comune di Folignano, in provincia di Ascoli Piceno. Proprio in questo luogo, infatti, la presenza del mosaico era già attestata in documenti risalenti alla fine del Settecento.

Un indizio particolarmente prezioso è emerso dalle pagine di un taccuino manoscritto del 1868, realizzato dal pittore e archeologo ascolano Giulio Gabrielli e oggi conservato nella Biblioteca Comunale di Ascoli Piceno. In quel quaderno, Gabrielli non si limitò a riprodurre con accuratezza la scena erotica del mosaico, ma indicò anche con precisione il luogo del ritrovamento: un terreno appartenente alla famiglia Malaspina, proprio a Rocca di Morro. Lo studioso interpretò l’immagine come il congedo di un’etera, descrivendo la scena di un uomo che porge una borsa di denaro a una donna parzialmente svestita.

La scoperta ha suscitato grande entusiasmo nelle istituzioni locali marchigiane. Il sindaco di Folignano ha evidenziato quanto il recupero di questo frammento di storia antica sia importante per la memoria della comunità e per la valorizzazione di un sito archeologico simbolico del territorio. Anche l’amministrazione di Ascoli Piceno ha accolto con soddisfazione la notizia, esprimendo l’auspicio di future collaborazioni con il Parco di Pompei per organizzare mostre che consentano di riportare ed esporre l’opera nei luoghi a cui apparteneva in origine.

Il successo di questa operazione mostra che la tutela dei beni culturali non consiste soltanto nel recuperare materialmente le opere rubate, ma anche nel ricostruirne con rigore la storia attraverso la ricerca scientifica. Grazie al lavoro congiunto dei Carabinieri, dei funzionari del Ministero e del mondo universitario, è stato possibile ricomporre una frattura aperta dalla guerra e restituire il mosaico al suo contesto storico. Dopo un lungo esilio e un’attribuzione geografica rivelatasi errata, l’opera può ora essere studiata e ammirata come parte integrante del patrimonio delle Marche, offrendo nuove informazioni sulle reti commerciali e artistiche che collegavano le diverse province dell’Impero romano.

Articolo precedenteRoma, affreschi e colombari scoperti nella Necropoli Ostiense
Fabio Saverio Gatto
Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente.