Pompei: le nuove scoperte tra iscrizioni inedite e disegni infantili

Dalle scritte dei legionari stranieri ai gladiatori disegnati dai bambini: così Pompei restituisce il suo volto più umano

0

Nel quartiere dei teatri di Pompei, lungo un passaggio stretto e allungato — circa ventisette metri di lunghezza per tre di larghezza — che collega l’area monumentale alla via Stabiana, una recente indagine archeologica ha riportato alla luce aspetti finora nascosti della vita quotidiana antica.

Questo spazio, scavato per la prima volta nel 1794, sembrava ormai aver svelato tutto ciò che aveva da raccontare. E invece, grazie all’impiego di metodologie multidisciplinari legate all’informatica umanistica, gli studiosi hanno individuato quasi trecento iscrizioni, settantanove delle quali completamente inedite.

Il risultato è stato possibile grazie all’uso dell’imaging a trasformazione di riflettanza, una tecnica avanzata di fotografia computazionale che combina numerose immagini riprese con diverse angolazioni di luce. In questo modo è possibile mettere in evidenza i minimi rilievi dell’intonaco e rendere nuovamente leggibili incisioni, graffi e disegni al carboncino che a occhio nudo erano ormai invisibili.

Il progetto di ricerca, chiamato Voci di corridoio e realizzato grazie alla collaborazione tra l’Università della Sorbona, l’Università del Québec a Montréal e il Parco Archeologico di Pompei, si è concentrato su questo passaggio stretto, che in antico funzionava come un vero e proprio luogo di incontro e di socialità.

Le pareti, decorate con una fascia inferiore rossa e una centrale gialla, separate da una sottile linea nera, custodiscono quello che può essere definito un archivio spontaneo di emozioni, pensieri e relazioni. Tra le scoperte più interessanti spicca una dichiarazione d’amore incompleta con la scritta Erato amat, cioè “Erato ama”. Il nome Erato, spesso associato a schiave o donne affrancate, è inciso con un tratto che ricorda quello dei manifesti elettorali dipinti sui muri della città.

Non lontano compare anche la parola suom, una forma arcaica del pronome maschile, in uso fino all’età repubblicana. Questo dettaglio suggerisce che l’abitudine di lasciare scritte sulle pareti del corridoio non fosse episodica, ma si sia protratta per secoli, ben prima della catastrofica eruzione del 79 d.C.

Altre scritte restituiscono un’immagine sorprendentemente vivace della mobilità urbana e delle relazioni personali. Un passante di fretta, ad esempio, ha lasciato un saluto alla sua amata Sava, chiedendole di continuare a ricambiare il suo affetto. Un’altra iscrizione riporta invece la preghiera di Methe, serva di Cominia, che invoca la protezione della Venere Pompeiana per l’amore che prova verso Cresto.

Accanto alle emozioni e ai legami personali, il corridoio conserva anche tracce della presenza militare e della varietà etnica della città. Alcune scritte citano i Tertiani, soldati che gli epigrafisti identificano come appartenenti alla terza legione Gallica, stanziata in Campania durante l’inverno tra il 69 e il 70 d.C. Ancora più sorprendente è la scoperta di una dozzina di firme in safaitico, una scrittura proto-araba usata da truppe ausiliarie provenienti dal Vicino Oriente romano. Un ritrovamento raro, che conferma come Pompei fosse un autentico crocevia di popoli e culture diverse.

Spostandosi nella Regio IX, l’Insula dei Casti Amanti ha offerto testimonianze straordinarie legate al mondo dell’infanzia. In alcuni ambienti, come la Casa del secondo cenacolo colonnato, sono stati scoperti disegni al carboncino realizzati da bambini, tracciati a un’altezza che va da circa venti centimetri fino a un metro e mezzo dal pavimento. Proprio quest’ultima quota suggerisce che i piccoli autori si siano arrampicati sui ponteggi utilizzati per i lavori di restauro della casa, probabilmente per imitare le attività degli adulti.

Le scene rappresentate colpiscono per la loro durezza: combattimenti tra gladiatori, cacce alle belve con cacciatori armati di lancia che affrontano cinghiali, e persino un pugile a terra nel momento della sconfitta. Grazie al contributo di specialisti in neuropsichiatria infantile, è stato possibile stabilire che questi disegni non sono frutto di fantasia, ma riflettono ricordi visivi diretti di spettacoli visti nell’anfiteatro.

Accanto a queste immagini, compaiono anche figure umane stilizzate, definite “cefalopodi”, in cui braccia e gambe partono direttamente dalla testa. Si tratta di una fase tipica dello sviluppo del disegno infantile, riconosciuta dagli psicologi come universale nei bambini tra i cinque e i sette anni, che rende queste testimonianze ancora più preziose per comprendere la vita quotidiana della Pompei antica.

In un’altra abitazione della stessa area, la Casa dei Pittori al lavoro, è venuto alla luce l’affresco del cosiddetto “bambino incappucciato”. Si tratta probabilmente di un ritratto commemorativo, dedicato a un figlio scomparso, raffigurato come un viaggiatore diretto verso l’oltretomba e circondato da simboli carichi di significato, come l’uva e i melograni.

Questa dimensione privata, delicata e al tempo stesso tragica, convive però con le tracce concrete di una città in pieno fermento. Al momento dell’eruzione, infatti, la casa era un vero e proprio cantiere: mucchi di calce, blocchi di tufo e tegole accatastate negli atrii testimoniano un’intensa attività edilizia. Pompei, lontana dall’essere una città immobile o decadente, era allora attraversata da un’energia costruttiva continua, impegnata a riparare i danni provocati dai terremoti che avevano colpito la città negli anni precedenti.

Sempre nella stessa area, lo scavo dell’Insula 10 ha portato alla luce il cosiddetto Salone Nero, una raffinata sala da banchetto le cui pareti erano affrescate su fondo scuro, una scelta pratica pensata per attenuare le tracce di fumo prodotte dalle lampade a olio. Le decorazioni raccontano episodi della guerra di Troia, come l’incontro tra Paride ed Elena o il tentativo di Apollo di sedurre Cassandra, trasformando l’ambiente in uno spazio di grande suggestione narrativa oltre che estetica.

Su queste pareti eleganti è stato individuato anche un graffito con la scritta Hic et ubique, “qui e ovunque”. Si tratta di una formula augurale tipicamente pompeiana, dalla sorprendente fortuna culturale: il suo eco arriva fino alla liturgia e alla letteratura moderna, tanto da essere citata persino da William Shakespeare nell’Amleto.

Accanto al Salone Nero si apre infine la cosiddetta stanza blu, un ambiente a carattere sacro decorato con un pregiatissimo pigmento di origine egizia. L’uso di un colore così raro e costoso è un chiaro indicatore dell’elevato status sociale dei proprietari, e conferma ancora una volta il livello di ricchezza e raffinatezza raggiunto da Pompei poco prima della sua fine.

Il futuro della conservazione di questo straordinario patrimonio — che comprende oltre diecimila iscrizioni disseminate in tutta la città — passa oggi dalla realizzazione di una piattaforma digitale tridimensionale. Questo strumento consentirà a studiosi di tutto il mondo di collaborare nella lettura, nello studio e nella tutela di superfici fragili, costantemente minacciate dall’erosione atmosferica.

Parallelamente, iniziative come Pompei per tutti assicurano che le nuove scoperte siano accessibili a ogni visitatore, grazie a sistemi di passerelle sospese pensati per coniugare inclusione e protezione dei resti archeologici.In questo modo Pompei continua a raccontare la propria storia attraverso le voci di persone comuni, soldati provenienti da terre lontane e bambini. Sono frammenti di vite che la cenere ha custodito per secoli e che solo le tecnologie moderne permettono oggi di ascoltare e comprendere fino in fondo.

L’immagine è una ipotesi ricostruttiva basata sui dati archeologici.

Articolo precedenteIndonesia: scoperta la pittura rupestre più antica al mondo
Fabio Saverio Gatto
Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente.