Tempio Venere Napoli: Svelati i segreti della costruzione romana anti-bradisismo

Nei Campi Flegrei, in Italia, un’area geologicamente plasmata dalla potenza del vulcanismo e dal fenomeno del bradisismo—il lento movimento di innalzamento e sprofondamento della superficie terrestre—si erge una struttura romana che ha sfidato il tempo e la geologia: il Tempio di Venere. Questo straordinario edificio, situato nell’area di Napoli, è sopravvissuto in modo sorprendente anche se la superficie terrestre intorno ad esso è sprofondata a causa dell’attività vulcanica. Attualmente, questo costante movimento del terreno, caratteristico della zona, ha abbassato la struttura fino a circa sei metri sotto l’odierna superficie. È proprio la sua notevole conservazione in un contesto così geologicamente dinamico ad aver acceso la curiosità dei ricercatori per decenni.

La struttura, denominata Tempio di Venere dopo la scoperta di una statua della dea romana dell’amore e del desiderio avvenuta nel 1595, fu costruita nel II secolo dopo Cristo. L’opera fu commissionata direttamente dall’Imperatore Adriano. Questo grande ambiente del tempio aveva una funzione sociale e igienica ben precisa: servire da edificio termale all’interno di un vasto complesso di bagni pubblici. I Romani attribuivano grande valore ai bagni caldi, considerandoli essenziali per la pulizia, il comfort e la socializzazione, spesso associandoli al benessere. Gli archeologi suggeriscono che Adriano possa aver costruito questo complesso termale proprio nel periodo in cui stava affrontando una malattia.

La resistenza del tempio, nonostante si trovi in un’area in costante movimento tettonico, ha spinto gli scienziati a indagare a fondo i geomateriali utilizzati nella sua costruzione. Sebbene studi precedenti abbiano dimostrato più volte quanto fossero avanzati i calcestruzzi e le malte romane, l’uso specifico di geomateriali locali rimaneva meno esplorato. Per affrontare questa lacuna e comprendere i segreti molecolari della resistenza della struttura, i ricercatori delle Università di Napoli e Chieti-Pescara hanno condotto uno studio dettagliato, pubblicato sulla rivista specializzata Geoheritage.

Per ottenere una comprensione completa, sono stati prelevati nove campioni diversi dalla struttura. Questi campioni includevano malta, mattoni, diversi tipi di pietra vulcanica, lava e persino l’efflorescenza. L’efflorescenza è quel rivestimento bianco che si forma sulle pareti quando i sali si spostano all’interno di un materiale poroso fino a raggiungere la superficie. I campioni sono stati sottoposti a un’analisi rigorosa utilizzando tecniche di laboratorio all’avanguardia. Inizialmente, è stata impiegata la petrografia, che fa uso di un potente microscopio ottico per studiare la struttura e la consistenza di ogni materiale. Successivamente, per svelare la loro precisa composizione minerale, è stata eseguita l’analisi di diffrazione a raggi X. Gli scienziati hanno utilizzato potenti microscopi e raggi X per identificare gli ingredienti chimici specifici e comprendere come si comportassero quando i costruttori romani li scelsero per erigere il tempio quasi duemila anni fa.

I risultati hanno rivelato che l’eccellente conservazione del Tempio di Venere non è stata casuale, ma è il frutto di una profonda e sofisticata conoscenza ingegneristica. I dati raccolti indicano che gli ingegneri romani erano estremamente consapevoli della geologia presente sotto le loro costruzioni. Sulla base di questa conoscenza, scelsero deliberatamente materiali che potessero aiutare la struttura a resistere all’attività geologica locale.

Le osservazioni microscopiche e chimiche hanno chiarito che le malte impiegate erano materiali a base di calce. L’ingrediente cruciale per la resistenza era l’aggiunta di una quantità significativa di particelle vulcaniche. Queste particelle non erano limitate solamente alle malte, ma sono state rilevate anche nella composizione dei mattoni, insieme a frammenti che ricordavano la sabbia. I ricercatori sono convinti che la presenza di questi solidi vulcanici all’interno del materiale da costruzione fosse un’aggiunta intenzionale e calcolata. La ricerca ha inoltre fornito la prova che una parte dei materiali non era strettamente locale. La scoria, una roccia vulcanica leggera spesso utilizzata nelle costruzioni e nell’architettura del paesaggio, è risultata essere stata importata dalla regione del Vesuvio. Questa meticolosa selezione di geomateriali, in particolare la combinazione di malte a base di calce con particelle vulcaniche mirate, inclusa la scoria importata, ha conferito al tempio una durabilità eccezionale nonostante il significativo e continuo sprofondamento del terreno circostante.

Questo studio approfondito non si limita a illuminare l’ingegno costruttivo dei Romani, ma offre spunti di applicazione pratica per il presente e il futuro. I risultati chimici ottenuti rappresentano una vera e propria “guida” per la scienza dei materiali moderna. Il sapere acquisito potrebbe infatti aiutare a sviluppare nuovi materiali da costruzione, adottando le tecniche e i principi utilizzati dai costruttori romani. Inoltre, una comprensione così dettagliata della tecnologia costruttiva romana è fondamentale per migliorare le strategie di conservazione e restauro per il Tempio di Venere e per altri siti storici romani che si trovano ad affrontare le sfide poste da ambienti geologicamente attivi.