«A WALĪLA, in Marocco, …» gli scavi archeologici condotti nel sito dell’antica città romana di Volubilis hanno restituito una testimonianza di eccezionale valore per la storia del costume e delle attività ludiche nel mondo islamico medievale. Un gruppo di ricerca internazionale, guidato dallo studioso Tim Penn della University of Reading nel Regno Unito, ha identificato un raro tavoliere da gioco inciso direttamente sui gradini di pietra di un antico bagno pubblico. La scoperta, capillarmente documentata in uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Libyan Studies, getta nuova luce sulle dinamiche sociali e sull’intersezione tra spazi architettonici monumentali e vita quotidiana nel contesto del Maghreb al-Aqsa durante l’alto Medioevo.
La struttura termale entro cui è avvenuto il rinvenimento consiste in un hammam, la cui edificazione originaria è ascrivibile a un arco temporale compreso tra la fine del VIII secolo e l’inizio del IX secolo dell’era volgare, sotto la spinta monumentale della dinastia idriside. L’abbandono definitivo del complesso sembra essersi consumato tra il X secolo e il XI secolo, offrendo in tal modo agli archeologi una rara e preziosa coordinata cronologica ad altissima precisione. Molti dei manufatti ludici rinvenuti nel territorio marocchino patiscono infatti l’assenza di un chiaro contesto stratigrafico, inducendo spesso gli specialisti ad attribuirli erroneamente all’epoca romana o alla tarda antichità. In questo caso specifico, la collocazione del tavoliere sulla superficie del gradino superiore che conduceva alla vasca del frigidario consente di ancorare saldamente l’utilizzo del gioco all’orizzonte medievale islamico.
Il manufatto si presenta come un’incisione rettangolare sulla pietra calcarea, dalle dimensioni complessive di trentaquattro centimetri di lunghezza per nove centimetri e mezzo di larghezza. La superficie accoglie tre file parallele composte da almeno tredici piccoli fori ciascuna, scavati con precisione nella pietra. Gli scienziati dell’INSAP-UCL Volubilis Archaeological Project si sono adoperati per comprendere quale specifica attività ludica venisse praticata su tale superficie, procedendo inizialmente per esclusione. È stata infatti scartata l’ipotesi del celebre mancala, un gioco di computo assai diffuso ma caratterizzato tipicamente da cavità molto più profonde, idonee a contenere una cospicua quantità di semi o piccoli ciottoli.
Al contrario, la disposizione geometrica, la scarsa profondità e il disegno complessivo dei fori hanno indirizzato le deduzioni dell’équipe verso un’altra tipologia di intrattenimento. Come gli autori hanno esplicitato all’interno del loro contributo scientifico, il disegno del tavoliere suggerisce che esso venisse impiegato per il gioco del tāb o sīg. Qualora tale interpretazione venisse ulteriormente suffragata, ci si troverebbe dinanzi alla più antica evidenza archeologica di questa pratica ludica nell’intera Africa del Nord, anticipando di svariati secoli le prime attestazioni documentarie finora note alla storiografia ufficiale.
L’aspetto di maggiore interesse antropologico risiede nella collocazione topografica del tavoliere, situato in un punto di massima visibilità e transito per chiunque si accingesse a immergersi o a uscire dalle acque fredde della piscina. Questa specifica scelta logistica suggerisce che la dimensione del gioco non fosse un fatto privato o marginale, bensì una componente strutturale e ordinaria dell’esperienza stessa all’interno del bagno pubblico. La presenza di un simile passatempo nel complesso termale di Walīla illumina le modalità con cui il gioco si intersecasse con la vita comunitaria e con gli spazi della socialità nella prima età islamica, trasformando l’attesa e il benessere corporeo in un momento di condivisione agonistica e intellettuale. I giochi da tavolo erano d’altronde una componente abituale della quotidianità nel mondo islamico, celebrati diffusamente sia nelle composizioni poetiche sia nella novellistica coeva, oltre che comprovati dai numerosi ritrovamenti archeologici effettuati nella penisola arabica e nel Medio Oriente. L’eccezionalità della scoperta maghrebina risiede proprio nella capacità di unire l’evidenza monumentale alla certezza della datazione, arricchendo il quadro storico delle prime comunità islamiche occidentali.





