Sulla costa sud-occidentale della Sardegna, a Domus de Maria, la natura ha recentemente riportato alla luce tracce sorprendenti del passato. Il passaggio del ciclone Harry, un evento meteorologico di straordinaria intensità che ha interessato l’isola tra il 19 e il 23 gennaio 2026, ha avuto effetti particolarmente violenti lungo il litorale. Le forti mareggiate hanno eroso in modo significativo le spiagge sabbiose, modificandone profondamente l’aspetto.
Proprio questa intensa azione erosiva, che ha asportato diversi metri di sedimenti dalle dune costiere, ha permesso l’emersione di importanti reperti archeologici nella spiaggia di Sa Colonia. Un fenomeno inatteso, ma non raro, che dimostra come eventi naturali estremi possano talvolta rivelare testimonianze rimaste sepolte per secoli.
Il ciclone è stato seguito con attenzione dagli studiosi dell’Università di Ferrara e dal gruppo di ricerca specializzato nelle dinamiche costiere, che lo hanno descritto come un vero e proprio uragano mediterraneo, caratterizzato da una durata eccezionale. Il sistema ciclonico è rimasto quasi stazionario tra il bacino Tirrenico e quello Ionio per circa settantadue ore, generando onde di oltre sedici metri di altezza, come rilevato dalla boa di monitoraggio situata nel canale tra Sicilia e Malta.
La violenza del mare ha agito sulla spiaggia di Sa Colonia con un effetto sorprendentemente selettivo, rimuovendo gli strati di sabbia più recenti fino a portare alla luce i livelli archeologici compatti dell’antica città di Bithia. Nel pomeriggio del 21 gennaio 2026, una volta superata la fase più intensa della tempesta, sono emerse con chiarezza due tombe fenicie ancora intatte, accompagnate da numerosi frammenti ceramici dispersi sull’arenile.
Il ritrovamento è avvenuto in un’area periferica dell’antico abitato, a conferma di una pratica tipica della cultura fenicia: collocare le necropoli lungo la costa, in luoghi facilmente raggiungibili dal mare ma fisicamente separati dagli spazi della vita quotidiana.
Tra i reperti individuati dal personale della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio si riconoscono anfore da trasporto, probabilmente destinate in origine al vino o all’olio, e raffinati vasi in ceramica che facevano parte del corredo funebre, deposti per accompagnare i defunti nel loro viaggio nell’aldilà.
Questa scoperta crea un suggestivo collegamento con quanto avvenne esattamente cento anni prima, nel 1926, quando una mareggiata di pari violenza riportò alla luce i primi resti della necropoli di Bithia, richiamando l’attenzione dell’archeologo Antonio Taramelli. Anche allora fu il mare, con la sua forza distruttiva, a svelare un frammento importante della storia più antica del territorio.
La città di Bithia fu fondata dai Fenici intorno al 720 a.C. in una posizione strategica, sul promontorio dominato dall’attuale torre di Chia. Dotata di un porto fluviale e naturalmente protetta dai rilievi montuosi circostanti, la città crebbe nel tempo fino a diventare un centro di rilievo prima in età punica e poi in epoca romana. L’abbandono definitivo avvenne tra il IV e il V secolo d.C., probabilmente in seguito alle incursioni saracene che interessarono le coste dell’isola.
Le sepolture emerse recentemente contribuiscono ad ampliare la conoscenza delle pratiche funerarie del sito, documentando una lunga evoluzione nel tempo. Si va dai riti di cremazione in fosse o in ciste di pietra, tipici della fase fenicia più antica, fino alle tombe a cassone realizzate con grandi lastre litiche, caratteristiche dell’età punica. Un patrimonio di informazioni preziose che aiuta a ricostruire la storia e le trasformazioni di una comunità affacciata sul Mediterraneo per oltre un millennio.
Se a Domus de Maria il ciclone ha avuto l’effetto inatteso di rivelare testimonianze del passato, nel vicino comune di Pula le conseguenze sono state ben più drammatiche. Il sito archeologico di Nora ha infatti subito danni strutturali molto gravi a causa della violenza del mare e del vento.
Le onde hanno colpito con particolare intensità i settori più esposti a est e a sud, causando smottamenti nell’area delle terme di Levante e accumulando grandi quantità di detriti marini sul foro romano e nel quartiere punico. A rendere la situazione ancora più critica è stata la forza del vento, che ha superato i cento chilometri orari, abbattendo numerosi pini secolari presenti nell’area.
La caduta degli alberi ha provocato la perdita di porzioni importanti della stratigrafia archeologica: le radici, strappate dal terreno, hanno trascinato con sé frammenti di mosaici e parti di strutture murarie antiche. Anche il sistema di protezione della scogliera situata sotto il Tempio di Esculapio ha riportato danni significativi, aumentando il rischio di instabilità dell’intero promontorio.
Un bilancio pesante che evidenzia quanto i siti archeologici costieri siano vulnerabili di fronte a eventi meteorologici sempre più estremi.
Le autorità sono intervenute con rapidità per proteggere sia i siti archeologici sia i reperti appena emersi. L’area della spiaggia di Sa Colonia è stata subito delimitata e messa in sicurezza dai Carabinieri Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Cagliari, con il supporto delle stazioni territoriali e del Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale. Un’azione tempestiva, indispensabile per prevenire episodi di sciacallaggio e garantire la tutela dell’area, oggi sorvegliata anche attraverso sistemi di controllo a distanza.
Parallelamente, i Carabinieri Subacquei hanno effettuato un’ispezione dei fondali davanti alla spiaggia, con l’obiettivo di individuare e recuperare eventuali materiali archeologici trascinati in mare dalla forza delle onde durante la tempesta.
La Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio ha avviato le procedure di archeologia d’urgenza, che prevedono il recupero immediato dei reperti per proteggerli dai danni causati dalla cristallizzazione dei sali una volta esposti all’aria. Dopo il rinvenimento, gli oggetti vengono immersi in apposite vasche di desalinizzazione e accuratamente documentati mediante fotogrammetria digitale, prima di essere trasferiti nei laboratori specializzati per le operazioni di restauro.
Il valore scientifico di questi ritrovamenti è particolarmente elevato, perché permette di osservare in modo diretto l’evoluzione del paesaggio costiero del Sulcis tra il VII e il IV secolo a.C. Si tratta di nuove e importanti tessere che contribuiscono a ricostruire la storia più antica di questo tratto di Sardegna e dei popoli che lo hanno abitato.
Molti dei reperti emersi saranno presto esposti nella Casa Museo di Domus de Maria, che già conserva una significativa collezione di manufatti provenienti dal territorio. Tra questi figurano lucerne, piatti e la ricostruzione di una tomba fenicio-punica, strumenti preziosi per avvicinare il pubblico alla storia e alle pratiche culturali del passato.
La gestione dell’emergenza ha richiesto un intenso lavoro di coordinamento tra le amministrazioni comunali, le istituzioni accademiche e il governo regionale. Sono stati inoltre stanziati fondi specifici sia per il restauro delle strutture danneggiate nel sito di Nora, sia per l’avvio di nuove indagini archeologiche scientifiche nell’area di Chia, con l’obiettivo di trasformare un evento distruttivo in un’importante occasione di conoscenza e tutela del patrimonio culturale.
Il fenomeno delle cosiddette mareggiate archeologiche evidenzia un paradosso emblematico del nostro tempo. Da un lato, i cambiamenti climatici e l’aumento della frequenza di eventi estremi rappresentano una seria minaccia per la conservazione del patrimonio costiero; dall’altro, la stessa forza distruttiva del mare può diventare uno strumento inatteso di scoperta, riportando alla luce testimonianze rimaste sepolte per millenni sotto le dune.
In questo contesto, la rapidità di intervento delle istituzioni assume un ruolo decisivo: riuscire ad agire entro le prime ventiquattro ore dall’evento può fare la differenza tra la perdita irreversibile dei reperti e la loro salvaguardia.
La ricerca scientifica guarda ora al futuro attraverso lo sviluppo di modelli predittivi, pensati per individuare altri tratti di costa particolarmente vulnerabili, dove eventuali tempeste potrebbero rivelare nuovi frammenti della civiltà fenicia. Un approccio che consente di trasformare il rischio in conoscenza e di assicurare che la memoria di questi antichi navigatori continui a essere studiata, protetta e trasmessa alle generazioni future.
L’immagine è una ipotesi ricostruttiva basata sui dati archeologici.




