I quartieri Ebraici nell’antica Roma. Come erano organizzati?

Tra Trastevere e Suburra: la mappa dei primi insediamenti ebraici nella Capitale dell’Impero. Niente ghetti, ma una presenza diffusa che partiva dai mercati per arrivare al cuore del potere: così la comunità d’Israele ha influenzato la spiritualità della Roma pagana.

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La comunità ebraica dell’antica Roma è uno dei capitoli più affascinanti della storia della città classica. Studiare dove vivevano gli ebrei romani non significa solo ricostruire la mappa di una minoranza: significa capire come i popoli stranieri si intrecciassero con la civiltà latina e, attraverso di essa, contribuissero alla nascita di nuove correnti spirituali, fino al cristianesimo.

Un popolo senza ghetto

Una delle prime domande che chi studia la presenza ebraica a Roma si pone riguarda il ghetto: esisteva un quartiere dove gli ebrei fossero costretti a vivere? La risposta è no. Nonostante persecuzioni, espulsioni temporanee e la perdita di alcuni privilegi, nulla indica che gli ebrei di Roma siano mai stati obbligati a concentrarsi in un’unica zona della città.

Tra le misure più severe si ricordano quelle di Vespasiano, che introdusse il fiscus Judaicus — una tassa speciale imposta agli ebrei — e quelle di Domiziano, Adriano e Antonino Pio. Tiberio e Claudio arrivarono persino a espellere l’intera comunità dalla città. Eppure, in nessuno di questi casi fu mai imposta una separazione fisica per legge.

Il pomerium e i culti stranieri

Prima di affermare che tutta la città fosse aperta agli ebrei, è necessario affrontare una questione di diritto sacro romano: il pomerium. Si trattava del confine sacro di Roma, entro il quale i culti stranieri erano in teoria vietati. Secondo lo studioso Ambrosch, nessuna sinagoga avrebbe quindi potuto sorgere all’interno di questo perimetro.

Tuttavia, questa regola conobbe molte eccezioni nella pratica. Già nel 217 a.C. fu consacrato sul Campidoglio un tempio alla Venere dell’Erice, e il culto di Iside si radicò così profondamente su quello stesso colle da richiedere interventi di allontanamento da parte dei consoli negli anni 58, 54, 50 e 48 a.C., e da parte di Augusto nel 28 a.C. Inoltre, anche quando il pomerium veniva rispettato, nulla vietava agli ebrei di abitare all’interno del confine sacro e di costruire le loro sinagoghe al di fuori di esso — come probabilmente accadde nel quartiere della Suburra, servita da una sinagoga situata oltre l’agger.

Una presenza diffusa, con centri ben definiti

Gli ebrei non erano distribuiti in modo uniforme per tutta Roma, né confinati in poche zone isolate. La situazione era più sfumata: ebrei si potevano incontrare in ogni quartiere della città, specialmente quelli abbastanza ricchi da potersi permettere qualsiasi residenza. In alcune aree, però, la presenza ebraica si concentrava fino a formare veri e propri centri comunitari.

La maggior parte degli ebrei romani apparteneva agli strati più poveri della società, come testimoniano lo stile e la fattura delle loro epigrafi funerarie. Molti si dedicavano al commercio — e non è un caso che i principali quartieri ebraici coincidessero con le zone commerciali della capitale imperiale.

Il Trastevere: cuore della Roma ebraica

Il cuore del giudaismo romano fu il Trastevere. Qui gli ebrei si insediarono fin dalle origini della loro comunità, crebbero di numero e si radicarono per tutta l’età latina. All’epoca di Augusto, come attesta Filone di Alessandria, il Trastevere era di fatto l’unico vero quartiere ebraico dell’intera città.

Come avvenne questo insediamento? Non fu una scelta deliberata, ma una conseguenza naturale dei flussi commerciali. Le merci provenienti dall’Asia risalivano il Tevere da Ostia, e gli ebrei — attratti dal porto, dai magazzini e dalle botteghe — si stabilirono dove approdavano i loro carichi. Filone attribuisce agli affranchiti di Pompeo l’origine della comunità trasteverina, ma si tratta di una semplificazione: la comunità ebraica era già presente molto prima. Intorno al 160 a.C. Giuda Maccabeo stipulava già un trattato con Roma; attorno al 140 a.C. il pretore Ispallo sgomberava dai luoghi pubblici i materiali delle proseuché, le case di preghiera ebraiche; nel 59 a.C. Cicerone denunciava apertamente il potere acquisito dalla comunità israelita.

Quanto alla consistenza numerica, un calcolo approssimativo basato su Flavio Giuseppe indica che nel 4 a.C. ottomila ebrei romani accompagnarono Erode il Grande in udienza dal principe. Poiché quella delegazione era composta probabilmente solo da uomini adulti di un certo rango, la popolazione totale del Trastevere ammontava forse a quaranta o cinquantamila persone — cifra che gli studiosi tendono a ridurre a trenta o quarantamila. Il quartiere aveva un aspetto non troppo diverso dai ghetti di età moderna: botteghe modeste e insegne ebraiche nel tipico contesto delle insulae romane. Un’atmosfera di festa particolare animava il sabato, con lampade ornate di viole alle finestre profumate di olio e le famiglie riunite attorno al tonno in salsa, come descrive il poeta Persio.

Le sinagoghe del Trastevere

Il quartiere trasteverino ospitava diverse sinagoghe, come attesta esplicitamente Filone per l’epoca di Augusto. Le iscrizioni funerarie rinvenute nelle catacombe di Monteverde permettono di identificarne alcune con ragionevole certezza.

La prima è la sinagoga degli Augustenses, così chiamata in onore dell’imperatore Augusto, il sovrano romano più favorevole agli ebrei dopo Cesare. Fu lui a ordinare che ogni giorno a Gerusalemme venissero offerti in sacrificio un toro e due agnelli a sue spese, e a scrivere alle città dell’Asia per tutelare i privilegi ebraici. La sinagoga sopravvisse probabilmente fino a epoche piuttosto tarde, come suggerisce la presenza tra i suoi membri di un mellarchonte di dodici anni: la carica di archonte, originariamente non ereditaria e di grande prestigio, divenne col tempo un semplice titolo onorifico, attribuito persino a bambini.

La seconda è la sinagoga degli Agrippenses, posta sotto il patronato di Marco Vipsanio Agrippa, il grande generale e architetto a cui si deve, tra l’altro, il ponte che portò il suo nome sul Tevere, nei pressi dell’attuale Ponte Sisto. È probabile che la sinagoga sorgesse proprio alla testa di quel ponte. A sostegno di questa ipotesi c’è un cubo di marmo scoperto nel novembre del 1881 vicino alla Farnesina, sulla riva del Tevere, recante l’iscrizione IACΩN ΔIC APXΩN: potrebbe essere parte di un edificio pubblico ebraico, forse la sinagoga degli Agrippenses stessa.

La terza è la sinagoga di Volumnius, il cui patrono fu probabilmente un funzionario romano coinvolto nella politica della Siria-Palestina e negli affari della famiglia di Erode. A queste si aggiungono la comunità dei Vernaculi e quella dei Tripolitani, probabilmente insediatasi a Roma sotto Settimio Severo, imperatore nato a Leptis Magna e notoriamente ben disposto verso gli ebrei. Il rabbino Kimchi, vissuto nel XII secolo d.C., menziona infatti una sinagoga di Severo costruita a Roma.

Il Campo Marzio: una seconda comunità

Un secondo centro ebraico è attestato nel Campo Marzio. Le fonti in questo caso sono esclusivamente epigrafiche: si tratta delle iscrizioni di alcuni membri della comunità dei Campenses, il cui nome deriva chiaramente da Campus, il termine con cui si indicava comunemente il Campo Marzio. Su questa comunità restano molte incertezze storiche e topografiche. La presenza di un archonte bambino tra i suoi membri suggerisce che si sia mantenuta fino a un’epoca relativamente tarda. I Saepta Iulia, trasformati nel corso del I secolo d.C. in una grande sala d’aste, offrivano spazio per le attività commerciali ebraiche in quella zona.

La Suburra e i Calcarienses

Esisteva anche una comunità ebraica nella Suburra, uno dei quartieri più centrali, popolosi e malfamati di Roma. Lo dimostrano le epigrafi dei Suburenses e, soprattutto, un’iscrizione pagana relativa a un fruttivendolo di nome P. Corfidius Signinus, che indicava la propria residenza come situata de aggere a proseucha — cioè “dalla parte dell’agger verso la sinagoga”. Quella sinagoga, abbastanza nota da servire come punto di riferimento topografico, doveva essere già ben consolidata all’epoca della morte di Signinus, collocata alla fine del I secolo d.C. Gli ebrei si erano quindi insediati nella Suburra almeno nella prima metà del I secolo d.C.

Il quartiere ebraico della Suburra si estendeva lungo l’agger, il tratto delle mura di Servio Tullio che correva ai piedi dei colli Quirinale, Viminale e Cispio. Ne è testimonianza la comunità dei Calcarienses, un gruppo enigmatico il cui nome rimanda ai lavoratori dei forni da calce o a chi viveva nelle vicinanze di quelle industrie. La scoperta di due iscrizioni nei pressi delle Terme di Diocleziano, vicino alla Porta Collina, permette di localizzare il loro centro all’estremità settentrionale dell’agger. A questi si aggiunge forse la comunità degli Hebrei, identificabili come gli ebrei più osservanti, che potrebbero aver utilizzato la piccola catacomba della via Labicana, dove due iscrizioni su cinque sono scritte interamente in ebraico.

L’Aventino e la Porta Capena

Il quarto grande insediamento ebraico ci è descritto dal poeta Giovenale nella sua Satira III, scritta intorno al 115 d.C.. Il testo ritrae, accampata presso la Porta Capena nel bosco sacro vicino al santuario di Egeria, una sorta di tribù di ebrei erranti: ognuno disteso sul fieno accanto ai propri bagagli in un cesto orientale, pagava una tassa per l’albero sotto cui si riparava. Mendicità e pratiche di magia sembravano, agli occhi pungenti del satirico, le principali risorse di quella comunità.

Ma la presenza ebraica a sud di Roma era ben più solida e duratura. Ne sono prova le catacombe lungo la via Appia: la Vigna Randanini, con oltre duecento iscrizioni e bolli laterizi databili tra il 135 e il 211 d.C., è la più significativa. Al di sopra di essa sorge una struttura identificata da alcuni studiosi come una sinagoga, con una nicchia dipinta di azzurro e due absidi contrapposte — elementi che richiamano la nicchia della Torah presente in molte sinagoghe del mondo antico. Anche la presenza di un pozzo è rilevante, poiché il culto ebraico richiedeva frequenti abluzioni rituali. Il quartiere si estendeva verso est almeno fino al Macellum Magnum, il grande mercato coperto situato sotto l’attuale chiesa di Santo Stefano Rotondo, come attesta l’epigrafe del macellaio Alessandro, un ebreo che dichiarava di abitare de macello.

Una rete che avvolgeva tutta la città

Percorrendo i quartieri fin qui descritti — il Trastevere, il Campo Marzio, la Suburra, l’Aventino e la Porta Capena — si delinea una rete che avvolgeva l’intera Roma imperiale. Gli ebrei erano presenti in ogni angolo della città, portando con sé la loro vitalità commerciale, le loro tradizioni e la loro religione. Non si limitavano alle periferie: insediati in quartieri centralissimi come la Suburra, raggiungevano il cuore stesso della capitale.

Le loro usanze erano un elemento familiare nel paesaggio urbano romano: la loro intensa vocazione proselitistica e il fascino del monoteismo si offrivano ogni giorno alla curiosità dei vicini romani, dei liberti, degli schiavi, dei mercanti. È in questo contesto vivace e articolato che affondano le radici, come sottolinea l’autrice dello studio, la straordinaria diffusione del messaggio cristiano e la sua capacità di raggiungere ogni strato della popolazione della capitale imperiale.

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Fabio Saverio Gatto
Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente.