Pompei: scoperte tracce di un’antica arma a ripetizione romana sulle mura

L'analisi digitale dei fori nel tufo rivela l'impiego di una sofisticata arma a ripetizione nell'89 a.C.: «Il polibolo agiva come una moderna mitragliatrice, capace di mantenere una pressione costante sulle difese nemiche»

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A Pompei, nel tratto settentrionale delle mura tra Porta Vesuvio e Porta Ercolano, le pietre conservano ancora le tracce di un attacco militare avvenuto quasi un Secolo prima della famosa eruzione del Vesuvio. Grazie a tecnologie digitali avanzate, un gruppo di studiosi italiani ha analizzato con grande precisione una serie di fori quadrangolari visibili nei blocchi di tufo e nel calcare di Sarno. Questi segni, diversi dai grandi crateri circolari provocati dai colpi delle balliste, rivelano l’uso di un’arma sorprendentemente avanzata per l’epoca: il polibolo. Si trattava di una balestra a ripetizione, una sorta di antenata della “mitragliatrice”, capace di lanciare dardi in rapida sequenza senza dover ricaricare manualmente ogni singolo colpo.

Queste ferite nelle mura riportano a un episodio preciso della storia di Pompei: l’assedio guidato dal generale romano Lucio Cornelio Silla nell’89 a.C., durante la guerra sociale. In quegli anni la città si era schierata con gli insorti italici e si trovò così a fronteggiare tutta la potenza dell’esercito romano. Oggi quelle mura possono sembrare immobili e silenziose, ma in realtà custodiscono un racconto dettagliato di strategie di guerra e straordinarie tecniche militari. Grazie a scansioni tridimensionali ad alta risoluzione e alla fotogrammetria, gli studiosi sono riusciti a ricostruire modelli digitali di queste piccole cavità, riconoscendone la caratteristica forma piramidale: un dettaglio che corrisponde alla punta in ferro dei dardi lanciati dagli scorpioni romani.

Uno degli aspetti più interessanti emersi dallo studio riguarda il modo in cui questi colpi sono distribuiti sulle mura. In diversi punti, infatti, i fori seguono una disposizione a raggiera, quasi a ventaglio, con intervalli regolari lungo una linea curva. Un dettaglio che fa pensare all’uso di un’arma dotata di un meccanismo avanzato, capace di colpire con grande precisione anche bersagli in movimento. Secondo gli studiosi, questi dardi potevano essere diretti contro gli arcieri che spuntavano dalle piccole aperture laterali delle torri, oppure contro i difensori che cercavano di esporsi tra i merli, dopo la distruzione dei parapetti provvisori in legno. Proprio la rapidità del polibolo, in grado di lanciare colpi in sequenza continua, consentiva ai Romani di mantenere una pressione costante sulle difese nemiche e di bloccare qualsiasi tentativo di risposta.

L’invenzione del polibolo viene fatta risalire a Dionisio di Alessandria, attivo a Rodi intorno al 300 a.C., mentre il suo funzionamento è descritto con grande precisione nei trattati di Filone di Bisanzio. Si trattava di una macchina da guerra molto sofisticata, basata su un intricato sistema di rulli e su una doppia catena di trasmissione mossa da un argano, capace di far scorrere avanti e indietro il meccanismo di lancio. Nella parte superiore si trovava un caricatore che inseriva i dardi uno dopo l’altro in una scanalatura, mentre un dispositivo a camma trasformava il movimento lineare in movimento rotatorio. Alcuni studi recenti ipotizzano che gli ingegneri di Rodi avessero persino sviluppato un sistema per regolare i rapporti di forza, in modo non troppo diverso da quello degli ingranaggi di una bicicletta moderna, così da rendere il tiro più potente ed efficiente. Proprio il legame di Silla con l’isola di Rodi rende credibile l’idea che il generale romano potesse disporre di queste armi all’avanguardia durante l’assedio delle fortificazioni campane.

Paradossalmente, l’eccezionale conservazione di queste tracce si deve proprio alla catastrofe del 79 d.C. La pioggia di cenere e lapilli che seppellì Pompei meno di un secolo dopo l’assedio funzionò infatti come una sorta di sigillo del tempo, proteggendo le mura dall’erosione e dagli agenti atmosferici che, con il passare dei secoli, avrebbero potuto cancellare ogni segno dei colpi ricevuti. Le analisi di ingegneria inversa hanno inoltre permesso di stimare la forza necessaria per spezzare la pietra e penetrare nel tufo grigio di Nocera. I risultati confermano che danni di questo tipo non potevano essere stati provocati da semplici armi manuali, ma solo da macchine da guerra capaci di lanciare i dardi ad altissima velocità.

L’unione tra fonti storiche, archeologia sperimentale e simulazioni al computer sta offrendo un quadro molto più ricco e preciso delle tecniche d’assedio romane. Le mura di Pompei non appaiono più soltanto come un antico limite della città, ma come una vera e propria superficie che racconta la violenza e la tensione di quei momenti di guerra. Grazie alla ricostruzione, sia fisica sia digitale, di scorpioni e balliste a partire dai dati balistici raccolti sul campo, gli studiosi possono mettere alla prova la reale capacità distruttiva di queste macchine. Ne emerge l’immagine di armi sofisticate, basate su sistemi di torsione elastica, che rappresentano uno dei risultati più avanzati della scienza meccanica del mondo ellenistico e romano.

Il progetto di ricerca ha anche portato alla creazione di repliche tridimensionali tattili di questi segni d’impatto, pensate per i musei e per rendere questa pagina di storia accessibile anche alle persone con disabilità visive. L’idea è costruire un percorso espositivo capace di raccontare l’evoluzione delle tecnologie d’assedio, trasformando i reperti archeologici in strumenti efficaci di divulgazione scientifica. In questo modo, le ferite lasciate dalla guerra sulle mura settentrionali restituiscono l’immagine di una Pompei meno statica di quanto si pensi: una città viva, attraversata da conflitti e da straordinarie innovazioni tecnologiche, molto prima che l’eruzione del Vesuvio la rendesse immortale.

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Fabio Saverio Gatto
Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente.