A Pompei, il tempo sembra essersi fermato in un attimo di cenere e paura: è l’anno 79 dopo Cristo, quando l’eruzione del Vesuvio consegna ai posteri un’istantanea drammatica ma straordinariamente dettagliata della vita romana. Per secoli si è pensato che tutto fosse avvenuto il 24 agosto, data ricavata soprattutto dalle lettere di Plinio il Giovane, che raccontò in prima persona le fasi dell’eruzione.
Oggi però questa certezza viene messa in discussione. Alcune nuove analisi sugli abiti ritrovati sulle vittime mostrano infatti che molte persone indossavano vestiti pesanti, più adatti a un clima fresco che al pieno dell’estate. Questo dettaglio fa pensare che l’eruzione possa essere avvenuta in un periodo diverso, oppure che gli abitanti si siano coperti per proteggersi dal freddo improvviso e dalle esalazioni tossiche del vulcano.
Un recente studio condotto dal gruppo di ricerca Atropos dell’Università di Valenzia ha aperto una nuova finestra sugli ultimi istanti di vita delle vittime di Pompei. Gli studiosi, specializzati nella cultura e nei rituali legati alla morte, hanno analizzato quattordici calchi umani scoperti nel 1975 nella necropoli di Porta di Nola.
Questi calchi sono ottenuti versando gesso nei vuoti lasciati dai corpi, ormai scomparsi, all’interno dello strato di cenere e lapilli. In questo modo non solo si può ricostruire la postura finale delle persone al momento della morte, ma anche individuare le tracce dei loro abiti impresse nel materiale vulcanico, come una sorta di fotografia fossilizzata.
Per portare avanti questo lavoro è stato coinvolto un team multidisciplinare, formato da storici dell’antichità, archeologi, bioantropologi, chimici e studiosi di diritto romano. Grazie a questo mix di competenze, i ricercatori hanno potuto esaminare da vicino le trame dei tessuti rimaste impresse nel gesso, ricavando informazioni inedite sui materiali, sugli abiti e persino sulle tecniche di cucitura usate all’epoca.
L’archeologo Llorenç Alapont, docente all’Università di Valenzia, ha spiegato che l’osservazione dettagliata dei calchi consente di capire come fossero vestite le persone in quel giorno fatale. Le analisi hanno mostrato che i fili dei tessuti erano intrecciati in modo molto fitto, segno che si trattava di stoffe spesse e pesanti.
Le analisi mostrano che la maggior parte delle vittime indossava due capi principali: una tunica e un mantello, entrambi fatti di lana spessa. La lana era un materiale comune ed economico nell’antica Roma, ma usarla in piena estate, soprattutto nel clima caldo del Mediterraneo, è piuttosto sorprendente.
Ancora più interessante è il fatto che questi vestiti pesanti siano stati trovati sia su persone che si trovavano all’aperto sia su quelle che erano al riparo nelle case. Questo suggerisce che non si trattasse di una scelta individuale, ma di una condizione ambientale particolare che riguardava tutta la popolazione in quel momento.
Da queste osservazioni sono nate due possibili spiegazioni su che tipo di clima ci fosse in quel giorno drammatico. La prima è che nell’agosto del 79 d.C. le temperature fossero insolitamente basse per la stagione. La seconda ipotesi, invece, è che gli abitanti si siano coperti con abiti pesanti non tanto per il freddo, ma per proteggersi dal calore sprigionato dal vulcano, dalla cenere e dai gas tossici che riempivano l’aria.
Secondo Alapont, in ogni caso, quei vestiti raccontano di un ambiente estremamente ostile e pericoloso, dal quale le persone cercavano disperatamente di difendersi, a prescindere dalla temperatura reale.
Questi risultati sono stati presentati alla comunità scientifica durante un congresso internazionale svoltosi a Boscoreale nel novembre 2025. Proprio in quell’occasione il dibattito si è acceso sulla data reale dell’eruzione, un tema che negli ultimi anni sta sollevando sempre più interrogativi.
La scoperta degli abiti pesanti, infatti, si aggiunge ad altri indizi archeologici che non sembrano affatto compatibili con il pieno mese di agosto: sono stati trovati resti di frutti tipicamente autunnali, bracieri con tracce di brace ancora presenti e grandi contenitori in terracotta, i dolia, pieni di vino in fase di fermentazione. Tutti elementi che fanno pensare a una stagione diversa da quella estiva.Anche se la scoperta di abiti di lana non basta, da sola, a spostare ufficialmente la data dell’eruzione verso l’autunno, rappresenta comunque un indizio importante all’interno di un quadro di prove sempre più articolato. Gli studiosi continuano a esaminare ogni traccia lasciata dal Vesuvio, cercando di leggere i segni conservati nel gesso e nella pietra come le pagine di un libro.
Le ricerche del gruppo di Valenzia mostrano quanto sia complesso ricostruire con precisione il passato: a volte, persino lo spessore dei fili di un mantello può raccontare molto sulle condizioni climatiche e sulle difficoltà ambientali che gli abitanti dell’antica Campania dovettero affrontare.
Image Credit: https://www.storicang.it/a/pompei-gli-abiti-delle-vittime-delleruzione-rivelano-unestate-sorprendentemente-fredda_17762#:~:text=Pompei:%20gli%20abiti%20delle%20vittime,rivelano%20un’estate%20sorprendentemente%20fredda
Dipinto di autore ignoto che ricostruisce l’eruzione del Vesuvio.
Pubblico dominio

