A NAPOLI la filologia classica incontra l’avanguardia della computazione scientifica, segnando una svolta epocale che ridefinisce i confini della conoscenza del mondo antico. Il patrimonio documentario della Villa dei Papiri di Ercolano, l’unica biblioteca dell’antichità classica giunta fino a noi, cessa di essere un corpus di reperti intellettualmente inaccessibili per trasformarsi in un testo vivo e leggibile. Sepolti e carbonizzati dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., questi rotoli erano stati ridotti a cilindri fragilissimi di materiale amorfo, un ammasso di cenere e fango d’argilla. Per oltre due secoli, i tentativi di srotolamento meccanico, condotti con sostanze chimiche, pesi o vapori, hanno provocato danni irreparabili, riducendo molti manufatti in polvere o frammenti illeggibili. La svolta odierna, presentata di recente durante un consesso accademico proprio nella città partenopea, si deve all’iniziativa internazionale Vesuvius Challenge, fondata nel 2023 da Brent Seales, docente di informatica presso l’University of Kentucky, insieme agli imprenditori Nat Friedman e Daniel Gross.
Il cuore metodologico di questa rivoluzione risiede nel cosiddetto srotolamento virtuale, un protocollo non invasivo che inizia con una tomografia computerizzata ad alta risoluzione del papiro coil-up e deformato. Successivamente, sofisticati algoritmi tracciano gli strati sovrapposti e accartocciati per poi distenderli digitalmente. Il vero ostacolo paleografico era rappresentato dalla natura dell’inchiostro romano antico, basato sul carbonio dei residui di fumo: una composizione avente la medesima densità del supporto papiraceo carbonizzato, che rendeva la scrittura indistinguibile ai comuni raggi X. Attraverso l’impiego della tomografia a contrasto di fase eseguita presso l’European Synchrotron Radiation Facility, i ricercatori guidati da Vito Mocella del Consiglio Nazionale delle Ricerche hanno saputo identificare le minime variazioni di rifrazione della luce radiogena, spianando la strada ai modelli di apprendimento automatico addestrati a riconoscere la presenza dell’inchiostro sulle superfici invisibili.
Il manufatto denominato PHerc. 1667 rappresenta il vertice di questo trionfo scientifico. Ritenuto completamente illeggibile negli anni Ottanta del XX secolo e classificato con un indice di leggibilità pari a zero a causa degli strati sovrapposti, il rotolo è stato interamente dispiegato nella sua dimensione digitale, rivelando un’estensione di quasi un metro e mezzo di testo articolato su venti colonne complessive. La professoressa Federica Nicolardi, docente di papirologia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, coordina il team che interpreta questi antichi grafemi. L’analisi paleografica e i riferimenti interni collocano l’opera nel II secolo a.C. o al termine del III secolo a.C., qualificando il papiro come uno dei più arcaici dell’intera collezione ercolanese. Dal punto di vista esegetico, il testo si offre come una densa trattatistica filosofica incentrata sull’etica, le arti e la condotta umana, chiaramente improntata alla dottrina stoica. Tra le righe restituite alla luce emerge la discussione sul concetto di ὁρμή, inteso come impulso primigenio, associato al monito secondo cui l’assenza di regolazione del comportamento conduce a passioni nefaste e all’allontanamento dai propri fini morali. Vi si ravvisa inoltre la centralità della φρόνησις, la saggezza pratica elevata a virtù suprema. Una delle sentenze recuperate recita testualmente che indagheremo qualcosa, ma non lo afferreremo, se in qualche modo ci allontaneremo da noi stessi e dalla nostra stessa natura.
Parallelamente, le indagini sul papiro PHerc. 139 hanno permesso di decifrare la dicitura greca corrispondente a Filodemo, Sugli Dei, Libro VIII. Tale scoperta stabilisce per la prima volta l’estensione dell’opera del filosofo epicureo ad almeno otto libri, laddove la tradizione erudita precedente conosceva soltanto il primo volume. Queste rivelazioni si sommano al successo del 2025, quando nel rotolo PHerc. 172 fu identificato il trattato Sui Vizi, sempre ascrivibile a Filodemo. Come sottolineato dallo stesso Brent Seales, il progetto si trova ora dinanzi a un mutamento di paradigma epistemologico: superata la sfida ingegneristica dell’imaging e dell’intelligenza artificiale, la parola passa definitivamente ai filologi e agli storici dell’antichità, chiamati a trascrivere, emendare e interpretare testi rimasti sepolti per due millenni. La speranza della comunità scientifica risiede non solo nella decifrazione dei testi noti, ma anche nella concreta possibilità di recuperare capolavori perduti della letteratura greca e latina nei settori ancora inesplorati della grandiosa residenza romana.





