Piazza Municipio è diventata il cuore di una delle più importanti operazioni di archeologia urbana degli ultimi decenni. I lavori per la costruzione della metropolitana si sono infatti trasformati in un’occasione straordinaria per riportare alla luce il passato più antico di Napoli.
Proprio in quest’area, durante gli scavi per il corridoio di collegamento tra la stazione della Linea 6 e il pozzo di manovra di via Acton, è emersa una quinta imbarcazione risalente all’epoca imperiale. Il relitto, ancora in parte sepolto, si affianca alle quattro navi già rinvenute nello stesso sito, confermando questa zona come un vero e proprio scrigno archeologico, capace di restituire testimonianze preziose della storia della città.
L’archeologa Daniela Giampaola, che dirige le operazioni di scavo, ha spiegato come il nucleo greco-romano di Neapolis sia rimasto protetto e stratificato per secoli. Un po’ come un sistema di “scatole cinesi”, questo patrimonio nascosto ha attraversato indenni le epoche angioina, aragonese e vicereale, conservando tracce preziosissime del passato.
Al centro delle indagini c’è il ritrovamento dell’antico porto romano, una scoperta chiave che conferma il ruolo di Napoli come snodo strategico dei traffici commerciali nel Mediterraneo. Le ricerche sono iniziate nel 2003, quando emerse una prima imbarcazione lunga circa dieci metri, databile al II secolo d.C. La barca fu rinvenuta capovolta e in uno stato di conservazione eccezionale, paragonabile a quello dei celebri reperti di Ercolano.
Questo primo ritrovamento si rivelò fondamentale: grazie ad esso, gli studiosi sono riusciti a ricostruire con grande precisione l’antico profilo della linea costiera, offrendo nuove e sorprendenti informazioni sull’evoluzione urbana e marittima della città.
Il porto vero e proprio è stato individuato all’inizio del 2004, a circa tre metri e mezzo sotto il livello del mare e a tredici metri di profondità rispetto all’attuale piano stradale. Fino ad allora, la posizione esatta dell’antico approdo era oggetto di diverse ipotesi, ma le evidenze emerse durante gli scavi hanno finalmente chiarito ogni incertezza.
Oltre ai relitti delle imbarcazioni, il fango ha restituito migliaia di reperti, offrendo uno spaccato sorprendentemente vivido della vita quotidiana e delle attività che animavano il porto. Sono emerse suole di calzari in cuoio, monete, ceramiche corinzie decorate con scene bacchiche, balsamari e una grande quantità di anfore, insieme a pentole in terracotta e coppe di produzione africana, testimonianza di intensi scambi commerciali.
Tra i ritrovamenti più affascinanti figurano bottiglie di vetro ancora sigillate con tappi di sughero, anelli per il sartiame, aghi utilizzati per le reti da pesca, arpioni in legno e ancore in pietra a due fori. Oggetti che raccontano, con straordinaria immediatezza, il lavoro, i traffici e la vita quotidiana del porto antico di Napoli, restituendo voce a un mondo rimasto sepolto per secoli.
Le imbarcazioni rinvenute successivamente hanno arricchito in modo significativo la conoscenza delle tecniche di navigazione e delle attività portuali in età romana. La seconda nave, praticamente identica alla prima, ha portato gli studiosi a ipotizzare l’esistenza di una vera e propria flotta di piccole imbarcazioni. Queste barche servivano probabilmente a fare la spola tra i moli e le grandi navi da carico, impossibilitate ad avvicinarsi alla costa a causa dei fondali poco profondi.
Una terza imbarcazione, larga oltre tre metri e lunga circa tredici metri e mezzo, si è rivelata la meglio conservata tra quelle emerse nelle prime fasi delle ricerche, offrendo dati preziosi sulle tecniche costruttive. Il quarto esemplare, invece, presentava una chiglia particolarmente larga e una prua piatta: soluzioni progettuali studiate appositamente per rendere più agevoli l’attracco ai moli e le delicate operazioni di carico e scarico delle merci nel porto antico di Napoli.
Queste navi erano realizzate utilizzando una combinazione di legni particolarmente resistenti, come quercia, pino, cipresso e abete. Su molte strutture sono state individuate tracce di riparazioni effettuate già in epoca antica, un chiaro segnale di un impiego intenso e prolungato nel tempo. Per rendere impermeabili gli scafi si ricorreva alla pece e a fibre naturali, mentre la navigazione era affidata sia a vele rettangolari in lino sia alla forza dei rematori.
Dal porto di Napoli partivano rotte commerciali di grande importanza, che collegavano la città a snodi fondamentali del Mediterraneo come Ostia, Cartagine e Alessandria d’Egitto. Su queste imbarcazioni viaggiavano merci essenziali per l’economia dell’epoca, tra cui cereali, vino e olio, confermando il ruolo centrale di Napoli nei traffici marittimi del mondo romano.
L’intera rete della metropolitana di Napoli si è rivelata una straordinaria fonte di informazioni archeologiche, andando ben oltre l’area di Piazza Municipio e trasformando ogni cantiere in una vera esplorazione nel tempo.
Presso la Stazione Duomo, gli scavi hanno portato alla luce un imponente edificio pubblico di età augustea, legato ai giochi isolimpici. Le iscrizioni rinvenute, che riportano i nomi degli atleti vincitori, offrono una testimonianza diretta della vita sportiva e culturale della città in epoca romana.
Alla Stazione Università sono invece emerse tracce di fortificazioni e una torre di epoca bizantina, risalente al VII secolo. Questa struttura fu costruita riutilizzando materiali provenienti da edifici imperiali più antichi, un esempio concreto di come la città abbia continuamente rielaborato il proprio passato.
Anche la Stazione Toledo ha restituito reperti di grande interesse, coprendo un arco cronologico vastissimo che va dalla preistoria fino all’età aragonese. Nel loro insieme, queste scoperte raccontano una città stratificata, dove ogni epoca ha lasciato tracce profonde, oggi riemerse grazie alla costruzione della metropolitana.
Il progetto delle Stazioni dell’arte ha saputo valorizzare questa straordinaria ricchezza storica affiancandola alla creatività contemporanea. Le fermate della metropolitana sono state trasformate in spazi non solo funzionali, ma anche esteticamente raffinati e accoglienti, tanto da ricevere numerosi riconoscimenti a livello internazionale.
Molti dei reperti mobili rinvenuti durante gli scavi sono oggi esposti gratuitamente nella Stazione Neapolis, all’interno della Stazione Museo. Qui visitatori e cittadini possono ammirare da vicino vasi greci, capitelli romani e frammenti murari di epoca bizantina, in un percorso che unisce archeologia e mobilità urbana.
Guardando al futuro, l’area del porto antico presso Piazza Municipio sarà arricchita da passerelle e spazi espositivi dedicati. Queste strutture permetteranno a cittadini e turisti di osservare direttamente le testimonianze emerse dal sottosuolo, rendendo il passato parte integrante dell’esperienza quotidiana della città.
Il progressivo interramento del porto, causato dall’accumulo di sedimenti e da ripetute alluvioni tra il III e il V secolo d.C., ha funzionato come una sorta di guscio protettivo. Questo strato naturale ha isolato e preservato i resti lignei dall’azione del tempo, permettendo una conservazione eccezionale di strutture e imbarcazioni.
Ogni nuovo frammento che riaffiora durante i lavori contribuisce ad arricchire la comprensione dei processi attraverso cui la città si è evoluta e trasformata nel corso dei millenni. La scoperta della quinta nave conferma infatti che il sottosuolo di Napoli custodisce ancora molte storie da raccontare, mantenendo vivo il legame profondo tra la metropoli contemporanea e la sua antica vocazione marittima.
Questo continuo dialogo tra infrastrutture moderne e archeologia trasforma il viaggio quotidiano in un percorso nel tempo: tra i binari della modernità e i moli dell’antichità, emergono testimonianze inaspettate che restituiscono tutta la grandezza di una civiltà che ha fatto del mare il proprio elemento vitale.
L’immagine è una ipotesi ricostruttiva basata sui dati archeologici.

