Homs: iscrizione greca svela il Tempio di Eliogabalo sotto la Grande Moschea

L'archeologo Maamoun Abdulkarim: «Sotto la Grande Moschea di al-Nuri i segni del culto solare. Un’iscrizione in greco dedicata a un sovrano-guerriero conferma il legame con l’imperatore Eliogabalo»

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Nel cuore di Homs, città della Siria occidentale che nell’antichità era conosciuta come Emesa, un recente intervento di restauro ha riportato alla luce un dettaglio capace di riaccendere un dibattito che dura da decenni. All’interno della Grande Moschea di al-Nuri, infatti, è emersa una misteriosa iscrizione in lingua greca, incisa direttamente sul basamento in granito di una colonna dell’edificio medievale.

A prima vista potrebbe sembrare un semplice frammento del passato, ma in realtà questo ritrovamento aggiunge un tassello importante a una questione storica affascinante: la possibilità che l’attuale moschea sorga esattamente sopra un luogo di culto molto più antico, il celebre Tempio del Sole di epoca romana. La presenza di un’iscrizione greca, lingua ampiamente utilizzata nel Vicino Oriente durante l’età ellenistica e romana, rafforza l’ipotesi di una continuità sacra del sito, trasformato nei secoli ma mai abbandonato.

La Grande Moschea, nota per la sua particolare pianta architettonica e legata alla figura del sovrano del XII secolo Norandino, è da tempo al centro dell’interesse degli studiosi. Storici e archeologi cercano infatti di ricostruirne le diverse fasi costruttive, per comprendere come questo spazio sia passato dall’essere un centro del culto solare romano a uno dei principali luoghi di preghiera islamici della regione.

L’iscrizione appena scoperta non è solo una curiosità epigrafica: è una finestra aperta su secoli di trasformazioni religiose, culturali e politiche che hanno lasciato il loro segno, letteralmente inciso nella pietra.

L’iscrizione è riemersa sotto il pavimento della moschea, durante scavi effettuati nell’ambito di lavori di consolidamento strutturale dell’edificio. In realtà il blocco era stato individuato già nel 2016, ma la lunga fase di instabilità che ha colpito la regione ha impedito per anni uno studio approfondito del reperto. Solo oggi gli studiosi hanno potuto analizzarlo con la necessaria attenzione.

Il testo è inciso su un imponente basamento di pietra, grande circa un metro per lato. L’iscrizione occupa quasi tutta la superficie frontale del blocco ed è delimitata, nella parte superiore, da una cornice decorativa che ne sottolinea il carattere solenne. Anche la grafia colpisce per il suo aspetto ordinato: le lettere sono tracciate in modo formale e simmetrico, distribuite su linee orizzontali regolari. Si tratta di uno stile tipico delle dediche ufficiali e delle iscrizioni commemorative dell’epoca imperiale romana.

Un dettaglio particolarmente interessante riguarda la lingua. Pur essendo in greco, il testo presenta alcune irregolarità grammaticali. Lontano dall’essere un errore casuale, questo elemento è coerente con il contesto della Siria romana: qui la lingua parlata quotidianamente era l’aramaico, mentre il greco veniva utilizzato soprattutto per scopi amministrativi e celebrativi, non sempre con la precisione formale che caratterizzava i centri culturali del mondo ellenico. Anche queste imperfezioni, dunque, raccontano qualcosa del mondo in cui l’iscrizione è nata.

Il testo inciso sulla pietra adotta un linguaggio solenne e carico di immagini potenti. Al centro del racconto compare un sovrano guerriero descritto con toni epici, paragonato alla forza impetuosa del vento e della tempesta, ma anche all’agilità e alla ferocia di un leopardo.

Le frasi evocano un re quasi sovrumano: vola nei cieli per annientare i barbari ribelli, spezza gli scudi con la spada e, davanti al nemico, sembra trasformarsi in una tigre pronta all’assalto. Il suo ruggito risuona dalla cima della collina mentre combatte con violenza inarrestabile. Il potere che esercita, afferma l’iscrizione, non è soltanto terreno: deriva direttamente dal dio della guerra, che lo sostiene alla luce del giorno.

Questa combinazione di immagini belliche e richiami solari non è casuale. Anzi, rappresenta un indizio prezioso per gli studiosi: la simbologia del sole e della regalità guerriera rimanda infatti al culto legato alla figura di Eliogabalo e al santuario a lui associato. Proprio questo elemento rafforza l’ipotesi che l’attuale edificio religioso possa sorgere sopra l’antico tempio dedicato alla divinità solare venerata nella Emesa romana.

Secondo il professor Maamoun Saleh Abdulkarim, docente di archeologia e storia all’Università di Sharjah e autore dello studio pubblicato sulla rivista Shedet, questa scoperta potrebbe finalmente orientare una controversia che dura da anni.

Gli studiosi, infatti, si sono a lungo divisi su una domanda cruciale: dove sorgeva esattamente il Tempio del Sole dell’antica Emesa? Alcuni lo collocavano sotto l’attuale moschea nel centro della città, altri ritenevano che andasse cercato nell’area della cittadella islamica di Homs.

Il fatto che un’iscrizione così significativa sia stata trovata proprio nel cuore dell’edificio religioso sembra rafforzare l’ipotesi della continuità spaziale. In altre parole, lo stesso luogo sarebbe rimasto sacro nel corso dei secoli, pur cambiando funzione e significato.

Questa interpretazione propone una lettura più sfumata della trasformazione religiosa della città. Non una distruzione improvvisa dei culti precedenti, ma una progressiva sovrapposizione: gli spazi vengono riutilizzati, reinterpretati, adattati alle nuove fedi. Così il sito sarebbe passato dal paganesimo al cristianesimo — con la conversione in una chiesa dedicata a San Giovanni Battista — e infine all’islam, diventando moschea dopo la conquista islamica.

Se questa ricostruzione fosse confermata, Homs offrirebbe un esempio emblematico di come, nel Mediterraneo orientale, le grandi religioni monoteiste abbiano spesso ereditato e trasformato luoghi già carichi di memoria e significato, senza cancellarne del tutto le tracce.

La figura di Eliogabalo è strettamente legata al Tempio del Sole di Emesa. Prima di diventare imperatore nel 218 d.C., il giovane sovrano era infatti il sommo sacerdote del culto solare locale. Non solo: una volta salito al trono, adottò come nome imperiale proprio quello della divinità che aveva servito, segno di un legame religioso e identitario profondissimo.

Il suo regno fu breve e turbolento, ma lasciò un segno duraturo nella storia romana. Eliogabalo tentò infatti un’operazione audace: portare il dio solare di Emesa al centro della religione ufficiale dell’Impero, elevandolo a divinità suprema sopra le altre. Un progetto che suscitò forti resistenze a Roma e contribuì alla sua caduta, ma che dimostra quanto il culto della sua città natale fosse per lui fondamentale.

Anche le ricerche archeologiche più recenti sembrano confermare questa centralità. Gli scavi diretti da Teriz Lyoun, responsabile del dipartimento scavi di Homs, indicano che l’identità stessa della città era profondamente plasmata dal culto solare. Non si trattava soltanto di una pratica religiosa: il santuario influenzava l’organizzazione urbana, il potere politico e l’autorità locale. In altre parole, il Tempio del Sole non era un semplice edificio sacro, ma il cuore simbolico e istituzionale di Emesa.

L’antica Emesa occupava una posizione strategica di grande rilievo: si trovava lungo le principali rotte commerciali del Levante, tra Antiochia e Damasco. Questo ruolo di crocevia favorì non solo gli scambi economici, ma anche quelli culturali e religiosi, trasformando la città in un punto di riferimento per l’intera regione.

Il suo centro sacro non era un elemento marginale, ma il cuore stesso dell’identità civica. Le evidenze archeologiche suggeriscono che pietre e materiali del tempio pagano siano stati riutilizzati come fondamenta per gli edifici successivi. In questo modo, pur cambiando volto e funzione, il luogo ha continuato a rappresentare il perno simbolico della città per secoli.

Il passaggio da una religione all’altra non sembra essere stato una frattura netta, ma piuttosto un processo graduale, fatto di adattamenti e reinterpretazioni. Le antiche credenze non sono state semplicemente cancellate: sono state inglobate, rilette, trasformate alla luce delle nuove fedi emergenti.

I futuri restauri potrebbero riservare ulteriori sorprese. Ogni nuovo frammento epigrafico, ogni traccia architettonica riportata alla luce potrebbe contribuire a chiarire definitivamente se il grande tempio romano giaccia davvero sotto la Grande Moschea di Homs. E, più in generale, ogni scoperta aggiunge un tassello alla comprensione di come potere politico e culto religioso si siano intrecciati e ridefiniti nel tempo, senza mai abbandonare questo sito millenario.

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Fabio Saverio Gatto
Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente.