La sacerdotessa di argilla riemersa dal fossato: il volto rosso del Giappone antico

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Ricostruzione editoriale di una haniwa femminile del V secolo con fascia e tracce di rosso, emersa da un tumulo di Gunma
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OCCHIELLO — In Giappone una figura di argilla del V secolo, trovata nel fossato di un grande tumulo funerario, conserva ancora pigmento rosso sul volto, sugli ornamenti e sulla fascia del vestito. Gli archeologi la interpretano come una miko, una donna legata ai riti.

Non è un ritratto fotografico, eppure colpisce come se lo fosse. Un volto di terracotta, le narici forate, le dita modellate una a una, una fascia che attraversa il petto e il rosso ancora aggrappato alla superficie dopo circa millecinquecento anni. È la figura emersa dal fossato del Tumulo n. 1 del sito di Nishikaminomiya, a Isesaki, nella prefettura di Gunma, nel Giappone centrale.

La notizia è stata annunciata dalla prefettura il 21 ottobre 2026: si tratta di un haniwa, una scultura funeraria in argilla, prodotta nella seconda metà del V secolo. L’ente che conduce gli scavi identifica la figura come una miko, cioè una donna associata alle pratiche rituali. È un’interpretazione fondata su abbigliamento, pettinatura e oggetto impugnato, ma non autorizza a trasformare la statuetta nella biografia di una sacerdotessa realmente esistita. Il dato più forte è un altro: una tomba d’élite faceva spazio, in modo visibile, a un’immagine femminile legata al rito.

Caduta nel fossato, non cancellata dal tempo

Il ritrovamento arriva da un’area indagata dal 2020 prima dei lavori di sistemazione del fiume Tone. In questi anni sono stati riconosciuti undici tumuli databili tra V e VI secolo. Il Tumulo n. 1, lungo circa 45-50 metri e circondato da un fossato largo all’incirca 18 metri, è il maggiore del gruppo: in passato vi era già stato recuperato anche un elemento di un sarcofago in pietra a forma di barca.

La campagna del 2026 ha cambiato la lettura del monumento. Quello che sembrava un tumulo circolare possedeva anche una sporgenza sul lato meridionale, una piattaforma chiamata tsukuridashi. La figura è stata trovata nel fossato sotto quella struttura: con ogni probabilità era collocata in alto e vi è precipitata quando il complesso subì trasformazioni o crolli. Il suo basamento cilindrico è perduto, ma testa e busto sono conservati per circa 40 centimetri.

È un rovesciamento quasi cinematografico: il fossato che avrebbe potuto disperdere il reperto lo ha sottratto per secoli allo sguardo, mantenendo leggibili dettagli che su un tumulo esposto alle intemperie sarebbero svaniti.

Il rosso, i bracciali e il bastone che non ha ancora un nome

La figura porta i capelli raccolti in una pettinatura a nodo, resa con cordoncini d’argilla. Una fascia passa dalla spalla destra al lato sinistro del busto; sono visibili ornamenti ai polsi e tracce di rosso sul volto, sulla fascia, sul legaccio dei capelli e su un bracciale. La mano sinistra trattiene un oggetto allungato. Gli archeologi lo descrivono come possibile strumento rituale, non come un oggetto già identificato con certezza.

La parola “sciamana”, usata nei resoconti internazionali, rende l’idea di una figura femminile con funzioni cerimoniali; ma il reperto non porta un’iscrizione con un nome o un incarico. Dire che rappresenti una miko significa leggere un insieme di segnali iconografici, non dimostrare l’identità di una donna del V secolo. La prudenza non spegne la storia: mostra quanto sia sofisticato il messaggio costruito attorno a una sepoltura.

Nel mondo dei tumuli, colore, postura, oggetti e posizione sul monumento partecipavano a un linguaggio pubblico. Chi raggiungeva il sepolcro non vedeva un mucchio di terra anonimo: vedeva figure e simboli che rendevano riconoscibile il rango di chi vi era deposto e il mondo di relazioni che lo circondava.

Quando le tombe parlavano ai vivi

Gli haniwa appartengono al periodo Kofun, l’età dei grandi tumuli funerari giapponesi. All’inizio prevalsero elementi cilindrici; in seguito comparvero case, animali, armature e figure umane. Non erano corredi nascosti sottoterra: venivano disposti sul tumulo o lungo i suoi margini. Erano parte della scenografia della memoria, rivolti ai vivi quanto al defunto.

Questa è la ragione per cui il nuovo reperto non racconta soltanto un’antica credenza. Nel grande tumulo di Nishikaminomiya una donna rituale, o una figura che ne adottava gli attributi, entrava nel programma visivo di un’élite locale. Accanto alla presenza del sarcofago a barca, l’haniwa suggerisce che il monumento fosse il fulcro del piccolo cimitero e un luogo di rappresentazione del potere.

La storia giapponese antica viene spesso immaginata attraverso guerrieri, armature e sovrani. Questa terracotta sposta l’inquadratura: il potere non si esibiva solo nella forza militare o nei beni preziosi, ma anche nella capacità di mettere in scena il rapporto con il sacro. Una donna con il volto rosso e un bastone in mano poteva dire moltissimo a una comunità del V secolo, anche senza pronunciare una parola.

Una scoperta piccola, una domanda enorme

La figura sarà esposta per la prima volta dal 28 ottobre, per un mese, al Centro informazioni degli scavi del Centro di ricerca sui beni culturali sepolti di Gunma. Non risolverà da sola il problema di chi fosse la persona rappresentata, né quello della funzione esatta dell’oggetto che stringe.

Ma il ritrovamento ha già un merito preciso: restituisce materia a una presenza che nei tumuli è stata a lungo ridotta a sagoma. Il volto rosso, la fascia e i gesti modellati non sono la prova di una leggenda individuale; sono la prova che, nel Giappone del V secolo, i riti femminili potevano occupare il centro della memoria pubblica. E questo, per una statuetta rimasta per secoli in un fossato, è un ritorno tutt’altro che silenzioso.

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Redazione