Fano: ritrovata la leggendaria Basilica progettata da Vitruvio

Piazza Andrea Costa, a Fano, è diventata il centro di una scoperta straordinaria: proprio qui è stata finalmente risolta una delle questioni più affascinanti dell’architettura antica. Dopo più di cinquecento anni di studi, dibattiti e ipotesi, i resti archeologici emersi durante i lavori di riqualificazione del centro storico sono stati identificati con certezza come la celebre basilica descritta da Vitruvio nel suo trattato Sull’architettura.

La scoperta ha un valore eccezionale a livello internazionale. Si tratta infatti dell’unico edificio che il famoso architetto e ingegnere romano, vissuto nel I secolo a.C., affermò esplicitamente di aver progettato e realizzato di persona. Un ritrovamento che non solo arricchisce il patrimonio culturale di Fano, ma getta anche nuova luce su una figura fondamentale della storia dell’architettura occidentale.

La struttura è venuta alla luce in un’area collocata di fronte all’antico foro cittadino, che in età imperiale era conosciuta come Colonia Giulia Fanestre. Le ricerche archeologiche hanno rivelato i resti di un edificio pubblico di dimensioni imponenti e di straordinaria ricchezza decorativa.

Gli scavi hanno messo in evidenza muri spessi oltre un metro e mezzo, originariamente rivestiti da eleganti lastre di marmo importato, nelle tonalità del verde e del rosa. Anche i pavimenti, realizzati in marmo policromo, e le solide fondazioni in pietra arenaria e malta di calce raccontano il ruolo centrale che questo edificio doveva avere nella vita politica e civile dell’antica Fanum Fortunae.

Tra i ritrovamenti più affascinanti spicca un frammento di iscrizione marmorea che conserva ancora tracce della sua originaria colorazione rossa. Su di esso sono ben visibili le lettere “V” e “I”, che potrebbero appartenere al nome dell’architetto oppure a una dedica legata alla famiglia imperiale, aggiungendo un ulteriore elemento di suggestione a una scoperta già di per sé eccezionale.

Il confronto tra ciò che è emerso dagli scavi e quanto descritto da Marco Vitruvio Pollione nel quinto libro della sua opera è apparso subito sorprendente: secondo gli studiosi, la corrispondenza è così precisa da poter essere misurata addirittura al centimetro.

Vitruvio descriveva una basilica con pianta rettangolare, circondata da un colonnato regolare: otto colonne lungo i lati maggiori e quattro su quelli minori. Un elemento decisivo per confermare l’esatto orientamento dell’edificio è stato il ritrovamento della quinta colonna d’angolo, un dettaglio chiave che ha permesso di collocare con sicurezza l’intero complesso tra le due piazze principali dell’antica area urbana.

Le colonne rinvenute hanno dimensioni notevoli: un diametro di circa cinque piedi romani, equivalenti a circa un metro e mezzo, e un’altezza stimata intorno ai quindici metri. Erano addossate a pilastri e paraste portanti, una soluzione architettonica particolarmente avanzata per l’epoca, pensata per sostenere una galleria superiore destinata al passaggio dei cittadini. Un ulteriore segno dell’ingegnosità tecnica e della modernità del progetto vitruviano.

L’edificio adottava una soluzione architettonica particolarmente innovativa per il suo tempo, oggi nota come ordine gigante. In questo sistema, le colonne si sviluppavano in un unico slancio verticale, abbracciando entrambi i piani della basilica e arrivando fino a sostenere le capriate del tetto. Una scelta audace, che consentiva di rendere gli ambienti interni più luminosi e di amplificare l’effetto di grandiosità dello spazio, superando i modelli architettonici tradizionali dell’epoca.

All’interno della navata centrale — che secondo le fonti antiche misurava centoventi piedi in lunghezza e sessanta in larghezza — era collocato anche un sacello destinato al culto dell’imperatore, noto come Santuario di Augusto. La presenza di questo spazio sacro, dedicato a Augusto, rappresentava un potente messaggio simbolico: le funzioni civili e l’amministrazione della giustizia venivano poste sotto la tutela ideale dell’autorità imperiale.

Questa fusione tra dimensione politica e religiosa conferiva alla basilica un carattere del tutto speciale, trasformandola non solo in un luogo pubblico, ma in un vero e proprio emblema del potere e dell’ordine romano.

Il lavoro di ricerca è stato coordinato dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, in collaborazione con il Centro Studi Vitruviani e l’Università Politecnica delle Marche. Un ruolo centrale lo ha avuto il professor Paolo Clini, che per decenni ha lavorato alla ricostruzione virtuale del monumento attraverso tecniche di archeologia sperimentale e rilievi digitali ad altissima precisione. Oggi, i modelli tridimensionali elaborati nei suoi studi hanno trovato una conferma concreta nei dati emersi dallo scavo.

Già in precedenza, l’impiego di strumenti tecnologici avanzati come il radar a penetrazione terrestre e le scansioni laser aveva segnalato la presenza di anomalie significative nel sottosuolo. Tuttavia, solo lo scavo stratigrafico ha permesso di verificare direttamente queste ipotesi, riportando alla luce le stesse pietre posate da Vitruvio circa duemila anni fa.

La costruzione della basilica può essere datata intorno al 19 a.C., in un periodo di straordinario fermento edilizio per la città. È la stessa fase storica che vide sorgere anche le mura urbane e la grande porta monumentale dedicata ad Augusto, a conferma del ruolo strategico e simbolico che Fano ricopriva all’interno del mondo romano.

La storia del complesso è segnata anche da momenti drammatici, legati al lento declino della civiltà romana. La basilica venne probabilmente distrutta nel VI secolo d.C., durante le invasioni gotiche che sconvolsero la penisola italiana. In particolare, il sito fu coinvolto nei violenti scontri tra le truppe del re Vitige e l’esercito bizantino guidato dal generale Belisario, nel quadro della lunga guerra per il controllo dell’Italia.

Gli scavi archeologici hanno restituito una stratigrafia complessa, capace di raccontare ciò che avvenne dopo la distruzione dell’edificio. Nei secoli successivi, l’area venne progressivamente riutilizzata, e sopra le imponenti strutture marmoree della basilica furono realizzate sepolture di epoca altomedievale.

Tra queste, una scoperta ha colpito in modo particolare gli archeologi: i resti di una madre e di un bambino sepolti insieme, stretti in un abbraccio. Un ritrovamento che va oltre il dato storico e architettonico, restituendo al sito una dimensione profondamente umana e ricordando come, anche nei luoghi simbolo del potere e della monumentalità romana, si intreccino storie di vita, sofferenza e affetti.

La valorizzazione di questo straordinario patrimonio è oggi al centro di un ampio progetto sostenuto dai fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. L’obiettivo condiviso dalle autorità locali e dal Ministero della Cultura è quello di realizzare un percorso di scavi aperti, che consenta a cittadini e visitatori di seguire da vicino il lavoro degli archeologi e di assistere in tempo reale alla ricostruzione della storia della città.

L’iniziativa ambisce a trasformare Fano in un punto di riferimento internazionale per lo studio dell’architettura antica, rendendo finalmente accessibile un monumento che per secoli è esistito solo attraverso le descrizioni dei testi classici. La scoperta di Piazza Andrea Costa, infatti, non rappresenta un episodio isolato, ma offre una chiave di lettura decisiva anche per interpretare altre evidenze note da tempo, come le strutture conservate sotto l’attuale chiesa di Sant’Agostino.

Grazie a questi nuovi dati, diventa possibile ricostruire con maggiore chiarezza l’intero assetto monumentale del foro romano di Fano. L’identità della città ne esce profondamente rafforzata, legandosi in modo indissolubile alla figura di Marco Vitruvio Pollione, l’uomo che ha fissato i principi di bellezza, solidità e funzionalità destinati a influenzare l’architettura e il pensiero costruttivo di tutta la cultura occidentale.

L’immagine è una ipotesi ricostruttiva basata sui dati archeologici.