A Sohag, nel cuore dell’Egitto, gli archeologi hanno riportato alla luce le fondamenta di un grande complesso monastico risalente al V–VI secolo d.C.; il ritrovamento proviene dal sito di Al-Qarya bi-Al-Duweir, una località dell’Alto Egitto da tempo nota per il suo straordinario valore storico.
La scoperta è stata annunciata dal Ministero del Turismo e delle Antichità dell’Egitto, che ha coordinato le campagne di scavo nell’area. Secondo Mohamed Ismail Khaled, segretario generale del Consiglio Superiore delle Antichità, le strutture emerse offrono uno spaccato chiaro della vita religiosa e comunitaria in epoca bizantina.
Il sito comprende diversi edifici costruiti soprattutto in mattoni di fango, una soluzione tecnica molto diffusa nel tardo antico. Questo materiale, oltre a essere facilmente reperibile, garantiva un buon isolamento termico e si adattava perfettamente alle condizioni climatiche della valle del Nilo, rendendo il complesso funzionale e durevole nel tempo.
L’edificio più imponente emerso dagli scavi colpisce subito per le sue dimensioni: circa quattordici metri di lunghezza per dieci di larghezza. Secondo gli archeologi, si tratterebbe della chiesa principale dell’intero complesso monastico cristiano, il cuore della vita religiosa della comunità.
La struttura interna aiuta a ricostruirne l’aspetto originario. Al centro si sviluppava una navata principale, nella quale sono ancora riconoscibili le tracce dei pilastri in mattoni di fango. Questi elementi architettonici avevano una funzione fondamentale: sostenevano una grande cupola centrale, che doveva dominare lo spazio sacro e conferirgli solennità.
La chiesa era completata da un coro e da un santuario a forma semicircolare. Ai lati di quest’ultimo si aprivano due ambienti secondari, probabilmente utilizzati per funzioni liturgiche o di servizio. Questa disposizione è tipica dell’architettura religiosa cristiana dell’epoca nell’Alto Egitto, e conferma l’importanza del complesso all’interno del panorama monastico tardo-antico della regione.
Accanto alla chiesa principale, gli archeologi hanno individuato numerosi edifici secondari, realizzati anch’essi in mattoni di fango e disposti con grande precisione lungo un asse orientato da ovest a est. Questa organizzazione non era casuale, ma rispondeva a criteri funzionali e simbolici tipici dell’architettura monastica dell’epoca.
Le dimensioni degli edifici variano a seconda dell’uso originario: le strutture più piccole, probabilmente destinate alle abitazioni dei monaci o a spazi di servizio, misurano circa otto metri per sette, mentre quelle più grandi arrivano a quasi quattordici metri di lunghezza e otto di larghezza.
Un elemento architettonico che ricorre in diverse unità è la presenza di cortili sul lato meridionale. Questi spazi aperti erano progettati per sfruttare al meglio la luce del sole e migliorare la ventilazione naturale degli ambienti interni, una soluzione particolarmente adatta al clima dell’Alto Egitto. Nel loro insieme, queste strutture restituiscono l’immagine di un complesso ben pianificato, pensato per rispondere alle esigenze quotidiane e spirituali della comunità monastica.
All’interno degli edifici, le pareti conservano tracce significative delle finiture originali, offrendo preziose informazioni sulla cura costruttiva del complesso. In diversi ambienti sono ancora visibili resti di intonaco che ricoprivano non solo le superfici murarie, ma anche nicchie e piccole absidi ricavate nello spessore dei muri.
Queste rientranze, dalla forma variabile, avevano una funzione pratica e simbolica: potevano accogliere oggetti sacri, lampade o suppellettili di uso quotidiano, contribuendo a organizzare gli spazi interni in modo funzionale.
Particolare attenzione era riservata anche ai pavimenti. Le indagini archeologiche mostrano che venivano realizzati sovrapponendo più strati di intonaco, una tecnica che assicurava una maggiore solidità e una superficie uniforme. Questa soluzione migliorava la vivibilità degli ambienti comuni e delle celle monastiche, confermando l’alto livello di progettazione e di attenzione alla vita quotidiana della comunità che abitava il complesso nell’Alto Egitto.
Tra le scoperte più curiose e significative dell’indagine archeologica spiccano alcune strutture di forma circolare individuate all’interno degli edifici del complesso. Secondo gli archeologi del Consiglio Superiore delle Antichità, queste piattaforme potrebbero aver svolto la funzione di tavoli comuni, utilizzati dai monaci durante i pasti.
Si tratta di un dettaglio tutt’altro che secondario, perché richiama direttamente il carattere collettivo e cenobitico della vita monastica: mangiare insieme non era solo un’esigenza pratica, ma anche un momento di condivisione e disciplina comunitaria.
La presenza di arredi fissi di questo tipo offre una rara occasione per avvicinarsi alla quotidianità dei monaci che abitavano la regione di Sohag oltre mille anni fa. Attraverso queste strutture, l’archeologia non racconta solo muri e fondamenta, ma restituisce gesti, abitudini e ritmi di una vita scandita dalla preghiera e dalla vita in comune.
L’attività di scavo non si è concentrata solo sugli ambienti chiusi, ma ha portato alla luce anche strutture legate alla gestione delle risorse e alle attività economiche del complesso monastico. Tra i ritrovamenti più significativi figurano diverse vasche realizzate in mattoni rossi e pietra calcarea, materiali scelti appositamente per la loro resistenza e per la capacità di contenere liquidi.
Questi contenitori erano rivestiti internamente con uno spesso strato di intonaco rosso, una tecnica di impermeabilizzazione molto diffusa nell’antichità, che impediva le perdite e garantiva una maggiore durata delle strutture. Secondo gli studiosi, la loro funzione principale era probabilmente legata alla raccolta e alla distribuzione dell’acqua potabile, una risorsa fondamentale per la vita quotidiana del monastero.
Tuttavia, non si esclude che le vasche potessero essere utilizzate anche per attività produttive o artigianali, come la lavorazione di alimenti o altri processi necessari al sostentamento della comunità. Queste scoperte contribuiscono a delineare l’immagine di un complesso autosufficiente e ben organizzato, capace di gestire in modo efficiente le risorse disponibili nella regione di Sohag.
Nel suo insieme, l’area di Al-Qarya bi-Al-Duweir si conferma come un osservatorio privilegiato per comprendere l’evoluzione del cristianesimo e delle sue istituzioni nell’Egitto bizantino. L’organizzazione degli spazi e l’attenzione riservata alle finiture interne raccontano la storia di un insediamento solido e ben strutturato, capace di rispondere in modo efficace alle esigenze quotidiane della comunità monastica.
L’architettura del complesso appare funzionale ma tutt’altro che semplice: la disposizione degli edifici, la presenza della grande chiesa con la sua cupola e l’uso di materiali resistenti indicano una pianificazione attenta e di lungo periodo. Allo stesso modo, elementi apparentemente più pratici, come i bacini in pietra calcarea per la gestione dell’acqua, rivelano una comunità organizzata e autosufficiente.
Ogni dettaglio contribuisce a delineare il profilo di un gruppo umano che aveva messo radici profonde lungo le rive del Nilo, riuscendo a integrare vita spirituale e necessità pratiche. Ne emerge l’immagine di un ambiente austero, coerente con l’ideale monastico, ma allo stesso tempo sorprendentemente sofisticato dal punto di vista architettonico e funzionale.
Il proseguimento delle ricerche nel sito archeologico di Sohag permetterà di ampliare ulteriormente le conoscenze sui materiali da costruzione e sulle dinamiche sociali che regolavano la vita di questi centri religiosi spesso isolati. Ogni nuovo scavo contribuisce ad arricchire il quadro di un monachesimo profondamente radicato nel territorio e nelle sue risorse.
L’uso del mattone crudo e dell’intonaco dipinto non era solo una scelta tecnica, ma l’espressione di una tradizione costruttiva tramandata nei secoli, strettamente legata alle condizioni ambientali e ai materiali naturali dell’area egiziana. Queste soluzioni garantivano edifici funzionali, adattabili e relativamente duraturi, pur nella loro apparente semplicità.La conservazione di strutture tanto fragili consente oggi di osservare da vicino una fase di transizione cruciale della storia dell’Egitto tardo-antico. Attraverso fondamenta, muri e superfici intonacate riemerge una quotidianità fatta di preghiera, lavoro condiviso e gestione attenta degli spazi abitativi, restituendo voce a comunità che hanno lasciato un’impronta profonda e silenziosa lungo il corso del Nilo.
L’immagine è una ipotesi ricostruttiva basata sui dati archeologici.

