Chi erano davvero i partigiani italiani?

Comunisti e democristiani, operai e sacerdoti, staffette giovanissime e ufficiali del Regio Esercito: la Resistenza italiana fu un fenomeno plurale e contraddittorio, percorso da tensioni interne anche violente, che non appartiene a nessuna parte politica — ma a tutti gli italiani.

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A group of soldiers in vintage uniforms and a woman writing notes by a bicycle in a mountainous village setting, Italian flag in background.
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«Studenti, operai, contadini, ex militari, donne, sacerdoti. Persone comuni che scelgono di resistere.»

— Descrizione dei partigiani italiani dopo l’8 settembre 1943

Per decenni la Resistenza italiana è stata oggetto di due mitologie opposte, entrambe false. La prima, sostenuta a lungo dalla sinistra e in particolare dal Partito Comunista, la dipingeva come un “popolo in armi”, una massa omogenea di combattenti progressisti animati da ideali rivoluzionari. La seconda, cara alla pubblicistica neofascista, la liquidava come affare di pochi estremisti che non rappresentavano gli italiani. La realtà storica, come spesso accade, era assai più complessa, sfumata e — per questo — molto più interessante da raccontare.

I partigiani italiani erano comunisti, democristiani, socialisti, azionisti, liberali, monarchici, militari di carriera, sacerdoti, studenti e contadini. La Resistenza fu un fenomeno plurale, contradditorio, percorso da tensioni interne anche violente. Non fu una guerra di sinistra. Fu una guerra di italiani.

L’8 Settembre e la scelta

Soldati italiani catturati da truppe tedesche a un posto di blocco il giorno dell'armistizio dell'8 settembre 1943, con un manifesto del Governo Badoglio affisso sul muro
L8 Settembre e la scelta

Tutto cominciò con il caos. Il 8 settembre 1943, l’annuncio dell’armistizio di Cassibile gettò l’esercito italiano nel disorientamento più totale: ufficiali e soldati si trovarono dall’oggi al domani senza ordini, senza comando, senza un’identità militare. I tedeschi passarono immediatamente a occupare il Centro-Nord. Mussolini, liberato dalla prigionia sul Gran Sasso il 12 settembre da un commando tedesco, annunciò la nascita della Repubblica Sociale Italiana. L’Italia si spaccò in due.

In questo contesto, la scelta di prendere le armi contro i nazifascisti non fu quasi mai, almeno all’inizio, una scelta ideologica. Fu, in molti casi, la risposta a una situazione concreta: non riconsegnare le armi ai tedeschi, rifiutarsi di arruolarsi nella RSI, sfuggire alla deportazione in Germania. Per tanti, almeno all’inizio, si trattò semplicemente di trovare una via di scampo al pericolo imminente. Solo in un secondo momento, per molti, quella scelta pratica divenne una scelta politica consapevole.

Nell’estate del 1944, i partigiani attivi erano circa 82.000. Al momento dell’insurrezione, nella primavera del 1945, avevano raggiunto il numero di circa 200.000. Stime più alte, basate sul Comando generale del Corpo Volontari della Libertà, parlano di 250.000-300.000 partigiani al 25 aprile 1945, oltre ai fiancheggiatori e alla rete di supporto civile, «la resistenza civile», ben più numerosa di quella armata.

Il CLN: un’alleanza impossibile che funzionò

Il cuore organizzativo della Resistenza fu il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), fondato a Roma il 9 settembre 1943 — il giorno dopo l’armistizio — dai rappresentanti di sei partiti antifascisti: il Partito Comunista, il Partito Socialista, la Democrazia Cristiana, il Partito d’Azione, il Partito Liberale e la Democrazia del Lavoro.

Era, sulla carta, un’alleanza impossibile. Comunisti e democristiani erano agli antipodi su tutto: economia, proprietà, religione, visione dello Stato. I liberali guardavano con sospetto i socialisti. Il Partito d’Azione raccoglieva intellettuali di estrazione liberale e socialista che spesso non concordavano nemmeno tra loro. Eppure quella coalizione tenne, coordinò l’insurrezione e consegnò all’Italia la sua prima esperienza di governo pluripartitico.

Il collante non era l’ideologia condivisa. Era la comune opposizione al nazifascismo e la coscienza che, di fronte a quell’emergenza, non c’era altra scelta se non combattere insieme. Fu uno degli esempi più notevoli di unità sotto pressione nella storia italiana.

Chi c’era nelle Brigate: mappa delle anime

Gruppo di partigiani italiani riuniti attorno a una mappa durante la Resistenza, con simboli del CLN, delle Brigate Garibaldi e del giornale l'Unità nella base clandestina
Chi cera nelle Brigate mappa delle anime

Le brigate partigiane erano organizzate per orientamento politico, e la loro composizione rifletteva direttamente le diverse anime della Resistenza.

Le Brigate Garibaldi

Le più numerose e meglio organizzate erano le Brigate Garibaldi, espressione del Partito Comunista Italiano. Erano strutturate con disciplina quasi militare e potevano contare sulla rete organizzativa clandestina che il PCI aveva mantenuto anche durante il ventennio fascista. Secondo le stime più attendibili, i comunisti rappresentavano circa la metà di tutti i partigiani al 25 aprile 1945. Una presenza determinante, ma non esclusiva.

Le formazioni cattoliche

La componente più spesso dimenticata dalla “vulgata” postbellica è quella cattolica. Eppure i numeri parlano chiaro: al primo congresso della DC nell’aprile 1946, Enrico Mattei — futuro presidente dell’ENI e già capo partigiano — calcolò in 80.000 i cattolici che avevano partecipato attivamente alla Resistenza. Cifra confermata anche da Avvenire, che stima la loro presenza tra 65.000 e 80.000 uomini su circa 200.000 totali.

Le principali formazioni cattoliche erano le Brigate Fiamme Verdi (diffuse in Lombardia ed Emilia Romagna), le Brigate del Popolo, le Brigate Osoppo in Friuli e le Brigate Oscar. Tra i partigiani cattolici che divennero poi figure di primo piano della storia italiana figurano Enrico Mattei, Benigno Zaccagnini, Paolo Emilio Taviani, Giuseppe Dossetti, Tina Anselmi e Mariano Rumor.

Le altre formazioni

  • Brigate Giustizia e Libertà: legate al Partito d’Azione, con orientamento liberalsocialista e forte presenza intellettuale.
  • Brigate Matteotti: espressione del Partito Socialista.
  • Bande Autonome e monarchiche: formate spesso da ex ufficiali del Regio Esercito che mantennero fedeltà alla monarchia e rifiutarono l’inquadramento politico-partitico. Il loro coordinamento militare passò poi attraverso il generale Raffaele Cadorna, nominato comandante del Corpo Volontari della Libertà nel giugno 1944.

Le donne: la resistenza invisibile

Giovane donna italiana con bicicletta in una strada cittadina sorvegliata da soldati tedeschi durante l'occupazione nazista, con manifesti della Verordnung affissi al muro
Le donne la resistenza invisibile

Una delle storie più trascurate dalla memoria pubblica è quella della partecipazione femminile. Più di 50.000 donne parteciparono attivamente alla lotta partigiana tra il 1943 e il 1945: 35.000 erano partigiane combattenti, 20.000 operavano in attività di supporto, migliaia altre erano organizzate nei Gruppi di Difesa della Donna.

Il ruolo più caratteristico fu quello della staffetta: giovani donne, spesso tra i 16 e i 18 anni, incaricate di garantire i collegamenti tra le varie brigate, trasportare messaggi, documenti falsi, medicinali, armi e stampa clandestina. Erano scelte proprio perché si riteneva — e spesso era vero — che destassero meno sospetti. Si muovevano in bicicletta, a piedi, in autobus, attraversando posti di blocco con il rischio costante della cattura, della tortura e della deportazione.

Senza le staffette, la Resistenza armata non avrebbe potuto funzionare. Eppure il loro contributo fu per lungo tempo sottovalutato, le loro figure relegate in un ruolo “femminile” di supporto, mentre agli uomini che svolgevano le stesse funzioni veniva attribuito il titolo di “ufficiali di collegamento“.

Le tensioni interne: il caso di Malga Porzus

La pluralità della Resistenza non fu solo una ricchezza. Fu anche una fonte di conflitti interni che raggiunsero, in alcuni casi, l’estrema violenza.

Il caso più clamoroso è quello dell’eccidio di Porzûs, avvenuto tra il 7 e il 18 febbraio 1945 in Friuli. Un gruppo di circa 100 partigiani gappisti comunisti, guidati da Mario Toffanin detto “Giacca“, raggiunse il comando delle Brigate Osoppo Est — una formazione di orientamento cattolico e laico-socialista — e uccise diciassette partigiani, tra cui una donna che era loro prigioniera. Gli Osovani erano accusati di aver trattato con i fascisti: un’accusa che si rivelò infondata.

Dietro il massacro c’erano dinamiche geopolitiche complesse: la disputa sul confine orientale tra Italia e Jugoslavia di Tito, la questione della cosiddetta “Zona Libera Orientale“, le tensioni tra PCI italiano e Partito Comunista jugoslavo. Porzûs rimane una delle pagine più buie della Resistenza italiana: lo scontro interno che svelò come la lotta comune non avesse cancellato — solo temporaneamente sospeso — le profonde divisioni ideologiche e geopolitiche.

Le motivazioni: non solo ideologia

Un aspetto fondamentale spesso trascurato è la diversità delle motivazioni che spinsero le persone a unirsi alla Resistenza. Non fu un esercito di militanti politici.

Le spinte erano molto diverse:

  • Motivazione patriottica: cacciare l’occupante straniero, difendere l’Italia dall’invasione tedesca, indipendentemente da qualsiasi visione politica del futuro.
  • Motivazione ideologica: per chi aveva già convinzioni antifasciste consolidate, si trattava di agire finalmente in modo concreto.
  • Motivazione pragmatica: fuggire dall’arruolamento nella RSI, evitare la deportazione in Germania, cercare riparo dalla guerra.
  • Motivazione sociale: l’aspirazione a un’Italia diversa, più giusta, che andava costruita insieme alla liberazione. Per operai, contadini e giovani delle classi più umili, la Resistenza si intrecciava con speranze di trasformazione economica e sociale.

Questa pluralità spiega la composizione sociale della Resistenza: operai delle fabbriche del Nord, contadini della pianura padana, studenti universitari, professionisti, intellettuali, ex ufficiali, sacerdoti.

Il paradosso della memoria

Nel dopoguerra, la narrazione dominante della Resistenza fu a lungo quella del PCI: la più potente macchina organizzativa del campo antifascista impresse la propria visione sulla memoria collettiva, oscurando — o ridimensionando — il contributo delle altre componenti. Fu una scelta politica comprensibile in quel contesto, ma storiograficamente distorsiva.

Solo dagli anni Novanta in poi, con la crisi del sistema politico della Prima Repubblica e l’apertura di nuovi archivi, la storiografia italiana ha ricominciato a raccontare la Resistenza nella sua reale pluralità. Sono tornate alla luce le storie dei partigiani cattolici, degli autonomi monarchici, delle staffette, dei militari di carriera che avevano scelto di non consegnarsi ai tedeschi.

Il risultato è una storia più complessa, meno eroica nel senso retorico del termine, ma più vera. Una storia in cui si combatteva insieme senza necessariamente condividere il futuro che si immaginava dopo la vittoria. Una storia in cui esistevano contraddizioni, conflitti, episodi bui accanto a esempi di straordinario coraggio.

Tabella: le principali formazioni partigiane

Tabella delle principali formazioni partigiane italiane con orientamento politico e partito di riferimento, affiancata da patch e distintivi di Brigate Garibaldi, Giustizia e Libertà, Fiamme Verdi, Osoppo, Matteotti e Brigate del Popolo
Tabella le principali formazioni partigiane
FormazioneOrientamento politicoPartito di riferimento
Brigate GaribaldiComunistaPCI
Giustizia e LibertàLiberalsocialistaPartito d’Azione
Brigate MatteottiSocialistaPSIUP
Fiamme Verdi / OsoppoCattolicoDC
Brigate del PopoloCattolico-democraticoDC
Brigate MazziniRepubblicanoPR
Bande AutonomeMonarchico-militareNessuno (ex Regio Esercito)

Una resistenza plurale, per un’Italia plurale

La vera eredità della Resistenza non fu un’ideologia, ma un metodo: la capacità di forze radicalmente diverse di convergere su un obiettivo comune senza rinunciare alla propria identità. Fu da quella convergenza che nacque la Costituzione repubblicana del 1948 — un documento che porta l’impronta di tutte quelle anime: cattolica, socialista, liberale, azionista, comunista.

Ridurre i partigiani a “gente di sinistra” non è solo storicamente sbagliato: è anche un modo per impoverire una storia che appartiene a tutti gli italiani. Era la storia di studenti e contadini, di preti e operai, di madri in bicicletta che trasportavano messaggi nascosti nel pane, di ufficiali che rifiutavano di consegnare le armi ai tedeschi. Persone diverse, spinte da ragioni diverse, unite — per venti mesi — da una sola certezza: che quello che stava accadendo era sbagliato, e che qualcuno doveva fermarlo.

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Alessandro Capuano
Romano d’adozione, mi occupo di digitale da quando, a 12 anni, mi hanno regalato la prima console. Sono un fotografo incompetente ma curioso. La politica economica mi appassiona da sempre.