Le ceneri del rituale: Commerci transcontinentali e devozione domestica nella Pompei del I secolo

L'analisi delle ceneri di Pompei svela rotte commerciali globali e riti domestici

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L’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. è uno degli eventi più straordinari per l’archeologia classica. La sua forza distruttiva, infatti, ha congelato nel tempo non solo edifici e monumenti, ma anche i piccoli gesti della vita quotidiana dei Romani, consegnandoli agli studiosi in uno stato di conservazione eccezionale. Proprio in questo contesto si inserisce una ricerca innovativa, pubblicata il 30 marzo 2026 sulla rivista Antiquity, che ha aperto nuove prospettive sulla dimensione sensoriale e spirituale della casa romana. Lo studio, condotto da un gruppo internazionale guidato da Johannes Eber dell’Università di Zurigo e coordinato da studiosi come Maxime Rageot dell’Università di Bonn e Philipp W. Stockhammer della LMU di Monaco, ha analizzato i residui carbonizzati conservati all’interno di due bruciaprofumi in terracotta, noti come thuribula, rinvenuti in ambienti domestici tra Pompei e Boscoreale.

Le analisi bioarcheologiche, svolte con tecniche avanzate come la gascromatografia accoppiata alla spettrometria di massa e l’osservazione microscopica dei fitoliti, hanno restituito un quadro sorprendentemente ricco e articolato. Il primo reperto, un vaso a calice rinvenuto nel 1954 presso l’Officina di Sabbatino, conteneva tracce della combustione di essenze legnose locali, tra cui quercia e alloro: piante che, nel mondo romano, avevano un forte valore simbolico e religioso. Ma la scoperta più notevole riguarda il secondo oggetto, trovato nel 1986 nel sacello domestico di una villa rustica a Boscoreale. Qui i residui organici hanno rivelato la presenza di resine appartenenti alla famiglia delle Burseraceae, molto probabilmente riconducibili al genere Canarium, da cui si ricava una sostanza aromatica nota come elemi. Si tratta di un dato di grande importanza, perché questa resina proveniva probabilmente dalle regioni tropicali dell’Africa subsahariana o dell’Asia meridionale e costituisce la prima prova archeologica certa dell’uso di incensi d’importazione nel culto domestico dell’area pompeiana.

Questa scoperta cambia profondamente il modo in cui guardiamo a Pompei. La città non appare più come un centro periferico e isolato, ma come un nodo attivo di una vasta rete commerciale che metteva in contatto le coste del Tirreno con le foreste dell’India e dell’Africa orientale. Il fatto che anche ceti medi o piccoli proprietari di officine potessero accedere a beni di lusso esotici lascia pensare che, nel I secolo d.C., i consumi legati alla sfera religiosa fossero più diffusi di quanto si immaginasse. In questo contesto, il fumo profumato dell’incenso non era solo un elemento rituale, ma diventava il mezzo simbolico attraverso cui far giungere le preghiere ai Lari e ai Penati.

Lo studio, inoltre, ha individuato biomarcatori acidi compatibili con derivati della Vitis vinifera, cioè della vite. Anche questo dato è particolarmente significativo, perché conferma quanto raccontano le fonti letterarie e iconografiche sul rito della praefatio: una pratica propiziatoria in cui l’incenso veniva bruciato insieme all’offerta di vino. Quando il vino entrava in contatto con i carboni ardenti, si sprigionava una nube aromatica che, secondo la sensibilità religiosa romana, aveva il potere di purificare lo spazio e di aprire un collegamento diretto con la divinità.

Lo studio si colloca nell’ambito della cosiddetta archeologia sensoriale, un filone di ricerca che cerca di ricostruire l’esperienza concreta degli antichi attraverso i sensi. Grazie a queste indagini, l’immagine di Pompei si arricchisce di una dimensione nuova: non solo quella degli edifici, degli oggetti e degli affreschi, ma anche quella degli odori che accompagnavano i gesti del culto domestico. In questo senso, le analisi di laboratorio ci permettono di avvicinarci persino al paesaggio olfattivo che avvolgeva i lararia quasi duemila anni fa. Le ceneri studiate da Eber e dal suo gruppo, quindi, non sono semplici residui di combustione, ma le tracce materiali di un legame profondo tra esseri umani, divinità e commerci che univano Pompei ai luoghi più lontani dell’Impero romano.

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Fabio Saverio Gatto
Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente.