A Kition, sulla costa meridionale di Cipro, un rilievo laser ad alta risoluzione ha portato alla luce 23 possibili incisioni di navi finora sfuggite agli archeologi. I segni si trovano sulla facciata meridionale del cosiddetto Tempio 1, nel sito di Kition Kathari, e si aggiungono alle raffigurazioni già note dagli anni Ottanta. La scoperta non aumenta soltanto il numero delle imbarcazioni documentate: cambia soprattutto il modo in cui gli studiosi interpretano la durata e il significato di questa tradizione figurativa.
Lo studio, pubblicato sull’International Journal of Nautical Archaeology, è firmato da Graham C. Braun, Caroline Barnes e Tzveta V. Manolova. Il gruppo ha utilizzato nel 2024 uno scanner laser terrestre per creare modelli tridimensionali estremamente dettagliati dei blocchi in pietra. L’obiettivo iniziale era studiare le tecniche murarie del tardo Bronzo cipriota, non cercare nuove navi. Proprio l’analisi delle superfici digitalizzate ha però reso visibili incisioni ormai quasi impercettibili a occhio nudo.
Kition occupava un punto strategico della baia di Larnaca e, tra la fine del secondo millennio a.C. e l’inizio dell’Età del Ferro, rimase inserita nelle reti che collegavano Cipro, Levante ed Egeo. Il complesso di Kathari comprendeva edifici monumentali, spazi di culto e aree legate alla produzione e all’amministrazione.
Il valore del sito dipende anche dalla sua posizione. Kition era affacciata su una baia protetta e mantenne a lungo una forte vocazione marittima. Le immagini incise sulle pietre acquistano quindi un significato particolare: non sono motivi astratti, ma rappresentazioni nate in una comunità che viveva quotidianamente di approdi, scambi, navigazione e contatti con altri porti del Mediterraneo orientale.
Negli anni Ottanta erano state pubblicate 19 incisioni navali sul Tempio 1, oltre a due immagini su un altare del vicino Tempio 4. Le nuove scansioni hanno individuato altre 23 possibili rappresentazioni. Gli autori distinguono diversi livelli di affidabilità: alcune sono riconoscibili con maggiore sicurezza, altre restano più dubbie perché la pietra è stata fortemente erosa. Il risultato complessivo porta comunque a 43 le immagini di navi considerate nello studio tra i due edifici.
Il metodo è importante quanto la scoperta. Il laser scanner registra milioni di punti e permette di analizzare profondità, inclinazione e orientamento delle incisioni. Elaborando i modelli tridimensionali, gli archeologi possono separare più facilmente i solchi intenzionali dai danni naturali, dall’usura e dalle fratture della superficie. In questo modo sono emersi dettagli che i rilievi tradizionali non riuscivano più a distinguere.
La novità più rilevante riguarda però la cronologia. In passato le navi erano state interpretate soprattutto come un insieme realizzato in un periodo relativamente ristretto alla fine dell’Età del Bronzo. Le nuove osservazioni mostrano invece che almeno alcune incisioni furono eseguite su blocchi aggiunti durante riparazioni successive. Questo indica che l’abitudine di incidere imbarcazioni sul complesso monumentale potrebbe essere continuata per secoli, dal tardo Bronzo fino alla prima Età del Ferro.
Gli studiosi hanno classificato le raffigurazioni in sei gruppi morfologici. Alcune richiamano navi mercantili levantine, altre imbarcazioni egee, altre ancora mostrano combinazioni di caratteristiche diverse. Sono presenti alberi, elementi della velatura e in alcuni casi dettagli più rari. La varietà suggerisce che gli abitanti di Kition conoscessero un panorama nautico ampio, coerente con il ruolo del sito come centro portuale affacciato sulle rotte del Mediterraneo orientale.
Resta più difficile capire perché le navi venissero incise. Una possibilità è che fossero immagini votive lasciate da marinai prima o dopo un viaggio. Un’altra è che riproducessero semplicemente le imbarcazioni osservate nel porto vicino. Gli autori evitano conclusioni definitive, ma sottolineano che la concentrazione delle immagini sulla stessa facciata e la loro ripetizione nel tempo indicano un legame persistente tra quel luogo monumentale e l’identità marittima della comunità.
Questo elemento rende la scoperta particolarmente significativa per il passaggio tra Età del Bronzo ed Età del Ferro. La cosiddetta “crisi del 1200 a.C.” viene spesso descritta come una cesura drastica nel Mediterraneo orientale, con il collasso di regni, città e reti commerciali. A Kition, invece, le incisioni sembrano mostrare una forma di continuità culturale: anche mentre il mondo circostante cambiava, il rapporto simbolico e pratico con il mare non scomparve.
Le scansioni hanno anche un valore di conservazione. Le superfici del tempio, una volta riportate alla luce, hanno continuato a deteriorarsi sotto l’azione degli agenti atmosferici. I modelli digitali permettono quindi di registrare dettagli che potrebbero diventare ancora meno leggibili in futuro e offrono una base per ricostruzioni virtuali del complesso.
La scoperta di Kition non rivela una singola nave eccezionale, ma un intero archivio di immagini sedimentato nel tempo. Proprio per questo cambia la prospettiva sul sito: quelle incisioni non sembrano più il prodotto di un unico momento, ma la traccia di generazioni che continuarono a riconoscersi nel mare. È un piccolo segno inciso nella pietra che racconta una continuità storica lunga secoli.



