Biennio rosso: che cos’è stato e cosa successe in Italia nel 1919-1920

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Biennio rosso: guardie rosse in una fabbrica occupata nel settembre 1920
Guardie rosse in una fabbrica occupata, 1920
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Il biennio rosso è il periodo del 1919-1920 in cui l’Italia fu attraversata da un’ondata di scioperi, occupazioni di terre e di fabbriche senza precedenti. Culminò nel settembre 1920 con l’occupazione delle fabbriche del Nord da parte di centinaia di migliaia di operai. Non sfociò in una rivoluzione: si spense con un accordo sindacale, e la paura che aveva suscitato alimentò la reazione fascista degli anni successivi, il cosiddetto biennio nero.

Su questi due anni si è scritto molto, spesso da posizioni di parte: per alcuni furono una rivoluzione mancata, per altri il caos da cui il fascismo avrebbe “salvato” l’Italia. La realtà è più complicata di entrambe le versioni. Il biennio rosso fu il prodotto di una crisi economica e sociale reale, di speranze accese dalla Rivoluzione russa e di una classe dirigente divisa. E finì prima che lo squadrismo fascista esplodesse.

Che cosa si intende per biennio rosso

L’espressione indica le lotte operaie e contadine che attraversarono l’Italia fra la fine della Prima guerra mondiale e l’autunno del 1920. Il nome viene dal colore delle bandiere socialiste e dal numero di scioperi: in quei due anni il Paese ne conobbe migliaia, nell’industria e nelle campagne.

Non fu un fenomeno solo italiano. Nel 1919 in Germania la rivolta spartachista fu repressa nel sangue, in Baviera e in Ungheria nacquero per pochi mesi repubbliche dei consigli sul modello sovietico, in tutta Europa i lavoratori chiedevano salari più alti, la giornata di otto ore e più potere nelle fabbriche. Ovunque si guardava a Mosca, dove nel 1917 i bolscevichi avevano preso il potere e organizzato lo Stato intorno ai soviet.

Perché scoppiò il biennio rosso

L’Italia era uscita vincitrice dalla guerra, ma stremata. Oltre seicentomila soldati erano morti, milioni di uomini tornavano a casa e cercavano lavoro, le industrie cresciute con le commesse militari dovevano riconvertirsi. Lo Stato si era indebitato e i prezzi salivano molto più dei salari: il carovita colpiva soprattutto operai e impiegati.

Nelle campagne pesava una promessa non mantenuta. Durante la guerra, soprattutto dopo la disfatta di Caporetto del 1917, ai soldati contadini era stata promessa la terra. Al ritorno trovarono le stesse proprietà e gli stessi patti agrari di prima.

Sul piano politico, il Partito socialista era dominato dalla corrente massimalista, che parlava apertamente di rivoluzione. Al congresso di Bologna dell’ottobre 1919 il partito approvò un programma che indicava come obiettivo la dittatura del proletariato e aderì alla Terza Internazionale di Lenin. Lo slogan più ripetuto nelle piazze era “fare come in Russia”. Alle elezioni del 16 novembre 1919, le prime con il sistema proporzionale, i socialisti diventarono il primo partito con 156 deputati; il Partito popolare di don Luigi Sturzo, nato quell’anno, ne ottenne 100. I liberali persero la maggioranza che avevano tenuto per decenni.

Le tappe del biennio rosso: cronologia 1919-1920

Biennio rosso: a Napoli il corteo del primo maggio 1920 disperso dalle guardie regie

Napoli, 1° maggio 1920: il corteo dei lavoratori viene disperso dalle guardie regie.

  • Marzo 1919. A Dalmine, in provincia di Bergamo, gli operai della Franchi-Gregorini occupano lo stabilimento e continuano a produrre issando il tricolore. Benito Mussolini, che pochi giorni dopo, il 23 marzo, fonda a Milano i Fasci di combattimento, va a lodarli.
  • Giugno-luglio 1919. In molte città esplodono i moti contro il carovita: negozi assaltati, merci requisite e vendute a prezzi imposti dalle Camere del lavoro. Il 20 e 21 luglio uno sciopero generale di solidarietà con le rivoluzioni russa e ungherese riesce solo in parte.
  • Estate 1919 – 1920. Nel Lazio, nel Mezzogiorno e in Sicilia i contadini, spesso reduci, occupano le terre incolte dei latifondi. Il decreto Visocchi del settembre 1919 permette di assegnarle temporaneamente alle cooperative. Nella Valle Padana le leghe dei braccianti, socialiste e cattoliche, impongono ai proprietari nuovi patti.
  • 1919-1920, Torino. Nelle fabbriche torinesi, a cominciare dalla Fiat, nascono i consigli di fabbrica, eletti da tutti i lavoratori di un reparto. Ne è il teorico il gruppo de “L’Ordine Nuovo” di Antonio Gramsci.
  • Aprile 1920. A Torino una vertenza sugli orari, nata intorno all’ora legale e ricordata come “sciopero delle lancette”, diventa uno sciopero generale in tutto il Piemonte. Dura dieci giorni e si chiude con una sconfitta operaia.
  • Giugno 1920. Ad Ancona i bersaglieri destinati in Albania si ammutinano; la rivolta si estende alla città e viene repressa. Il 15 giugno Giovanni Giolitti torna al governo per la quinta volta.
  • Settembre 1920. L’occupazione delle fabbriche, il momento culminante.

L’occupazione delle fabbriche del settembre 1920

Biennio rosso: operai armati durante l'occupazione delle fabbriche a Milano, settembre 1920

Operai armati durante l’occupazione delle fabbriche, Milano, settembre 1920.

Tutto partì da una vertenza sul contratto dei metalmeccanici. Il sindacato FIOM chiedeva aumenti salariali, gli industriali rifiutavano; la FIOM rispose con l’ostruzionismo, cioè rallentando il lavoro. Il 30 agosto 1920 l’Alfa Romeo di Milano chiuse i cancelli agli operai. La FIOM ordinò allora di occupare le fabbriche. In pochi giorni l’occupazione si estese a tutto il Nord industriale: secondo le stime più diffuse vi parteciparono circa quattrocentomila lavoratori. Negli stabilimenti si continuava a produrre, con consigli di fabbrica al posto dei dirigenti; le “guardie rosse” armate sorvegliavano i cancelli.

Giolitti scelse di non mandare l’esercito a sgomberare le fabbriche. Riteneva che un intervento armato avrebbe provocato un bagno di sangue e forse la guerra civile, e che l’occupazione si sarebbe esaurita da sola. Lasciò che fossero gli operai a scoprire che non potevano vendere ciò che producevano né pagarsi i salari, e intanto spinse sindacati e industriali a trattare.

Il nodo decisivo fu politico. Il 10 e 11 settembre, a Milano, il consiglio della Confederazione generale del lavoro e la direzione del Partito socialista dovettero decidere se trasformare l’occupazione in una rivoluzione. La maggioranza riformista della CGL, guidata da Ludovico D’Aragona, propose di mantenere la lotta sul terreno sindacale, chiedendo il controllo operaio sulle aziende; il PSI non se la sentì di prendere la guida di un’insurrezione. Votò la linea sindacale. Il 19 settembre, a Roma, con la mediazione del governo si firmò un accordo che concedeva aumenti salariali e prometteva una legge sul controllo sindacale delle imprese, che non fu mai approvata. Entro la fine del mese le fabbriche furono restituite.

Perché non ci fu la rivoluzione

Il biennio rosso spaventò profondamente la borghesia italiana, ma non arrivò mai vicino a una presa del potere. Le ragioni sono soprattutto tre:

  • La sinistra era divisa. Nel Partito socialista convivevano riformisti come Filippo Turati, massimalisti come Giacinto Menotti Serrati e i futuri comunisti di Amadeo Bordiga e Antonio Gramsci. Parlavano di rivoluzione, ma non l’avevano preparata.
  • Il sindacato non voleva l’insurrezione. La CGL puntava a conquiste concrete e temeva una guerra civile che i lavoratori avrebbero perso.
  • Lo Stato non crollò. Esercito, magistratura e amministrazione rimasero al loro posto, e Giolitti evitò di offrire ai rivoluzionari lo scontro frontale che cercavano.

La divisione portò alla scissione: il 21 gennaio 1921, al congresso socialista di Livorno, l’ala di Bordiga e Gramsci uscì dal partito e fondò il Partito comunista d’Italia.

Dal biennio rosso al biennio nero

Quando l’occupazione delle fabbriche finì, il movimento operaio era già in ritirata. Ma la paura che aveva suscitato restò. Industriali e soprattutto proprietari agrari della Valle Padana, minacciati dalle leghe rosse, cominciarono a finanziare le squadre fasciste. Il 21 novembre 1920, a Bologna, l’insediamento della nuova amministrazione socialista a Palazzo d’Accursio finì in una strage: fra gli spari dei fascisti e quelli partiti dalle fila socialiste morirono una decina di persone, fra cui il consigliere liberale Giulio Giordani.

Da lì partì lo squadrismo agrario: nel 1921 e nel 1922 le squadre distrussero Camere del lavoro, sedi di partito e cooperative, con la tolleranza di molti prefetti e comandi militari. È il periodo che gli storici chiamano biennio nero. Si chiuse con la marcia su Roma dell’ottobre 1922 e con la scelta del re di affidare il governo a Mussolini, raccontata nel nostro articolo su Vittorio Emanuele III e il Quirinale.

Quanto il biennio rosso abbia “causato” il fascismo è oggetto di un dibattito storiografico ancora aperto. Su un punto, però, i dati sono chiari: lo squadrismo esplose quando la spinta rivoluzionaria si era già esaurita. Più che fermare una rivoluzione in corso, il fascismo sfruttò il ricordo della paura che aveva provocato.

Il biennio rosso e Mussolini

Il rapporto di Mussolini con il biennio rosso fu ambiguo e cambiò con il tempo. Ex direttore dell’Avanti! ed espulso dal Partito socialista nel 1914 per il suo interventismo, nel 1919 si presentava ancora con un programma che conteneva rivendicazioni sociali avanzate. Lodò l’occupazione di Dalmine come uno sciopero “creativo”, fatto da operai che continuavano a produrre sotto il tricolore. Alle elezioni del novembre 1919 i Fasci non elessero nessun deputato.

Nel 1920 Mussolini capì che la paura della rivoluzione poteva diventare la sua forza. Durante l’occupazione delle fabbriche mantenne una posizione prudente, poi si presentò come il difensore dell’ordine contro il “bolscevismo” e guidò il movimento verso lo squadrismo e la conquista del potere.

Lenin, il mito che infiammò le piazze

Nelle piazze italiane del 1919 e del 1920 un nome tornava più di tutti: Lenin. Sui muri si scriveva “Viva Lenin”, nei cortei si inneggiava alla Russia dei soviet. Per milioni di lavoratori che conoscevano poco o nulla della realtà russa, Lenin era diventato un simbolo, un volto da opporre ai padroni e alla guerra. È uno dei primi esempi di come un leader politico possa trasformarsi in un’icona che vive al di là di quello che ha fatto.

Settant’anni dopo, nel 1987, Andy Warhol fissò proprio questa trasformazione in una delle sue ultime serie di ritratti: Lenin ridotto ai tratti essenziali e immerso nel rosso, come un manifesto di propaganda guardato con l’occhio ironico della Pop Art. Un’immagine che racconta meglio di molte pagine come il potere si costruisce attraverso le immagini.

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Domande frequenti sul biennio rosso

Cosa si intende per “biennio rosso”?

Il periodo 1919-1920 in cui l’Italia conobbe un’ondata di scioperi, occupazioni di terre e, nel settembre 1920, l’occupazione delle fabbriche del Nord, sull’onda della crisi del dopoguerra e del mito della Rivoluzione russa.

Come si risolse il biennio rosso?

Senza rivoluzione. L’occupazione delle fabbriche finì alla fine di settembre 1920 con un accordo mediato dal governo Giolitti, che concedeva aumenti salariali e prometteva una legge sul controllo sindacale mai approvata.

Chi era al governo durante il biennio rosso?

Vittorio Emanuele Orlando fino al giugno 1919, poi Francesco Saverio Nitti fino al giugno 1920 e infine Giovanni Giolitti, che governò durante l’occupazione delle fabbriche.

Qual è stato il rapporto tra il biennio rosso e Mussolini?

Nel 1919 Mussolini appoggiò alcune lotte operaie, come l’occupazione di Dalmine. Dal 1920 sfruttò la paura della rivoluzione per presentarsi come difensore dell’ordine e lanciare lo squadrismo, che portò il fascismo al potere nel 1922.

Che differenza c’è tra biennio rosso e biennio nero?

Il biennio rosso (1919-1920) è il periodo delle lotte operaie e contadine; il biennio nero (1921-1922) quello della violenza delle squadre fasciste contro le organizzazioni dei lavoratori, conclusa con la marcia su Roma.

Quanto durò il biennio rosso?

Circa due anni, dalla primavera del 1919 all’autunno del 1920.

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Roberto Trizio
Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica.