Homo Antecessor: scoperte prove di cannibalismo e longevità

La monumentale campagna di scavo del duemilaventisei restituisce un inestimabile tesoro fossile, ridefinendo in maniera radicale le nostre conoscenze sulle prime popolazioni europee e sulle loro complesse pratiche di sussistenza.

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Bone fragment partially exposed in reddish excavated soil, with a 3 cm scale bar for size reference.

Ad ATAPUERCA, in Spagna, l’indagine paleoantropologica europea si arricchisce di un nuovo, inestimabile capitolo in virtù degli esiti della campagna di scavo presentata il 22 luglio 2026. I ricercatori del CENIEH, il Centro Nazionale di Ricerca sull’Evoluzione Umana, hanno svelato alla comunità scientifica internazionale una serie di ritrovamenti destinati a mutare profondamente la comprensione delle dinamiche demografiche degli antichi ominidi. La cerimonia istituzionale, impreziosita dalla presenza di José Alberto Díaz Pico, eminente rappresentante della Giunta di Castiglia e León, ha illustrato il metodico lavoro corale coordinato da accademici del calibro di María Martinón Torres, Alfonso Benito Calvo, Juan Luis Arsuaga, José Miguel Carretero, Marina Mosquera, Ignacio Martínez e Andreu Ollé. Più di trecento studiosi del XXI secolo hanno unito le proprie rigorose competenze per interrogare il grembo geologico del massiccio iberico.

Il fulcro di questa titanica impresa archeologica risiede nel livello stratigrafico noto come TD6.2, situato presso il rinomato giacimento della Gran Dolina e altrimenti definito come strato Aurora. A seguito di trentuno stagioni di scavo, gli esperti hanno riportato alla luce almeno ventiquattro nuovi resti fossili inequivocabilmente attribuiti all’ Homo antecessor. Tale cospicuo archivio osteologico comprende frammenti dell’osso temporale, unità vertebrali cervicali e lombari, falangi, elementi dentari e porzioni significative di tibia, femore e omero. Come ha puntualmente sottolineato María Martinón Torres, il primato scientifico di tale scoperta risiede nell’identificazione di molteplici individui in età adulta. Se in passato l’orizzonte demografico pareva dominato da fanciulli, le odierne analisi stimano provvisoriamente una compagine sociale composta da un numero compreso «tra dodici e quindici individui», di cui almeno sei avrebbero raggiunto la maturità, sfiorando i trent’anni di età; una soglia di longevità ragguardevole per le severe condizioni ecologiche pleistoceniche.

I reperti anatomici, peraltro, conservano drammatiche scalfitture di origine litica, le quali avvalorano in maniera perentoria le ipotesi relative alle pratiche di cannibalismo e di scarnificazione post mortem consumate all’interno di questi antichi ripari. Attorno alle vestigia umane si dispiega un imponente corredo materiale, composto da strumenti sapientemente sbozzati in selce, quarzite e arenaria, i quali giacciono frammisti a resti faunistici di iene, castori, cervidi, bovidi, cavalli e rinoceronti. Esplorando i livelli inferiori della medesima faglia, in prossimità del traguardo cronologico di un milione di anni or sono, sono emerse preziose indicazioni sulle dinamiche geomorfologiche della cavità, utilizzata come trappola naturale e rifugio invernale per la megafauna, come testimoniano le imponenti ossa dell’estinto Ursus dolinensis e i solchi di artigli cristallizzati sulle antiche formazioni stalagmitiche.

La mappatura del territorio si è poi estesa, con esiti altrettanto sbalorditivi, verso ulteriori giacimenti limitrofi. Presso il sito di Penal si è registrata la formale conferma di reiterati episodi di occupazione ominide, attestati dal rinvenimento di manufatti litici che rinsaldano la stringente connessione stratigrafica con la Gran Dolina. Il settore della Galería, sotto l’attenta direzione dell’archeologa Paula García Medrano, ha restituito oltre novecento frammenti faunistici e un nutrito arsenale litico risalente a circa trecentomila anni fa, documentando la sistematica fratturazione ossea finalizzata all’estrazione del midollo. Di analoga magnitudo sono i ritrovamenti occorsi nella Sima del Elefante, dove reperti antecedenti a un milione e duecentomila anni fa concorrono a delineare le rotte migratorie dei gruppi riconducibili all’ Homo aff. erectus, accanto allo scheletro straordinariamente integro di una lince.

Il mosaico antropologico si completa infine con le affascinanti scoperte della Cueva Fantasma, custode di preziose testimonianze neandertaliane e di una singolare latrina di iene, e con le vertiginose esplorazioni de El Mirador e del Portalón di Cueva Mayor. In questi ultimi ripari, i cui livelli originari erano ricercati fin dal 2009, gli stratagemmi abitativi testimoniano l’inesorabile transizione verso l’età olocenica, tra rudimentali focolari, frammenti ceramici e resti di prime faune addomesticate. Un’imponente opera di setacciatura di sedimenti adiacenti al fiume Arlanzón ha da ultimo portato al riconoscimento della mascella di marmotta più antica dell’intero territorio iberico, suggellando il valore naturalistico di questa ricerca. Come ha magistralmente chiosato Alfonso Benito Calvo nel tracciare il bilancio di una stagione epocale, gli sforzi odierni aprono la via a prospettive inesauribili: «Stiamo operando per inaugurare nuovi giacimenti. Il lavoro da compiere è ancora immenso ed emergeranno evidenze di importanza capitale».

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Redazione