Caucaso: scavi italo-georgiani svelano una rete millenaria

Le recenti campagne di scavo del Samtskhe-Javakheti Project svelano centosessantotto siti archeologici inediti. Dalle possenti fortificazioni ciclopiche ai raffinati dischi solari in bronzo, riemerge una complessa organizzazione territoriale che riscrive la storia delle comunità d'altura tra l'Età del Rame e il Medioevo.

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Top-down view of an archaeology dig showing circular stone-lined pits in a dirt trench surrounded by rubble walls and soil.

A JAVAKHETI, nella Georgia meridionale, le indagini sistematiche condotte dal Samtskhe-Javakheti Project hanno mutato in modo irreversibile i paradigmi interpretativi dell’archeologia transcaucasica. Questa missione bilaterale di respiro internazionale, co-diretta da Roberto Dan in rappresentanza dell’Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente e da Vakhtang Licheli per l’Università Statale di Tbilisi, ha permesso di censire ben centosessantotto siti archeologici inediti. Attraverso un sofisticato approccio multiscalare, che coniuga il telerilevamento satellitare con l’analisi spaziale, i ricercatori hanno riportato alla luce un paesaggio millenario che si estende dal Calcolitico sino al pieno Medioevo. L’impresa scientifica degli studiosi, sostenuta dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, è stata elogiata dall’ambasciatore d’Italia Massimiliano D’Antuono per lo straordinario contributo offerto alla ricostruzione delle dinamiche insediative in un’area tradizionalmente considerata periferica.

Il fulcro concettuale delle recenti indagini risiede nel complesso sistema territoriale di Meghreki, il quale palesa una dicotomia funzionale di eccezionale interesse storico. Gli scavi hanno dimostrato come l’insediamento non fosse un mero avamposto isolato, ma si articolasse in due nuclei interconnessi: Meghreki uno e Meghreki due. Nel primo settore sono emerse elaborate architetture domestiche risalenti all’Età del Ferro e all’orizzonte achemenide, databili tra il VI e il IV secolo a.C.. All’interno di questi spazi residenziali, gli archeologi hanno rinvenuto forni per la cottura e focolari, impreziositi da rare placche in terracotta. Tali reperti fittili, decorati con intricati motivi geometrici incisi e vivacemente dipinti con pigmenti rossi, bianchi e blu scuro, delineano l’esistenza di aree domestiche ad altissima valenza simbolica e rituale. Parallelamente, le indagini sul nucleo di Meghreki due hanno rivelato una maestosa fortificazione in stile ciclopico, i cui livelli basali custodivano frammenti ceramici della celebre cultura Kura-Araxes. Questa scoperta retrodata l’antropizzazione strutturata del sito all’Età del Rame e al Bronzo Antico, ergendo Meghreki a una delle più antiche architetture difensive dell’intero Caucaso meridionale.

La ricchezza dell’altopiano trova ulteriore conferma nel monticolo artificiale di Baraleti Natsargora, il cui toponimo, traducibile come «collina delle ceneri», riflette fedelmente l’evidenza stratigrafica. Le sezioni di scavo hanno infatti restituito spessi depositi di carbonizzazione, muta testimonianza di una storia ciclica segnata da violente distruzioni e immediate ricostruzioni che abbracciano l’arco cronologico compreso tra il Bronzo Antico e l’Età del Ferro. In questo scenario di resilienza comunitaria è stato riportato alla luce il celebre Disco di Baraleti, uno straordinario manufatto bronzeo del diametro di centosettanta millimetri. L’opera, finemente adornata con fasce concentriche di borchie sbalzate e delicate perforazioni geometriche, era verosimilmente associata a una sepoltura femminile di rango aristocratico. Il reperto testimonia una matura tradizione metallurgica locale e un complesso sistema di credenze in cui il culto solare si fondeva intimamente con l’esibizione funeraria del prestigio sociale.

Ad arricchire ulteriormente questo affresco storiografico contribuiscono le monumentali fortezze d’altura di Abuli e Shaori, veri e propri giganti di basalto edificati sulle vette della catena vulcanica. Queste architetture ciclopiche, erette a secco sfruttando le colate laviche pleistoceniche, si distinguono per i massicci muri perimetrali che in alcuni tratti raggiungono i quattro metri di spessore e per i grandiosi architravi monolitici che ne sovrastano gli ingressi. L’assenza di profondi depositi antropici in questi recinti fortificati suggerisce che essi fungessero da santuari cerimoniali montani o da inespugnabili rifugi temporanei, utilizzati dalle genti nomadi durante i cicli di transumanza o nei periodi di grave instabilità politica.

Non distante da questi centri di potere, l’insediamento multiperiodo di Rabati offre uno spaccato impareggiabile sull’economia e sulla quotidianità delle popolazioni d’altura. Le indagini hanno svelato una continuità abitativa ininterrotta dalle fasi finali della cultura Kura-Araxes sino alla fioritura dell’orizzonte di Bedeni, giungendo alle successive occupazioni medievali. La scoperta di focolari a ferro di cavallo finemente modellati, grandi mortai in basalto e forni per la panificazione illustra un’intensa attività di trasformazione delle risorse agricole. Le analisi paleobotaniche hanno inoltre confermato la coltivazione sistematica di cereali, delineando una comunità in cui la sussistenza non dipendeva esclusivamente dalla pastorizia transumante, ma si fondava su un’agricoltura stanziale e ben radicata nel territorio.

Le monumentali evidenze del Samtskhe-Javakheti Project demoliscono definitivamente l’obsoleto paradigma storiografico che relegava le alture transcaucasiche a un ruolo marginale. Le possenti roccaforti ciclopiche, unitamente ai raffinati reperti d’importazione e alle complesse infrastrutture domestiche, rivelano un paesaggio estremamente dinamico. L’altopiano georgiano emerge dunque non come una barriera naturale, bensì come una vibrante zona di frontiera e di interazione culturale, capace di plasmare l’identità di antiche civiltà che, strato dopo strato, hanno edificato la propria eternità sulla pietra e sulla cenere.

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Redazione