A MARINA EL-ALAMEIN, in Egitto, lungo il litorale settentrionale bagnato dal Mar Mediterraneo, le sabbie hanno restituito un eccezionale complesso sepolcrale composto da diciotto tombe antiche, gettando nuova luce sulle pratiche funerarie e sulle credenze escatologiche di un’epoca di profonda transizione culturale. La scoperta, ufficializzata dal Ministero del Turismo e delle Antichità dell’Egitto nel mese di luglio 2026, si colloca in un arco temporale di straordinario interesse storico, compreso tra il periodo tolemaico e la successiva dominazione romana, fasi cruciali che videro l’incontro tra la millenaria tradizione faraonica e le influenze del mondo classico. Le strutture archeologiche presentano una interessante diversificazione architettonica, evidenziando come undici di queste sepolture siano state scavate in profondità nel sottosuolo, mentre le rimanenti sette risultano collocate in prossimità della superficie terrestre, testimoniando probabilmente differenti stratificazioni sociali o cronologiche all’interno dell’antico insediamento costiero situato a circa cento chilometri a ovest della storica metropoli di Alessandria.
Il ritrovamento più sorprendente ed evocativo è rappresentato da ventiquattro lingue d’oro, raffinati amuleti funerari che venivano originariamente deposti all’interno della cavità orale delle mummie. Secondo quanto dettagliato dagli specialisti dell’ente ministeriale egiziano, in primis dall’archeologo Hesham Hussein, sottosegretario per le antichità del Basso Egitto e del Sinai, l’impiego del prezioso metallo non rispondeva a un mero intento ornamentale, bensì a una precisa esigenza teologica e rituale. Gli antichi Egizi ritenevano infatti che l’oro costituisca la carne stessa delle divinità. Di conseguenza, dotare il defunto di un organo fonatorio aureo significava conferirgli la facoltà spirituale di comunicare direttamente con le potenze dell’oltretomba, permettendogli di pronunciare le formule sacre e di perorare la propria causa durante il solenne giudizio dinanzi al tribunale di Osiride.
Oltre agli amuleti metallici, lo scavo ha restituito un imponente altare delle offerte, la cui base è stata scolpita per riprodurre le sembianze di una finta porta. Questo elemento architettonico, storicamente codificato come uno dei pilastri della cultura sepolcrale nilotica, fungeva idealmente da interfaccia e canale di comunicazione tra il regno dei vivi e l’universo dei trapassati, consentendo all’anima del defunto di ricevere il sostentamento spirituale delle offerte. La sua persistenza in un manufatto d’epoca così tarda dimostra come il significato simbolico della finta porta sia rimasto centrale, sopravvivendo all’evoluzione delle sue originarie funzioni strutturali. Il valore scientifico dell’indagine è ulteriormente impreziosito dal rinvenimento di un monumentale sarcofago in granito, la cui lunghezza supera i due metri e mezzo, e da una scultura incompiuta raffigurante la divinità ellenica Afrodite, emblema della progressiva e affascinante fusione tra il pantheon egiziano e la cultura greca che caratterizzò il bacino del Mediterraneo tra il IV secolo a.C. e il IV secolo d.C..





