Duemila anni separano l’ultimo gladio sguainato dall’ultimo drone FPV lanciato in Ucraina. Eppure, a guardare con attenzione le dottrine militari della NATO, le tattiche adottate durante la Tempesta del Deserto o le manovre studiate nelle accademie militari di Washington, Londra e Mosca, la distanza si accorcia in modo vertiginoso.
Le legioni Romane erano qualcosa di più di un semplice esercito: erano un sistema di pensiero bellico che ha modellato la guerra per secoli. I principi che resero Roma invincibile — la flessibilità della formazione, la rotazione delle linee, l’inganno tattico, l’azione sui fianchi, la sinergia tra corpi d’arma diversi — non sono mai tramontati. Sono stati adattati, rinominati, digitalizzati. Ma sono ancora lì.
La ritirata finta: l’arte dell’inganno sul campo di battaglia
Tra tutte le tattiche romane, la ritirata simulata è forse quella che meglio incarna il principio secondo cui in guerra la verità è la prima vittima. Fingere una rotta per attirare il nemico in una posizione sfavorevole è un’idea tanto antica quanto la guerra stessa, ma i Romani la affinarono con una disciplina che poche altre forze militari dell’antichità sapevano eguagliare. La riuscita di questo inganno dipendeva, infatti, da una condizione imprescindibile: soldati capaci di retrocedere senza perdere la coesione, pronti a invertire la marcia al segnale del centurione senza trasformare la finzione in disfatta reale.
Sun Tzu lo aveva già scritto nell’Arte della Guerra: «Non inseguire un nemico che simula la fuga». Era un avvertimento, non un consiglio — la prova che questa tattica era già nota e temuta nel mondo antico. I Romani la usarono con maestria: alla battaglia di Agrigentum del 262 a.C., durante la Prima Guerra Punica, la cavalleria numidica cartaginese eseguì una ritirata simulata per attirare la fanteria romana verso il grosso dell’esercito nemico. Pochi decenni dopo, fu la stessa esca tattica a contribuire alla catastrofe di Canne: il centro cartaginese di Annibale, composto da fanteria iberica e gallica, cedette gradualmente e in modo controllato, attirando i legionari Romani verso il centro dello schieramento nemico mentre le ali africane li avvolgevano.
Nell’era moderna, la ritirata simulata non ha perso la sua logica operativa; ha semplicemente cambiato forma e scala. La ritirata può essere premeditata come fase di un piano superiore: una forza conduce il nemico in una zona esposta al fuoco dell’artiglieria, o lo spinge a sovrascaricare le sue linee di comunicazione fino a renderle vulnerabili.
La controffensiva di Kharkiv del settembre 2022 ne è un esempio potente: l’Ucraina condusse operazioni di inganno su larga scala, simulando pressione su altri fronti per mascherare la direzione del vero attacco, poi sferrò una rapida avanzata che in meno di una settimana collassò le linee logistiche russe in una regione intera. Era, nella sostanza, una variante di precisione del vecchio principio romano: mostra al nemico qualcosa di falso, attiralo dove vuoi tu, poi colpisci.
Le forze in profondità: dal manipolo al battaglione di riserva
Nessuna istituzione militare dell’antichità portò la guerra alla profondità con la stessa sistematicità delle legioni repubblicane. La formazione manipolare — la grande innovazione che i Romani svilupparono dopo il V Century a.C. per rispondere ai terreni accidentati dell’Italia centrale — era costruita su un principio rivoluzionario: non combattere mai con tutte le forze in prima linea, ma conservare linee arretrate in grado di subentrare ai reparti logorati.
Lo schieramento classico prevedeva tre linee: in prima fila gli hastati, i soldati più giovani e meno esperti; al centro i principes, veterani ben equipaggiati; in terza fila i triarii, i soldati più anziani, armati ancora di lancia lunga, vero bastione di ultima difesa. I manipoli non si disponevano fianco a fianco, ma con spazi tra una unità e l’altra, in modo da formare uno schema a scacchiera.
Quando un manipolo di hastati cedeva sotto la pressione nemica, il manipolo di principes alle sue spalle non si limitava a “tappare il buco”: poteva avanzare nei varchi, mescolarsi ai combattenti in difficoltà e rovesciare la situazione con il vigore delle sue forze fresche. Era, in parole moderne, un sistema di rotazione in profondità che permetteva all’esercito di assorbire la perdita di efficienza della prima linea senza che questa si traducesse in rotta.
Questo principio è talmente efficace che il pensiero militare moderno lo ha praticamente universalizzato. La dottrina sovietica della glubokii boi — la “battaglia in profondità” teorizzata da Tukhachevsky e Triandafillov negli anni Venti e Trenta — prendeva proprio la stessa idea e la applicava a scala operativa e strategica: sfondare le difese avanzate del nemico con le forze di prima echelon, poi far affluire riserve mobili fresche per sfruttare la breccia e portare il combattimento nell’intera profondità dello schieramento nemico prima che potesse riorganizzarsi. Non erano i triari, ma erano carri armati T-34 e unità meccanizzate; il principio logico era identico. Ogni esercito moderno della NATO organizza le sue forze su questo stesso schema: reparti di contatto, riserve tattiche e riserve operative, ognuna con un ruolo preciso nel ciclo di combattimento.

Aggiramento e accerchiamento: la lezione di Canne che non si dimentica
Il 2 agosto del 216 a.C., nella pianura pugliese presso il fiume Aufido, Annibale Barca eseguì una manovra che ancora oggi viene studiata in ogni accademia militare del mondo. Con un esercito numericamente inferiore, il generale cartaginese dispose il proprio centro in una formazione convessa e avanzata, lasciando che cedesse gradualmente sotto la pressione della mole romana — attirando in avanti il nemico — mentre la fanteria africana ai lati e la cavalleria superiore alle ali completavano un accerchiamento perfetto. Settantamila Romani morirono quel giorno. Canne non era però un miracolo di Annibale: era la più formidabile applicazione di un principio che i Romani stessi avevano teorizzato e praticato — colpire il nemico sui fianchi, interromperne la coesione, privarlo delle vie di ritirata.
Scipione l’Africano comprese la lezione meglio di chiunque altro. Alla battaglia di Zama del 202 a.C., usò la terza linea della formazione manipolare non come riserva difensiva, ma come strumento attivo di manovra aggirante: fece scorrere le seconde e terze file lateralmente, tentando di avvolgere l’esercito cartaginese con una versione romana del meccanismo con cui Annibale aveva distrutto Roma a Canne. La tattica di accerchiamento era diventata parte del DNA militare romano.
L’influenza di Canne sulla strategia moderna è documentata e diretta. Il feldmaresciallo Alfred von Schlieffen, capo di Stato Maggiore tedesco dal 1891 al 1905, scrisse un intero libro intitolato Cannae e costruì l’intera dottrina strategica tedesca sul concetto di accerchiamento, traducendo la manovra di Annibale in operazioni su scala continentale.
Le sue teorie divennero lettura obbligatoria nelle accademie militari europee e americane dopo la Prima Guerra Mondiale e, secondo molti storici, influenzarono direttamente la dottrina del Blitzkrieg tedesco nella Seconda Guerra Mondiale. La dottrina americana AirLand Battle degli anni Ottanta — il framework operativo che l’esercito statunitense usò per pianificare la guerra in Europa contro il Patto di Varsavia — includeva esplicitamente “movimenti di fiancata audaci e mobili, accerchiamenti, tattiche di infiltrazione” come suoi pilastri fondamentali. L’aggiramento resta, ancora oggi, uno degli obiettivi classici e più ambiti della guerra terrestre.
Coordinazione tra armi diverse: il manipolo interarmi del XXI secolo
Roma non vinse con la sola fanteria pesante. Vinse con sistemi. Nello schieramento legionario, i velites — fanteria leggera, dotata di giavellotti, mobilissima — fungevano da schermaglia avanzata, assorbendo il primo urto nemico e coprendo la fanteria pesante durante il dispiegamento. La cavalleria (ala destra e sinistra) aveva il compito di neutralizzare la cavalleria avversaria e di chiudere l’accerchiamento. L’artiglieria da campo — onagri, baliste, catapulte — veniva usata sia in assedio che in battaglia campale. Ogni componente aveva un compito specifico; ognuna era vulnerabile da sola e quasi invincibile in combinazione con le altre.
Questo principio ha un nome moderno preciso: combined arms, armi combinate. Il teorico militare William S. Lind lo ha definito con chiarezza: nelle armi combinate si colpisce il nemico con due o più elementi simultaneamente, in modo tale che le contromisure che il nemico può adottare contro uno lo rendano più vulnerabile all’altro. Non è coordinazione sequenziale — è sinergia tattica deliberata. Secondo l’Atlantic Council, la sua forma moderna emerse nel corso della Prima Guerra Mondiale, quando gli eserciti impararono a sincronizzare fanteria, artiglieria, corazzati e aviazione per superare le sfide della guerra di trincea. Ma il principio era romano.
Oggi, una brigata da combattimento dell’esercito americano opera esattamente su questo schema: fanteria, esploratori corazzati, artiglieria, unità anticarro, supporto aereo e elicotteri da attacco, tutto coordinato da una struttura di comando unificata. Nel conflitto ucraino, la combinazione vincente nelle prime fasi dell’offesa ucraina — sistemi di artiglieria integrata, droni UAV per ricognizione e attacco, fanteria con comunicazioni tattiche avanzate, struttura di comando decentrata — rispecchia in modo quasi speculare la logica interarmi romana, tradotta nel linguaggio digitale del C4ISR (Comando, Controllo, Comunicazioni, Computer, Intelligence, Sorveglianza e Ricognizione). Le manovre combinate e multi-dominio, nota un’analisi di Affari Internazionali sulla guerra in Ucraina, sono possibili solo con sistemi capaci di integrare forze corazzate, fuoco di artiglieria, componente aerea e logistica in reti di comando interforze. Roma avrebbe riconosciuto l’idea.

A volte si può essere tentati di limitare il lascito militare romano a una lista di tattiche — il manipolo, la testudo, la manovra a tenaglia. Ma la vera eredità è più profonda. I Romani non erano vincenti perché avevano trovato la “mossa giusta”; erano vincenti perché avevano costruito un sistema che produceva soluzioni nuove in modo continuo. La legione era un organismo adattivo: assorbì la falange greca, la modificò in sistema manipolare, incorporò le tattiche dei nemici sconfitti (è Polibio stesso a notare come i Romani adottassero le tecniche migliori dei propri avversari), infine si trasformò nell’ordinamento per coorti con la riforma mariana.
Questa capacità di adattamento — mantenere i principi fondamentali invariati mentre si cambia lo strumento che li realizza — è precisamente ciò che i moderni teorici militari indicano come la differenza tra eserciti che imparano e eserciti che replicano. Gli eserciti contemporanei che si trovano più avanzati sul piano dottrinale non sono quelli con l’hardware più costoso, ma quelli con la dottrina più flessibile.
La Treccani descrive i vantaggi dell’ordinanza manipolare con parole che suonano sorprendentemente moderne: gli intervalli tra i manipoli «davano a queste unità tattiche della fanteria quel tanto d’indipendenza che serviva ad adattarle al terreno, e inoltre rendevano meno facile il propagarsi agli altri manipoli del disordine che si fosse manifestato in un manipolo». Resilienza modulare, diremmo oggi.





