Pharmacopolae, Aromatarii, Unguentarii: Il mondo nascosto dei farmacisti di Roma Antica

Dalle botteghe profumate della Subura ai mercati orientali del Mediterraneo, una costellazione di figure professionali — schiavi, liberti, pellegrini — plasmò la cultura farmaceutica di Roma imperiale, lasciando nel lessico latino e nella prosopografia epigrafica tracce indelebili di un'arte complessa e stratificata.

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Le parole che una civiltà usa raccontano la sua storia — è un principio antico, ben noto agli studiosi del linguaggio. E tra tutte le parole, quelle legate ai mestieri sono spesso le più rivelatrici, perché conservano tracce di abitudini, ruoli sociali e saperi quotidiani che i grandi testi storici tendono a trascurare.

Pochi ambiti della vita romana offrono uno spaccato così ricco come quello della farmacia e del commercio di medicine, profumi e cosmetici. È proprio questo il tema al centro del lavoro di Jukka Korpela, pubblicato nel 1995 nel volume collettivo Ancient Medicine in its Socio-Cultural Context (Rodopi, Amsterdam-Atlanta). Lo studioso raccoglie e analizza i diversi termini latini usati per indicare i «farmacisti» dell’antica Roma, esaminando le fonti lungo tutto il periodo imperiale.

L’inventario costruito da Korpela è sistematico e sorprendente. Il termine più comune è pharmacopola — preso direttamente dal greco — che indica semplicemente chi vende preparati medicinali, senza necessariamente sapere come produrli. Ma attorno a questa figura generale ruotava un intero mondo di specialisti.

L’aromatarius commerciava spezie profumate provenienti dall’Oriente; l’unguentarius produceva e vendeva unguenti e cosmetici; il myropola era il referente per gli oli profumati e la mirra di provenienza esotica. Il pigmentarius trattava colori e tinture, usati sia in medicina che nella decorazione; il seminarius vendeva semi, utili tanto in agricoltura quanto come rimedi naturali; infine il thurarius era lo specialista dell’incenso e delle resine aromatiche, impiegate nei riti religiosi e nelle cure.

Ognuno di questi termini non è solo un’etichetta professionale: rimanda a un mondo economico preciso, con proprie rotte commerciali, clienti specifici e un sapere trasmesso di bottega in bottega o attraverso testi specializzati.

Il contesto imperiale: abbondanza e specializzazione

Il dato più interessante che emerge dallo studio di Korpela riguarda quando queste professioni erano più diffuse: la documentazione è più abbondante nei primi secoli dell’Impero, tra il I e il II secolo, dall’età giulio-claudia fino agli Antonini.

Non è una coincidenza. In quel periodo Roma era una metropoli di almeno un milione di abitanti e il centro di un sistema commerciale globale: le merci arrivavano dall’Arabia, dall’India, dalla Britannia, dalla Mauretania. Pepe, cannella, zafferano, mirra, incenso, nardo — sostanze esotiche che alimentavano sia il lusso delle classi agiate sia la medicina pubblica e militare.

In un contesto così dinamico, specializzarsi diventava conveniente. Il semplice pharmacopola — il venditore generico di medicinali — lasciava progressivamente spazio a figure più definite, ognuna con la propria nicchia di mercato e un sapere tecnico preciso e approfondito.

Per spiegare questa evoluzione, Korpela adotta una chiave di lettura economica: è la prosperità dell’Impero a spingere verso una sempre maggiore specializzazione professionale. Lo studioso riconosce apertamente che questo approccio è influenzato da una lettura marxista della storia — e non a caso il recensore Alain Touwaide, sulle pagine della Revue d’histoire de la pharmacie (1995), lo indica come il punto metodologicamente più discutibile del lavoro.

Tuttavia, al di là delle scelte teoriche, la ricerca poggia su basi documentarie solide: Korpela raccoglie i nomi di una quarantina di persone attestate come professionisti del settore farmaceutico, una lista prosopografica che dà al libro un valore di riferimento difficile da mettere in discussione.

Lo statuto sociale dei praticanti

Chi erano, nella vita reale, questi farmacisti, venditori di spezie e profumieri dell’antica Roma? La risposta che emerge dagli studi specialistici è rivelatrice dal punto di vista sociale.

Lo storico F. Kudlien ha dimostrato che il personale medico e paramedico romano era reclutato in grande maggioranza tra schiavi, liberti e stranieri privi della piena cittadinanza. Le iscrizioni funerarie e i documenti su papiro confermano questo quadro: tra chi esercitava professioni legate alla farmacia, una quota significativa era di origine orientale, soprattutto greco-orientale.

Non sorprende: dall’Oriente — Grecia, Egitto, Siria, Palestina — arrivavano non solo le merci, ma anche le conoscenze tecniche necessarie per lavorarle. Il pharmacopola greco era una figura ben nota nelle strade di Alessandria e Antiochia molto prima che i suoi equivalenti latini aprissero bottega nelle tabernae di Roma.

Nel mondo farmaceutico romano, la figura più comune era quella del liberto — l’ex schiavo affrancato. Libero dalla servitù e spesso ancora in contatto con il suo ex padrone, il liberto poteva inserirsi con relativa facilità nel commercio e nell’artigianato: attività che i cittadini romani di rango elevato consideravano poco dignitose, ma che nella realtà della città imperiale erano indispensabili e spesso molto redditizie.

Vendere al dettaglio, gestire una bottega, produrre e smistare rimedi medicinali: tutto questo apparteneva a un mondo che l’aristocrazia guardava dall’alto in basso. Non a caso Marziale, Plinio il Vecchio e altri autori latini parlano dei pharmacopolae con toni ironici e diffidenti, accusandoli spesso di ciarlataneria e frode.

Questo sospetto verso il venditore di farmaci è antico quanto la medicina stessa. Riflette una tensione mai risolta nell’antichità: da un lato il sapere teorico del medico colto, il medicus; dall’altro la pratica quotidiana e commerciale di chi preparava e vendeva rimedi nelle botteghe della città.

Medicina e farmacia: una distinzione fluida

Uno degli aspetti più interessanti degli studi sull’argomento riguarda il confine tra medicina e farmacia nel mondo antico, o meglio, la sua quasi totale assenza.

Come sottolinea il recensore Touwaide, uno studio di H. W. Pleket dedicato formalmente ai soli medici dell’antichità finisce inevitabilmente per parlare anche di farmacia, «data la sovrapposizione tra le due attività nel mondo antico». Ed è esattamente così: il medicus greco-romano non era una figura separata dal farmacista. Prescriveva, preparava e spesso vendeva personalmente i propri rimedi.

La netta distinzione che oggi diamo per scontata tra medico e farmacista è una costruzione moderna. Nell’antichità, quel confine era sottilissimo e continuamente attraversato.

Il caso più emblematico di questa fusione tra medicina e farmacia è Dioscoride Pedanio, medico e botanico di origine anatolica attivo nel I secolo sotto Nerone. La sua De materia medica è l’opera farmacologica più sistematica dell’antichità: descrive oltre seicento piante, sostanze minerali e prodotti animali usati nella cura delle malattie. Era allo stesso tempo un trattato medico, un manuale pratico per il farmacista e una guida commerciale alle sostanze curative — tre funzioni che Dioscoride non sentiva alcun bisogno di separare, perché nella realtà del suo tempo semplicemente non lo erano.

Lo stesso vale per Galeno di Pergamo, il grande medico del II Secolo che sistematizzò l’intera tradizione medica greco-romana. Galeno dedicò opere specifiche alla composizione e preparazione dei farmaci, elevando la farmacologia a disciplina teorica di primo piano, parte integrante e inseparabile della medicina.

La bottega farmaceutica: uno spazio urbano

La bottega del farmacista era uno dei luoghi più vivi e frequentati della città romana. Gli scavi di Pompei ed Ercolano — conservati grazie all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. — hanno portato alla luce anfore, mortai, bilance, contenitori in vetro e terracotta che ci restituiscono un’immagine concreta di queste attività.

I grandi vasi con erbe essiccate, le bilance per dosare con precisione i composti, i pyxides — i tipici contenitori cilindrici usati per conservare i preparati — raccontano di un artigianato sofisticato, che univa esperienza pratica e tradizione consolidata. I resti vegetali identificati dagli archeologi completano il quadro: semi di papavero, resine di mirra e incenso, frammenti di cortecce esotiche — tutti testimoni delle lunghe rotte commerciali che rifornivano queste botteghe da ogni angolo del mondo antico.

La prosopografia: nomi e volti di una professione

L’appendice prosopografica del saggio di Korpela, con una quarantina di professionisti del settore farmaceutico, offre un quadro sociale molto concreto e vivace. Vi compaiono schiavi imperiali al servizio della pharmacopola della casa dei Cesari, liberti che trasformarono la bottega ricevuta o gestita per il padrone in un’attività autonoma e redditizia, e stranieri di origine greca o orientale che portarono a Roma conoscenze botaniche e tecniche apprese in Egitto o in Siria.

Si tratta per lo più di persone umili, ricordate da iscrizioni funerarie semplici, talvolta appena incise su piccoli supporti in terracotta. Eppure erano una parte essenziale del funzionamento della città imperiale: grazie al loro lavoro, Roma poteva soddisfare, anche se in modo diseguale e spesso ingiusto, i bisogni di cura di una popolazione urbana tra le più numerose del mondo preindustriale.

L’eredità di una tradizione

Il lavoro di Korpela si inserisce in una tradizione di ricerca che, a partire dagli anni Ottanta, ha progressivamente spostato l’attenzione dalla storia delle grandi teorie mediche alla storia delle persone che quelle teorie mettevano in pratica ogni giorno. Lo stesso Korpela aveva già pubblicato nel 1987 Das Medizinpersonal im antiken Rom (Helsinki, Annales Academiae Scientiarum Fennicae), un censimento sistematico del personale medico romano; Kudlien, nel 1986, aveva approfondito la posizione sociale del medico nell’Impero, dedicando ampio spazio a schiavi, liberti e stranieri.

Questi studi convergono verso una conclusione comune: la storia della medicina antica non può ridursi alla storia dei suoi grandi nomi — Ippocrate, Galeno, Dioscoride. Deve includere, con pari dignità, la storia degli operatori anonimi che ogni giorno pesavano l’incenso, macinavano le erbe, preparavano collirii e cataplasmi per la gente comune dell’Impero.

Il lessico latino, con la sua ricchezza di denominazioni specializzate — pharmacopola, aromatarius, unguentarius, myropola, pigmentarius, seminarius, thurarius — è il monumento più eloquente che questa tradizione ci abbia lasciato.

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Fabio Saverio Gatto
Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente.