Berkeley (California) — Nel marzo 2026, uno studio pubblicato su The International Journal of the History of Sport ha riportato alla luce una figura dell’antichità rimasta nell’ombra per oltre centosessant’anni: una venatrix, cioè una cacciatrice professionista che affrontava belve feroci nell’arena.
L’autore della ricerca, Alfonso Mañas, esperto di sport antico dell’Università della California di Berkeley, ha riletto un’importante testimonianza del passato: il disegno di un mosaico romano rinvenuto nel 1860 a Reims, nell’attuale Francia, dall’archeologo Jean-Charles Loriquet, che ne pubblicò una riproduzione grafica due anni dopo, nel 1862.
Il mosaico originale era di dimensioni eccezionali, circa undici metri per nove, e mostrava una ricca sequenza di scene ambientate nell’anfiteatro, racchiuse in cornici a medaglione: gladiatori, animali selvatici, cacciatori e combattenti si alternavano in una composizione complessa e spettacolare.
Con ogni probabilità decorava la dimora privata di un personaggio molto facoltoso, forse un editor munerum, cioè uno di quei notabili che finanziavano i giochi nell’arena. L’opera fu purtroppo distrutta per sempre durante i bombardamenti del 1917, e oggi ne resta soltanto un piccolo frammento, conservato al Museo di Storia Saint-Rémi di Reims.
A testimoniare l’aspetto originario del mosaico rimane quindi il disegno realizzato nell’Ottocento da Loriquet: un documento fragile, certo, ma ancora capace di raccontare moltissimo.
Per decenni, la figura al centro del dibattito è stata interpretata in modo incerto e spesso poco convincente. A volte veniva descritta come un presunto agitator, un ruolo che però non trova riscontro nelle fonti antiche; altre volte come un paegniarius, una sorta di intrattenitore dell’arena che combatteva con frusta e bastone, protetto da un paramano.
Secondo Mañas, però, questa lettura non regge. Con un’analisi filologica rigorosa, lo studioso mostra infatti che nella figura non compaiono né il bastone né il paramano, due elementi iconografici fondamentali per identificarla in quel ruolo. Non si tratterebbe nemmeno di un condannato mandato a morire contro le belve: i damnati ad bestias, infatti, non ricevevano armi.
Al contrario, il personaggio impugna una frusta e sembra partecipare attivamente a una battuta di caccia organizzata, mentre spinge un leopardo verso un secondo combattente. C’è poi un dettaglio particolarmente significativo: il torso scoperto. Nelle raffigurazioni romane di gladiatrici e cacciatrici, infatti, la parziale nudità aveva una funzione precisa, quella di rendere immediatamente visibile al pubblico la natura femminile della combattente, che altrimenti sarebbe stata difficile da riconoscere dagli spalti.
Mettendo insieme tutti questi indizi — l’assenza dei tratti tipici del paegniarius, la presenza di un’arma, la nudità associata convenzionalmente alle figure femminili e il ruolo attivo nella venatio — Mañas arriva a una conclusione molto forte: con ragionevole certezza, quella raffigurata sarebbe la prima e unica immagine conosciuta di una venatrix nel mondo romano.
Alla sua interpretazione aderisce anche la storica Alison Futrell, docente all’Università dell’Arizona, secondo la quale le donne partecipavano con regolarità agli spettacoli dell’arena, ma sono rimaste molto meno visibili nelle testimonianze scritte e nelle immagini giunte fino a noi.
Anche l’aspetto cronologico della scoperta è tutt’altro che marginale. Finora, le fonti scritte lasciavano pensare che le cacciatrici fossero scomparse dall’arena attorno al 100 d.C., mentre le gladiatrici sembravano uscire di scena intorno al 200 d.C. Il mosaico di Reims, però, datato al III secolo, sposta questo limite in avanti di almeno cent’anni e costringe quindi a rivedere convinzioni che sembravano ormai acquisite sulla presenza femminile negli spettacoli romani.
In altre parole, questa scoperta offre una prova concreta del fatto che la storia delle donne nell’arena non si esaurì con i primi imperatori, ma continuò anche nel pieno della tarda età imperiale.
La storia del mosaico di Reims offre anche una riflessione più ampia: mostra quanto la memoria storica possa essere fragile e quanto siano preziosi gli archivi. Un semplice disegno pubblicato in un volume dell’Ottocento, rimasto a lungo trascurato, si rivela oggi una fonte di grande valore per ricostruire la storia sociale di Roma antica.
Quella venatrix che brandisce la frusta davanti al leopardo non è solo un’immagine di forte impatto. È anche una traccia silenziosa ma eloquente di vite femminili che passarono per l’arena, affrontarono le belve e solo oggi cominciano a trovare il posto che meritano nella storia.




