Il Sepolcreto di Tell Athar Quesna svela i segreti dell’Egitto tardo antico

Il ritrovamento di oltre cinquecento ushabti e ceramiche di importazione egea testimonia il connubio tra le ancestrali liturgie osiriache e l'intensa rete mercantile mediterranea.

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Dozens of small fish laid out in uniform rows on red dirt, likely cataloged as specimens for study or drying.

A Tell Athar Quesna, nel governatorato di Monufia in Egitto, il millenario paesaggio agricolo del Delta del Nilo ha recentemente restituito una testimonianza di inestimabile valore accademico e antiquario. A circa settanta chilometri a settentrione della metropoli del Cairo e a centoventi chilometri dalla costa mediterranea, sorge un distretto che per millenni ha costituito il fulcro cerealicolo e vitale della civiltà dei faraoni. In tale sito, un tempo innervato da complessi sistemi di canali navigabili che raccordavano il Basso Egitto ad Alessandria e alle rotte marittime internazionali, la missione archeologica egiziana ha individuato una vasta e inedita unità funeraria. Questa imponente struttura arricchisce la comprensione di un arco cronologico denso di mutamenti storici, che si estende dalle propaggini del Periodo Tardo, nel VII secolo a.C., sino ai primi albori dell’Impero romano. Come diramato in via ufficiale dal Ministero del Turismo e delle Antichità dell’Egitto, gli accademici si sono trovati al cospetto di un edificio dall’assetto architettonico estremamente rigoroso, in cui un maestoso atrio centrale distribuisce gli spazi verso molteplici camere sepolcrali tramite ingressi originariamente provvisti di possenti coperture voltate.

Il sito si connota quale superbo esemplare di necropoli non dinastica, un cimitero primariamente riservato all’inumazione di amministratori, dignitari ed esponenti del clero di estrazione locale. Le spoglie mortali sono state rinvenute prevalentemente nella canonica disposizione osiriaca, accuratamente mummificate e allineate in posizione supina in rigoroso ossequio all’iconografia del dio Osiride, signore indiscusso della rigenerazione ultraterrena. In associazione a tali salme, gli studiosi afferenti al Consiglio Supremo delle Antichità hanno catalogato la straordinaria cifra di cinquecentosessanta ushabti. Tali feticci, plasmati magistralmente in faience egizia, non rappresentavano mera suppellettile decorativa, bensì vere e proprie entità magiche deputate a sostituire il defunto nelle gravose fatiche agricole prescritte nel regno dell’oltretomba. La complessa manifattura in faience — un sofisticato impasto di quarzo macinato, alcali naturali e composti rameici — garantiva una peculiare superficie vitrea dai fulgidi cromatismi azzurri e turchesi, tonalità cromatiche che richiamavano le sacre acque fluviali e l’intrinseco concetto di rinascita perpetua. Su molteplici esemplari sopravvivono nitide le incisioni rituali tratte dal sesto capitolo del Libro dei Morti, le cui formule esoteriche dovevano infondere il soffio vitale nelle statuette affinché «coloro che rispondono» trasportassero per l’eternità la sabbia nei Campi di Iaru.

Oltre agli ushabti, il fastoso corredo si pregia di una pletora di amuleti apotropaici finemente intagliati in pietre semipreziose, concepiti per blindare misticamente l’anima del defunto nel periglioso tragitto verso l’immortalità. Tra di essi figurano l’Occhio di Horus, presidio dell’incorruttibilità somatica, e il Nodo di Iside, scudo propiziato dalla benevolenza della dea madre, affiancati da miriadi di perline sferiche destinate a comporre articolati reticolati funerari che emulavano le bende del nume risorto.

L’indagine stratigrafica, magistralmente guidata dalla ricercatrice Nermin El-Morsi, ha peraltro portato alla luce deviazioni inusitate dall’ortodossia rituale finora documentata. In talune sepolture, piatti e recipienti fittili sono stati intenzionalmente allocati sotto le braccia e tra le cosce dei trapassati, una prassi del tutto ignota ai precedenti repertori del distretto. Analoga attenzione filologica è attualmente rivolta a vasi e lucerne che conservano relitti di sostanze organiche, il cui imminente vaglio chimico potrebbe decifrare inesplorate liturgie di imbalsamazione.

La valenza scientifica del rinvenimento, tuttavia, trascende il mero orizzonte escatologico, offrendo un formidabile spaccato macroeconomico. Il recupero di anfore vinarie provenienti dall’isola egea di Rodi, corroborato dalla presenza di bolli recanti l’antroponimo degli antichi vasai, certifica la vitalità di un ininterrotto asse commerciale che legava l’entroterra nilotico al resto del mondo. Questo florilegio di merci straniere documenta una temperie storica peculiare, segnata dalla progressiva ellenizzazione avviata dalla conquista di Alessandro Magno nel 332 a.C. e proseguita sotto i monarchi Tolomei, per culminare infine con la riorganizzazione provinciale operata dai funzionari dell’Impero romano a partire dal 30 a.C.. Come ha lucidamente chiosato il ministro Sherif Fathy, concordemente al segretario generale Hisham El-Leithy, ci troviamo di fronte a una civiltà che ha saputo preservare la propria millenaria matrice dogmatica, eleggendola a faro identitario pur calandosi attivamente nei tumultuosi e proficui traffici che animavano l’ecumene mediterranea.

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Fabio Saverio Gatto
Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente.
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Fabio Saverio Gatto
Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente.