Scoperto l’acquedotto romano di Padova: il segreto dell’Arzeron della Regina

Le indagini della Soprintendenza svelano il segreto dell'Arzeron della Regina: non un argine, ma il supporto monumentale dell’acquedotto romano che riforniva l'antica Patavium.

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A Grantorto, Villafranca Padovana e nel rione di Montà a Padova sono riemerse le tracce di una straordinaria opera idraulica, a lungo dimenticata. Le recenti indagini della Soprintendenza, condotte tra il 2017 e il 2024, hanno permesso di mappare con precisione il percorso dell’antico acquedotto romano che alimentava l’antica città di Patavium. Per secoli, sia gli abitanti che gli studiosi avevano interpretato un imponente rilievo di terra, noto come Arzeron della Regina, come una semplice strada sopraelevata o un argine contro le inondazioni del fiume Brenta. Eppure, i nuovi dati archeologici e geomorfologici hanno rivoluzionato queste convinzioni: l’Arzeron ha finalmente rivelato la sua vera natura, quella di monumentale supporto per una condotta idrica concepita con eccezionale ingegneria.

Le indagini dirette da Matteo Frassine della Soprintendenza e Simonetta Bonomi, in collaborazione con i docenti del Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova, hanno portato alla luce un’imponente struttura che si estendeva per circa ventiquattro chilometri. Il punto di partenza di questa opera è stato localizzato nella suggestiva area delle risorgive, in una località nota come Fontanon del Diavolo, nel comune di Gazzo Padovano.

Da queste sorgenti naturali sgorgava un’acqua di eccellente qualità, purificata naturalmente dai sedimenti della pianura, e con un flusso notevolmente costante durante tutto l’anno. Un dettaglio tecnico di grande interesse è la temperatura dell’acqua, che si manteneva tra i dodici e i diciotto gradi: questa caratteristica impediva all’acqua di congelare all’interno della condotta, anche nei rigidi inverni che si verificavano nell’antichità.

L’infrastruttura si sviluppava su due tratti principali. Nei primi dodici chilometri, la condotta correva sottoterra, mantenendo una pendenza costante calcolata con precisione millimetrica dagli ingegneri romani. Arrivata in località Boschiera, a ovest di Piazzola sul Brenta, l’opera cominciava a innalzarsi sopra il terrapieno dell’Arzeron della Regina. Questo accorgimento permetteva all’acqua di mantenere la quota necessaria per scorrere spontaneamente verso il centro urbano. Gli scavi condotti a Villafranca Padovana hanno portato alla luce quarantatré strutture quadrangolari, allineate per oltre duecento metri. Queste basi, realizzate in mattoni e malta, erano le fondamenta di circa duemilacinquecento pilastri inseriti all’interno dell’argine. Su questo sistema di sostegno era collocata la condotta vera e propria, una struttura in muratura larga sessanta centimetri, che veicolava l’acqua fino a Padova.

Uno degli aspetti più affascinanti emersi dallo studio geologico riguarda la straordinaria stabilità del terreno su cui fu costruito l’Arzeron. Il professor Alessandro Fontana ha infatti chiarito che l’area non viene allagata dal fiume Brenta da circa ventimila anni, smentendo definitivamente l’ipotesi che il terrapieno avesse una funzione di difesa dalle piene. Gli ingegneri romani, con la loro proverbiale saggezza, scelsero intenzionalmente questa zona così affidabile e sfruttarono una leggera altura naturale per assicurare una pendenza media ideale di circa settanta centimetri per chilometro. Grazie a questa ingegneria meticolosa, l’acquedotto era in grado di convogliare un flusso d’acqua notevole, stimato tra i cento e i centocinquanta litri al secondo, una portata paragonabile a quella dei grandi sistemi idrici delle principali metropoli dell’impero.

L’acquedotto completava il suo percorso sopraelevato nel rione di Montà, raggiungendo un’altezza di circa diciassette metri sul livello del mare. Grazie a questa notevole elevazione, l’acqua aveva l’energia necessaria per percorrere gli ultimi tre chilometri e mezzo e arrivare alle zone più alte del centro di Padova, che all’epoca si trovavano tra gli attuali Palazzo della Ragione e Piazza del Duomo. Questo dislivello era fondamentale perché permetteva la successiva distribuzione capillare dell’acqua, un bene prezioso, a tutte le fontane, le terme e le abitazioni private della città natale dello storico Tito Livio. Le ricerche indicano che la costruzione di questa imponente opera sia avvenuta nell’ultimo quarto del primo secolo avanti Cristo, un periodo che coincide perfettamente con la grande fase di espansione e urbanizzazione monumentale della Padova romana.

Questa scoperta non solo getta nuova luce sull’Arzeron della Regina, ma ci permette di guardare con occhi diversi anche ad altre strutture simili nella regione veneta. Gli esperti ipotizzano, ad esempio, che un altro rilevato di terra chiamato Lagozzo, che collegava le risorgive alla città romana di Altino, possa aver avuto la stessa funzione acquedottistica. Si tratterebbe di una singolare tecnica costruttiva adottata dai Romani: invece delle imponenti arcate aeree visibili altrove, in queste aree, come in alcuni siti in Belgio e nei Paesi Bassi, preferirono costruire lunghi argini in terra per sostenere le condutture dell’acqua.

Il ritrovamento di questi dati archeologici, unito a moderne simulazioni idrauliche, chiude un cerchio storico lungo millenni. L’Arzeron della Regina non è più solo un misterioso rilievo di campagna, ma diventa il simbolo di un’ingegneria idraulica che sapeva dialogare perfettamente con la geomorfologia della Pianura Padana. Il fatto che alcuni tratti si siano conservati sotto le attuali strade e che i resti siano visibili a Montà, ci offre una preziosa testimonianza: l’intervento umano in antichità ha saputo valorizzare le risorse naturali in modo duraturo ed efficace, assicurando per secoli la salubrità e lo sviluppo della comunità urbana di Padova.

Image Credit: https://www.archaeoreporter.com/it/2026/01/09/a-caccia-dellacquedotto-romano-perduto-il-ritrovamento-a-padova-allarzeron-della-regina/

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Fabio Saverio Gatto
Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente.