Il III secolo dC fu uno dei periodi più difficili nella storia dell’Impero romano. I confini erano costantemente attaccati dai popoli barbari, la pressione dall’Oriente cresceva senza sosta, e al vertice del potere si alternavano imperatori sempre più deboli e instabili. È proprio in questo clima di crisi che, tra il 260 e il 273 dC, nelle Gallie prese forma uno stato autonomo di breve durata. A governarlo si succedettero diversi imperatori, le cui date di regno e il cui ordine di successione sono ancora oggi oggetto di discussione tra storici e studiosi di numismatica.
La grande crisi del III secolo
La svolta arrivò quando l’imperatore Valeriano fu catturato dal re persiano Sapore I, intorno al 260 d.C. Si trattò di un evento sconvolgente e senza precedenti: era la prima volta nella storia di Roma che un imperatore fu fatto prigioniero dal nemico. Suo figlio Galieno, che reggeva l’Impero insieme a lui, si trovò improvvisamente solo a dover affrontare una situazione disperata: le invasioni dei popoli germanici lungo il Reno e il Danubio, la crescente minaccia delle potenze orientali, e una serie di rivolte interne come non se ne erano mai viste prima.
Il potere centrale era così debole da non riuscire più a proteggere le province più vulnerabili. In questo vuoto di autorità, le legioni stanziate ai confini cominciarono a proclamare i propri comandanti come imperatori locali. Nella maggior parte dei casi, non si trattava di uomini ambiziosi assetati di potere, ma di militari che le circostanze erano costretti a farsi carico della difesa di ciò che ancora si poteva salvare.
La nascita dell’Impero gallico
Tra questi personaggi, il più importante fu Marco Cassianio Latino Postumo, governatore della Gallia. La sua salita al potere avvenne in modo brusco e violento, nel pieno della crisi del 260 dC. Galieno aveva affidato a suo figlio Salonino la supervisione delle province galliche, con Postumo nel ruolo di tutore militare. Le fonti antiche — Aurelio Vittore, Eutropio, lo Pseudo-Epitome de Caesaribus e Zonara — concordano nel legare l’usurpazione di Postumo all’assassinio di Salonino, anche se differiscono sui dettagli.
Secondo Zonara, la scintilla fu il rifiuto di Postumo di consegnare al figlio di Galieno il bottino preso a un gruppo di barbari intercettati mentre tornavano da una razzia in territorio romano. Questo atto di disobbedienza fece precipitare gli eventi: le truppe di Postumo si ribellarono, Salonino fu ucciso e il comandante gallico venne proclamato Augusto. La data di questi avvenimenti è stata a lungo discussa dagli studiosi, ma grazie all’analisi dei papiri egiziani e delle monete coniate ad Alessandria può essere collocata tra giugno e agosto del 260 dC.
Postumo: il fondatore
Postumo non fu un usurpatore nel senso tradizionale del termine. Galieno tentò più volte di sconfiggerlo, arrivando persino a restare ferito durante un assedio, ma non riuscì mai ad avere la meglio. Nel frattempo, Postumo rafforzò il proprio controllo su Gallia, Britannia e Hispania, riportò la pace nelle province galliche e respinse le invasioni dei Germani. Eutropio lo descrive come un imperatore che «regnò per dieci anni e recuperò province quasi perdute senza ritorno».
Il suo regno durò dal 260 al 269 d.C., come attestano le dieci potestà tribunizie e i cinque consolati incisi sulle sue monete. Nonostante la sua energia e la sua efficacia nel proteggere le Gallie, Postumo morì per mano dei propri soldati. Quando l’usurpatore Leliano si ribellò a Magonza, Postumo lo sconfisse militarmente, ma si rifiutò di permettere alle sue truppe di saccheggiare la città. Fu proprio questo rifiuto a costargli la vita: i soldati, delusi e furiosi, lo uccisero insieme al figlio.
Leliano e Mario: due ombre nell’epilogo
La morte di Postumo non chiude semplicemente un capitolo. Attorno alla sua fine si aprì una vera crisi di successione, con la comparsa quasi simultanea di altri due pretendenti al trono gallico: Leliano e Mario.
Leliano si era ribellato a Magonza, probabilmente negli ultimi mesi del regno di Postumo, che riuscì a sconfiggerlo. Il suo regno fu brevissimo — forse solo qualche mese — e le monete a lui attribuite sono molto rare, segno di un potere fragile e limitato. Mario è invece la figura più enigmatica: le fonti letterarie gli attribuiscono un regno di appena due o tre giorni, ma i numismatici hanno dimostrato che la sua produzione monetaria fu più abbondante di quella di Leliano. Questo suggerisce che il suo potere durò molto più a lungo, forse in parallelo con gli ultimi mesi di regno di Postumo stesso.
Dall’analisi delle fonti e delle monete emerge che, verso la fine del regno di Postumo, nelle Gallie regnarono contemporaneamente tre imperatori: Postumo, Leliano e Mario. La frase di Aurelio Vittore — «dopo la morte di Postumo Mario si impadronì del potere, ma fu sgozzato dopo due giorni» — va intesa nel senso che Mario sopravvisse solo due giorni dopo i suoi predecessori, non che il suo intero regno fosse durato appena due giorni.
Vittorino: il successore di Postumo
Il vero erede di Postumo fu Vittorino, che prese il potere nelle Gallie all’inizio del 269 d.C. Eutropio ci riferisce che fu ucciso a Colonia nel secondo anno del suo regno: le monete, che gli attribuiscono tre potestà tribunizie, confermano questa notizia e collocano la sua morte nel corso del 271 d.C. La sua fine fu insieme violenta e banale: stando alle fonti, fu assassinato da un marito tradito.
Il personaggio di Vittorino è tuttavia fondamentale per comprendere la continuità dell’Impero gallico. Egli mantenne il controllo delle zecche di Colonia e di Treviri, continuando a coniare monete con i titoli imperiali tradizionali. L’analisi dei ripostigli monetari — i tesori sepolti nell’antichità e riemersi nei secoli successivi — ha permesso agli storici di ricostruire con precisione la cronologia del suo regno, collocando l’inizio del suo potere nel 269 d.C., poco dopo la morte di Postumo.
Il potere delle monete come fonte storica
Per ricostruire la storia degli imperatori gallici, le sole fonti letterarie non sono sufficienti. I testi antichi sono spesso contraddittori: l’Historia Augusta, Aurelio Vittore, Eutropio, l’Epitome de Caesaribus, Zonara e Zosimo offrono versioni discordanti sulla successione e le date dei vari regni. È qui che la numismatica — lo studio delle monete — diventa uno strumento indispensabile.
Le monete coniate dagli imperatori gallici riportavano con precisione le potestà tribunizie — rinnovate ogni anno il 10 dicembre — e i consolati, assunti ogni 1° gennaio. Questi dati permettono di costruire una cronologia abbastanza affidabile. Ancora più preziosi sono però i ripostigli monetari: tesori nascosti in tempi di pericolo e mai recuperati dai loro proprietari. Esaminare la composizione di questi ripostigli — quali imperatori vi sono rappresentati, in quali quantità e con quali tipi di moneta — consente di stabilire quando furono sotterrati, e quindi di ricostruire la sequenza degli eventi politici.
Quarantatré ripostigli rinvenuti in Armorica, Normandia, nel nord della Gallia, in Belgio, in Britannia e in Svizzera sono stati analizzati con questo metodo. Il fatto che molti di questi tesori contengono monete di Vittorino ma non di Tetrico, pur essendo databili al periodo di Aureliano, dimostra in modo definitivo che il regno di Tetrico iniziò dopo quello di Aureliano, e non prima come alcuni studiosi avevano sostenuto.
Tetrico e la fine dell’Impero gallico
Dopo l’assassinio di Vittorino, fu una donna — Vittoria, sua madre — a tenere le redini del potere nelle Gallie. Grazie a una generosa distribuzione di denaro alle legioni, riuscì a far proclamare Augusto Tetrico, un senatore che governava l’Aquitania e che aveva assunto il potere a Bordeaux.
Tetrico regnò dal 271 al 273 d.C. circa, associando al potere il proprio figlio con il titolo di Cesare. Le monete attestano due potestà tribunizie e due consolati certi, confermando la brevità del suo regno. La situazione interna peggiorò rapidamente: l’imperatore si trovò a dover fronteggiare non solo le minacce esterne, ma anche disordini interni sempre più difficili da tenere sotto controllo.
La resa ai Campi Catalaunici
La fine dell’Impero gallico giunse sui Campi Catalaunici — l’area intorno all’odierna Châlons-en-Champagne — dove Aureliano affrontò e sconfisse le truppe di Tetrico. La battaglia si svolse però in circostanze singolari: secondo Eutropio, fu Tetrico stesso a «consegnare il proprio esercito» all’imperatore legittimo. In altre parole, l’ultimo imperatore gallico tradì i propri soldati, cercando un accordo con Aureliano.
Aureliano non si mostrò vendicativo nei confronti del vinto. Tetrico fu condotto a Roma per il trionfo dell’imperatore — una cerimonia in cui sfilò anche Zenobia, la regina di Palmira, altra grande nemica dell’unità imperiale — ma in seguito ricevette la nomina a Corrector Lucaniae, un incarico amministrativo nell’Italia meridionale. Stando alle fonti, visse a lungo come semplice privato cittadino.
Difensori, non rivali
Come interpretare, in conclusione, il fenomeno degli imperatori gallici? La domanda è se questi personaggi fossero veri rivali dell’imperatore legittimo o piuttosto dei sostituti obbligati dalle circostanze, costretti ad esercitare un potere che nessuno a Roma sembrava in grado di assumere al loro posto.
Una risposta illuminante viene da Zonara: quando fu chiesto a Claudio II quale dovesse essere il primo obiettivo delle sue campagne militari — Postumo o i popoli barbari che premevano sul limes danubiano — l’imperatore rispose: «La guerra che fa Postumo riguarda solo me; quella che fanno i popoli stranieri riguarda tutto l’Impero». Questa frase, citata dallo studioso Lafaurie come la più efficace per definire il ruolo del primo imperatore gallico, rivela tutta la complessità della situazione: c’era rivalità tra l’imperatore legittimo e l’usurpatore, ma anche unità di scopo e comunanza di visione — difendere l’Impero, la cui integrità non era mai davvero in discussione.
L’Impero delle Gallie durò tredici anni, dal 260 al 273 d.C. In quel breve arco di tempo, cinque imperatori — Postumo, Leliano, Mario, Vittorino e Tetrico — si alternano al potere in una successione spesso violenta, ma sempre orientata verso lo stesso obiettivo: tenere in piedi, a qualunque costo, quel lembo di mondo romano che il potere centrale non riuscì più a proteggere.




