A Pınarbaşı, in Turchia, un cucciolo sepolto circa 15.800 anni fa riscrive le tappe iniziali di un’amicizia millenaria. I suoi resti, insieme a quelli rinvenuti nella grotta di Gough’s Cave nel Regno Unito e datati a 14.300 anni fa, rappresentano la più antica prova genomica diretta dell’esistenza di cani domestici durante il Paleolitico superiore. Uno studio internazionale pubblicato sulla rivista Nature ha dimostrato che questi animali non costituivano casi isolati, ma appartenevano a una popolazione canina geneticamente omogenea e già ampiamente distribuita dall’Anatolia all’Europa occidentale.
Fino a oggi, distinguere con certezza i resti ossei di un cane da quelli di un lupo si era rivelato un compito complesso, specialmente per le fasi iniziali della domesticazione in cui le differenze morfologiche sono ancora sfumate. Molti reperti del Paleolitico superiore, scoperti in siti come Goyet in Belgio o Předmostí nella Repubblica Ceca e inizialmente identificati come cani, si sono rivelati appartenere a popolazioni di lupi estinti una volta sottoposti ad analisi genomica. Per superare questo ostacolo, i ricercatori hanno estratto e sequenziato il DNA nucleare e mitocondriale dai fossili di Pınarbaşı e Gough’s Cave. I risultati hanno confermato l’effettiva appartenenza di questi esemplari alla linea evolutiva dei cani, separandoli nettamente dai lupi.
La scoperta assume un significato storico ancora più ampio se si osserva la mappa genetica dell’epoca. L’analisi del DNA mitocondriale ha permesso di collegare i due antichi cani ad altri canidi del Paleolitico superiore europeo, i cui resti erano stati rinvenuti a Bonn-Oberkassel in Germania, a Kesslerloch in Svizzera e nella Grotta Paglicci in Italia. L’eccezionale somiglianza genetica tra questi animali, pur separati da distanze geografiche immense, suggerisce l’esistenza di una singola e vasta popolazione canina.
Il dato più sorprendente riguarda il legame tra la diffusione di questi cani e i movimenti delle popolazioni umane. I siti analizzati erano abitati da gruppi di cacciatori-raccoglitori appartenenti a culture diverse: i magdaleniani nel Regno Unito, gli epigravettiani in Europa continentale e i cacciatori anatolici in Turchia. Nonostante le marcate differenze culturali e genetiche tra queste antiche società, i loro cani risultavano quasi identici. L’ipotesi avanzata dagli studiosi è che gli animali venissero scambiati su scala continentale tra gruppi umani distinti, agendo come una sorta di bene prezioso condiviso.
Oltre ai dati genetici, le prove archeologiche indicano che il rapporto tra umani e cani era già caratterizzato da una profonda vicinanza. Nel sito britannico, la mandibola del cane presenta una perforazione intenzionale, un trattamento post-mortem del tutto simile a quello riservato ai resti umani rinvenuti nello stesso luogo, suggerendo pratiche rituali condivise o un forte senso di appartenenza alla comunità. Parallelamente, in Turchia, l’analisi isotopica del collagene osseo ha rivelato che l’alimentazione del cucciolo corrispondeva a quella degli umani, basata principalmente sul consumo di pesce. Questo dato conferma una convivenza stretta, in cui gli animali venivano probabilmente nutriti in modo diretto dai loro compagni umani.
Lo studio, guidato dagli esperti del Museo di Storia Naturale di Londra, ha inoltre tracciato l’evoluzione successiva di queste popolazioni. Nel corso del Mesolitico, periodo documentato attraverso i resti rinvenuti nei siti serbi di Padina e Vlasac, l’Europa assistette a un massiccio afflusso di DNA canino proveniente dall’Eurasia orientale. Questa introduzione, contemporanea alle migrazioni dei cacciatori-raccoglitori orientali verso ovest, si è fusa con la preesistente stirpe paleolitica. Dall’incrocio tra le due linee evolutive sono nati gli antenati della maggior parte delle razze europee attuali.
Nonostante millenni di convivenza negli stessi territori, i cani e i lupi europei mantennero un notevole isolamento riproduttivo, scambiando pochissimo materiale genetico. Fa eccezione l’area del Vicino Oriente, dove i cani neolitici mostrano tracce evidenti di ibridazione con i lupi locali. I risultati sembrano indicare che, molto prima dell’avvento dell’agricoltura, la barriera tra l’animale selvatico e il compagno domestico fosse già solidamente tracciata. Resta da comprendere attraverso quali esatti meccanismi culturali questi primi cani siano riusciti a farsi accettare da popoli così diversi, unendo un intero continente molto prima della fine dell’era glaciale.



