Il 29 ottobre 2026, a Lecce, la Soprintendenza ha presentato una scoperta che porta il dibattito sulle donne dell’Italia preromana fuori dalle formule generiche: a Manduria una tomba monumentale conserva due iscrizioni messapiche, pitture e simboli che potrebbero indicare una donna con funzioni sacerdotali. La parola decisiva è “potrebbero”. Ma proprio la cautela rende il ritrovamento più forte: non una leggenda ricostruita a tavolino, bensì una tomba che mette sul tavolo indizi insoliti e costringe gli studiosi a leggerli uno per uno.
La sepoltura è la Tomba 17 del Parco archeologico delle Mura Messapiche. Fu scavata nel banco roccioso e chiusa, in origine, da tre grandi lastre. Sulla copertura c’è un’iscrizione distribuita sui blocchi; all’interno, su una lastra, ne compare un’altra, dipinta in azzurro su quattro righe. Intorno, intonaco, un meandro blu e rosso e immagini che sembrano richiamare il mondo del santuario.
Non è un semplice corredo ben conservato. È una scena funeraria che parla di identità, prestigio e rito in una lingua che conosciamo ancora in modo frammentario. E per questo la domanda non è soltanto “chi era la donna sepolta qui?”, ma quanto contasse la sua autorità nella Manduria messapica.
Tre lastre, due testi e un titolo che pesa
Le indagini della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per Brindisi, Lecce e Taranto hanno interessato la necropoli presso Porta Est e il settore meridionale del parco. In tutto sono state esplorate ventiquattro sepolture, molte già danneggiate dagli scavi clandestini. La Tomba 17 si è imposta però come il contesto più eloquente.
Sulla superficie esterna delle lastre, le prime letture epigrafiche distinguono un nome femminile, un patronimico e il termine thabara, tutti al genitivo. Gli specialisti ritengono che quest’ultima parola possa designare una funzione sacerdotale. Non conosciamo ancora il nome completo della defunta né possiamo tradurre il testo come se fosse latino o greco: il messapico non concede scorciatoie. Ma quel titolo, associato a una donna, cambia il livello della discussione.
La Messapia, nell’attuale Salento, non era una periferia muta in attesa di Roma. Era una società con proprie città, lingue, élite e pratiche funerarie, in contatto serrato con il mondo greco. Per orientarsi nel suo quadro storico può essere utile ripartire da chi abitava l’Italia prima di Roma: i Messapi non sono una nota a piè di pagina, ma uno dei popoli che rendevano l’Italia antica molto più plurale di quanto immaginiamo.
La chiave e l’incensiere: quando le immagini diventano indizi
Le pareti della cassa funeraria conservano tracce di intonaco dipinto. Una fascia a meandro usa pigmenti blu e rossi; sulle facce interne dei lastroni sono apparse altre figure. Una è interpretata come una chiave di santuario, oggetto che nel mondo greco può essere associato alle prerogative di sacerdotesse. Un’altra potrebbe raffigurare un thymiaterion, un incensiere per la combustione di sostanze aromatiche nei rituali.
Nessuno di questi elementi, preso da solo, basterebbe a proclamare la scoperta della “sacerdotessa di Demetra”. Una chiave può avere più funzioni, un’immagine può essere letta in modi diversi e le iscrizioni sono ancora in studio. Insieme al possibile titolo thabara, però, formano una costellazione coerente: una donna ricordata attraverso segni di autorità religiosa, non soltanto attraverso il suo nome o il suo patrimonio.
È qui che il ritrovamento diventa popolare senza diventare spettacolo. Siamo abituati a immaginare i culti antichi come affari di re, sacerdoti maschi e divinità lontane. La Tomba 17 mostra almeno la possibilità documentaria di una figura femminile investita di un ruolo pubblico e rituale in una comunità dell’Italia meridionale fra IV e III secolo a.C.
Demetra è una pista, non un verdetto
La seconda iscrizione, dipinta all’interno di uno dei lastroni e parzialmente compromessa dalle manomissioni, contiene di nuovo il termine thabara. Vi compare anche una forma ricostruibile come Damatrioas, che gli studiosi stanno valutando come possibile riferimento all’orizzonte cultuale di Demetra.
La dea greca era legata ai raccolti, alla fertilità, ai cicli naturali e alla rigenerazione: temi che, in un sepolcro, acquistano un significato particolare. Ma fra una somiglianza linguistica e una identificazione sicura resta una distanza. Il comunicato della Soprintendenza è esplicito: sono interpretazioni preliminari, sottoposte ora allo studio delle iscrizioni, delle pitture e del contesto.
Questa prudenza non abbassa il valore della notizia; lo protegge. La scoperta non dimostra ancora che Manduria custodisse una sacerdotessa di Demetra nel senso pieno che daremmo oggi alla formula. Dimostra che esiste una tomba messapica con due testi, immagini religiose e segnali epigrafici abbastanza importanti da aprire un nuovo dossier sul sacerdozio femminile.
Una tomba ferita che conserva ancora la sua voce
La Tomba 17 era stata colpita dagli scavi clandestini, come molte sepolture dell’area. Eppure ha restituito fibule di bronzo, un anello d’argento, una moneta argentea attribuita alla zecca di Taranto e uno strumento in ferro ancora da identificare. La perdita di parti del contesto rende più difficile il lavoro; non cancella ciò che le lastre e le pitture hanno mantenuto.
Ora iniziano le analisi archeobotaniche, il restauro delle superfici e lo studio specialistico dei testi. Si valuta di conservare la struttura nel suo luogo d’origine ed esporre in futuro lastre e materiali nel Museo archeologico di Manduria. La conclusione più onesta è anche la più affascinante: non sappiamo ancora tutto della donna della Tomba 17. Sappiamo però che qualcuno volle sigillare la sua memoria con un nome, un titolo e simboli che parlano ancora — dopo più di duemila anni — di autorità, rito e prestigio.



