Occhiello — A Butrinto, nel sud dell’Albania, una ricognizione LiDAR da drone ha individuato edifici, muri, tombe e opere idrauliche nascosti dalla vegetazione. Tra le sorprese, una possibile struttura pubblica accanto al Foro romano.
Per un secolo Butrinto è stato scavato, fotografato, misurato e raccontato come uno dei più straordinari paesaggi archeologici del Mediterraneo. Eppure la città antica, stretta tra lago, canale e bosco nel sud dell’Albania, aveva ancora interi pezzi fuori dalla mappa. La nuova ricognizione condotta dal progetto italo-albanese dell’Università di Bologna e dell’Istituto Archeologico di Tirana ha usato un laser montato su drone per “spogliare” digitalmente la vegetazione e leggere ciò che il terreno nascondeva.
I risultati, resi pubblici il 26 ottobre, sono il tipo di notizia che cambia il modo di guardare un sito celebre: non è emersa una sola statua da copertina, ma una città più grande, più complessa e meno conosciuta di quanto si credesse. Le analisi e le verifiche sul terreno hanno individuato strutture finora non documentate: edifici, tratti di fortificazione, sepolture e installazioni per l’acqua. All’interno del parco, vicino ai luoghi più visitati, compaiono anche una possibile costruzione pubblica a est del Foro romano, una chiesa e un pozzo a sud del santuario di Asclepio, una cisterna presso la Porta Occidentale e un possibile nuovo tratto delle mura ellenistiche sull’acropoli.
Il laser che vede attraverso la vegetazione
Il LiDAR invia impulsi laser verso il suolo e restituisce un modello tridimensionale del paesaggio. Elaborando i dati, alberi e cespugli possono essere eliminati digitalmente: restano dossi, fossati, muri interrati e anomalie del terreno che a occhio nudo sembrano soltanto bosco.
Non è magia e non sostituisce lo scavo. Il LiDAR rivela forme e possibili tracce, non assegna automaticamente data e funzione a ogni struttura. Per questo la squadra ha svolto anche sopralluoghi e controlli sul terreno durante la campagna di settembre. È qui che la tecnologia smette di essere un effetto speciale e diventa archeologia: una mappa suggerisce una domanda, il paesaggio e i reperti cominciano a rispondere.
La prima ricognizione, effettuata dall’8 all’11 febbraio 2026, ha coperto il parco archeologico, l’istmo verso la penisola di Ksamil, le pendici del monte Sotira, il monte Kepin, la baia di Alinura, la piana di Vrina e altri punti del territorio. Tra il 2 e il 14 settembre il team è tornato sul campo per controllare le tracce emerse dai dati. Il fatto decisivo è questo: molte anomalie non erano illusioni del software. Erano resti archeologici realmente nascosti dalla vegetazione.
Un edificio nuovo accanto al cuore romano della città
La scoperta più elettrizzante riguarda un grande edificio a due ambienti individuato immediatamente a est del Foro romano. Per ora gli archeologi lo definiscono possibile edificio pubblico: è la formula giusta, perché mancano ancora scavi estesi e materiali che ne fissino la funzione. Ma la posizione non è banale. Il Foro era il centro della vita civica, commerciale e politica della Butrinto romana; trovare una costruzione sconosciuta accanto a quel settore significa riaprire la mappa del potere urbano.
Potrebbe trattarsi di un edificio amministrativo, commerciale o di servizio; potrebbe appartenere a una fase diversa da quella romana e aver riutilizzato lo stesso spazio centrale. L’articolo non forza una risposta. Il punto è che, dopo decenni di ricerca, proprio il settore dove sembrava più difficile fare sorprese ha restituito una domanda nuova.
La stessa prudenza vale per il resto delle tracce. La chiesa e il pozzo a sud del santuario di Asclepio possono illuminare le trasformazioni tardoantiche e medievali di una città che non smise semplicemente di esistere dopo Roma. La cisterna vicino alla Porta Occidentale rimette al centro un tema decisivo per ogni abitato antico: la gestione dell’acqua. Il possibile tratto di mura sull’acropoli può invece aiutare a capire come Butrinto difendesse il suo punto più alto e come l’impianto urbano sia cambiato nei secoli.
Perché Butrinto può ancora sorprendere
Butrinto, l’antica Buthrotum, non è un sito marginale appena scoperto. È un patrimonio mondiale UNESCO, frequentato da archeologi e visitatori, con teatro, santuari, terme, foro, battistero paleocristiano, mura e strutture veneziane. La sua posizione, di fronte a Corfù e lungo le rotte tra Epiro, Grecia e Italia, la rese un nodo mediterraneo per più di duemila anni.
Proprio per questo la scoperta ha un peso speciale. Dimostra che un sito famoso non è mai davvero “finito”: il problema può essere lo sguardo, non l’assenza di resti. A Butrinto la vegetazione aveva reso invisibili porzioni del paesaggio antico; il LiDAR ha permesso di restituire loro una forma senza scavare indiscriminatamente ogni metro di terra.
Il LiDAR aiuta anche a decidere dove scavare e quali aree proteggere, riducendo interventi inutilmente invasivi.
Una città sotto la città già conosciuta
La campagna del 2026 non consegna un nuovo “mistero risolto”. Consegna qualcosa di più solido: una serie di strutture registrate, geolocalizzate e confrontate con il terreno, che ora richiedono datazioni e indagini mirate. Alcune potrebbero risalire all’antichità, altre all’età medievale; nel paesaggio sono emerse anche tracce più recenti, comprese opere militari del Novecento. È il promemoria più efficace che un luogo non conserva una sola epoca, ma molte città sovrapposte.
Il colpo di scena è dunque reale, ma non va gonfiato. Butrinto non è stata “riscoperta”: non era mai stata perduta. È stata vista meglio. E in archeologia vedere meglio può bastare per ribaltare le domande: se una possibile struttura pubblica era nascosta accanto al Foro romano, quante altre parti della città attendono ancora di essere riconosciute?
Dopo cento anni di ricerche moderne, il bosco di Butrinto ha lasciato intravedere un’altra città. Non una città fantastica, ma quella più difficile da raccontare: fatta di muri senza nome, acqua da gestire, sepolture, difese e funzioni ancora da decifrare. È lì che l’archeologia torna davvero spettacolare: quando un laser non inventa il passato, ma costringe gli studiosi a guardarlo di nuovo.





